Recensioni / Celati racconta gli autori stranieri tra letteratura, curiosità e vita reale

Il libro raccoglie introduzioni e postfazioni — in massima parte rivedute, ampliate, riscritte — che tra il 1979 e i1 2013 Gianni Celati ha dedicato ad autori stranieri — americani, francesi e irlandesi — molti da lui tradotti. Scrittori e romanzi d'affezione, a cominciare da Mark Twain con Le avventure di Tom Sawyer (1979) fino a James Joyce con Ulisse (2013) passando per Jack London, Stendhal, Céline, Michaux, Perec, Swift, O'Brien e Melville con Bartleby lo scrivano. Quattordici saggi che il risvolto di copertina, di Jean Talon curatore del volume, con cui concordiamo, dichiara «densi e illuminanti, ma anche emozionanti e belli da leggere» in quanto «scritti con l'inconfondibile tono di Celati; ossia il tono di chi ti mette a tuo agio raccontandoti una storia». Sono infatti vicende dei personaggi e degli scrittori che li hanno creati. Letteratura e vita reale. Si tratta di individuare i fili conduttori, più o meno scoperti, di queste storie. Certamente sono diversi. Un primo filo, così è se ci pare, è la preminenza del personaggio sullo scrittore (singolare è anche il fatto che, per esempio, in Tom Sawyer Huck Finn predomini su Tom, giustamente) ma non è che lo scrittore soccomba. E invece il personaggio che fugge da lui (il titolo del libro ci sembra esserne la prova). Un altro filo, importantissimo, è quello della lingua. Già in Bartleby c'è un passo troppo bello per non essere riportato, quando l'avvocato narrante dice che lo scrivano «ha rivoltato le lingue» (delle cartelle, lingue di carta). Ma il rimando e biblico, è alla torre di Babele, con quanto ne consegue. Passando da Melville a Twain, la lingua americana — non codificata, senza ricercatezza formale, dialettale, un miscuglio incredibile e intraducibile — è protagonista della pagina scritta. Cosa dire dell'argot di Céline? Della sua «sintassi argotica» scrive Celati. Flann O'Brien, pseudonimo di Brian O'Nolan, era figlio di un insegnante di lingua gaelica. Fino ad arrivare al «disordine delle parole»: Ulisse di Joyce, con prima ristampa, a Parigi nel 1922, «una costellazione di bozze mal corrette, con qualche frase persa per strada». Bartleby, prima dilavorare nello studio dell'avvocato, pare fosse impiegato nell'ufficio lettere smarrite.