Recensioni / Le tre lingue di Sovente per una tellurica Cumae

Sono passati più di vent'anni da quando Michele Sovente pubblicò Cumae, suo quarto libro che gli valse il Viareggio e la fama, ma che soprattutto diffuse quella sua straordinaria lingua poetica che all'italiano fondeva il napoletano e il latino costruendo e smontando parole, in un dire che si fa intimo e coltissimo, antico e popolare, magmatico, tellurico. Unico. Sovente - che fino alla morte nel 2011 per molti anni ha collaborato con Il Mattino - scavava così i tempi della storia, le geografie a lui e a noi vicine per fare del paesaggio una radice, del mito l'anima comune di una terra magica, che è stata culla di civiltà, abitata da mostri e chimere del passato e della contemporaneità. E lo sguardo dolente restava in attesa di suoni e voci, lì dove «parlano i ruderi oscuri della storia», come se nella rivelazione del passato si potesse trovare la ragione del riconoscimento del presente. Un maestro fu Sovente, per i suoi allievi di Antropologia all'Accademia di Belle arti di Napoli e per quanti seguivano il suoi versi domenicali nella rubrica «Controluce» sul nostro giornale, specchio di inquieti bradisismi poetici. Da tempo introvabile, ora Cumae torna per Quodlibet (pagg. 496, euro 28) in edizione critica commentata da Giuseppe Andrea Liberti. Magnifica.