Recensioni / E non c'è più sordo di chi ci sente bene

Un senso di isolamento, uno spazio costituito da silenzi, una dimensione primordiale, istintuale, poetica, di emozioni incontrollate e fortissime. Sono alcune delle sensazioni che si provano leggendo Malintesi (Quodlibet, pagine 170, euro 16, traduzione di Marco Lapenna) di Bertrand Leclair, saggista e drammaturgo francese, nonché critico letterario del quotidiano `"Le Monde", che sabato sarà a Roma alla fiera Più libri più liberi. Quello di Leclairè un libro circolare, che parla di distanze; familiari e linguistiche, ma non solo: «Direi piuttosto che parla di differenze - spiega l'autore. Ho una figlia nata sorda, ma non saprò mai che cosa significhi essere sordi e vivere senza sentire le altre persone, oppure gli uccelli». Le distanze, in effetti, nascono (anche) dalla diversità e dalle differenze, ma la diversità talvolta può anche essere un ponte per unire due distanze, come ha mostrato anche un altro recente libro, La straniera, di Claudia Durastanti, uscito per La Nave di Teseo e tra i finalisti dell'ultimo Premio Strega.
Nel libro di Leclair si può leggere, oltre a una narrazione e a una riflessione senza pietismo sulla sordità, anche una denuncia sociale su come è trattato il diverso, a pochi giorni di distanza dalla celebrazione della Giornata internazionale delle persone con disabilità, istituita dalle Nazioni Unite: «La storia dei sordi richiama in parte anche quella della follia. Alla fine dell'Ottocento e nel corso del Novecento, gli udenti hanno voluto vincere la sordità. Il desiderio di normalizzare il mondo e le persone ha fatto parecchi danni. I sordi sono stati così vittime di una grande violenza. La lingua dei segni è stata proibita a lungo, ma i nati sordi non potevano imparare a parlare, quindi sono stati spesso dichiarati stupidi. Il riconoscimento della lingua dei segni ha permesso loro di raggiungere una nuova forma di inclusione». In Malintesi il protagonista della storia, Julien Laporte, diventa il pretesto attraverso cui raccontare la storia dei sordi ma non solo. Ambientato negli anni Sessanta in una cittadina della provincia francese, il libro è anche la storia di una famiglia devastata, da malintesi reali, sottintesi percepiti e metafore per parlare d'altro, con tanto di proiezioni e sensi di colpa genitoriali, costruiti su aspettative e desideri disattesi, come quelli del padre di Julien Yves, ossessionato dalla sua stessa ostilità alla lingua dei segni. Malintesi riesce quindi a essere al contempo un romanzo famigliare e un saggio sulla sordità, un po' autofiction e in parte inchiesta, ma anche romanzo e trattato sullo stato della scrittura e sulla difficoltà che questa comporta «La scrittura- dice Leclair - ha un ruolo primario in questa storia. Ho messo a confronto la letteratura con la sordità proprio per questa ragione. Stranamente, pochi romanzi in letteratura evocano la sordità o hanno un personaggio sordo (il più celebre è forse il Quasimodo di Hugo). Eppure il "Verbo", il lirismo, può vacillare. La sordità mette invece in campo il rapporto al verbo, alla parola, e di conseguenza, alla letteratura». Spesso, leggendo Malintesi, la sensazione è che questa storia cerchi un suo personale silenzio. Ma il silenzio «può essere abitato, e questo la letteratura lo sa bene. E la lingua dei segni è una lingua a pieno titolo. Si può anche fare filosofia o poesia con la lingua dei segni. I sordi non sono disabili quando stanno insieme. Un udente tra i sordi invece lo diventa». Oltre al lavoro sulla storia dei sordi, nel libro c'è poi anche un grosso lavoro sulla memoria personale, avendo la storia alcuni tratti autobiografici. «Che cosa ho scoperto da queste due ricerche? L'esistenza del problema della fortuna. Ciò che conta non è quello che succede all'individuo, ma che cosa fa di questo l'individuo che è». II linguaggio dei segni è stato elaborato in pieno Illuminismo, e a lungo bandito in Europa, ma senza un'esperienza personale, in pochi riescono a capire fino in fondo quanto profondo possa essere lo spazio deí pregiudizi, e il cuscinetto nel quale il silenzio diventa un modo per entrare in contatto con sé stessi, senza etichette.