Recensioni / Ventidue proposte di lettura

Questa riedizione dell’opera di Santi Romano inaugura la nuova e già promettente collana (vedi schede su Hauriou e Grossi) “Quodlibet Ius”. Uno dei curatori, Mariano Croce, aveva già fatto uscire presso lo stesso editore una nuova edizione dell’opera più nota del grande giurista siciliano, L’ordinamento giuridico. Ora cura con Marco Goldoni l’ultimo libro di Romano redatto tra il 1943 e il 1946. Nel 1945 Romano aveva fatto uscire l’edizione ampliata del suo capolavoro del 1917-18 e in quegli anni difficili stava redigendo le ventuno voci che entrarono a far parte nel gennaio 1947 della prima edizione dei Frammenti di un dizionario giuridico. Croce introduce alla rilettura di un’opera di teoria del diritto certamente originale, che non vuole avere i caratteri della sistematicità. I “frammenti” (da “Atti e negozi giuridici” a “Uomo della strada, uomo qualunque”) vanno ricollegati, come fa il curatore, ad altre opere di Romano e alla sua concezione del diritto, a cominciare proprio dalla teoria dell’ordinamento giuridico. “La sua pretesa teorica è quella di isolare, nell’ambito della scienza giuridica, un elemento fondativo del sociale, che altre discipline hanno saputo individuare e che la teoria giuridica ha colpevolmente ignorato” (p. 10).
Fino al 1944 Romano fu Presidente del Consiglio di Stato. Nel 1934 era stato nominato senatore del Regno. Ma con l’inizio del processo di “epurazione” Romano, nel settembre del 1944, fu deferito, in virtù del suo status di senatore, a quell’Alta Corte di giustizia di cui era stato membro sino al 1943. Romano disse di aver sempre difeso l’autonomia dell’alto organo giurisdizionale e si difese sottolineando il suo ruolo di tecnico e di giurista. I Frammenti ne riflettono certamente lo stato d’animo: l’amarezza di un uomo che vede crollare il suo mondo e che lo accompagnerà sino alla morte nel 1947. Ma l’opera – e in particolare alcune voci –, come osservato dai curatori, rivela anche, con ironia e a tratti con sarcasmo, il dissenso di Romano verso ciò che stava accadendo in quel frangente. In “Rivoluzione e diritto” Romano analizza un tema che lo aveva accompagnato sin dalla giovinezza, ovvero l’instaurazione di un ordine giuridico. La Rivoluzione come violenza giuridicamente organizzata lascia sul terreno le sue vittime. “A questi atti di sostanziale ingiustizia che in nome della giustizia si compiono contro le persone, si aggiungono quelli più gravi conto le istituzioni” (p. 269). Ma per Romano non è solo una questione personale. La sua critica delle assemblee costituenti, dominate dal “politico”, è frontale. “Nei Frammenti, la voce dedicata a Diritto e rivoluzione contiene un attacco neanche troppo velato a due tropi, intimamente legati, che diventeranno fondamentali in un certo tipo di costituzionalismo continentale: la rigidità della costituzione scritta e il nesso fra ordinamento costituzionale e società” (M. Goldoni, p. 290).