Recensioni / Della entrata

In una lettera del 17 febbraio del 1609, da Pechino, Matteo Ricci scriveva al confratello Joao Alvares a Roma: "Nel fine dell'anno passato non so come mi venne alla mente che io qua era restato solo de' primi che entrassimo in questo regno; e nessuno già vi era che sapesse le cose di quei primi principij; perciò era buono scrivere tutto per l’ordine che successe, massimamente che ho saputo scriversi le cose, che per mia mano passorno, assai diversamente da quello che realmente accadde. E cosi cominciai a fare una relazione che penso in queste parti di là sarà di grande piacere" (Lett., p. 524). È il primo annuncio di quel testo che, quasi completato nel maggio dell'anno seguente, dopo la morte dell'autore sarà integrato con le note di Ricci, qua e là censurato, tradotto in latino, pubblicato a proprio nome dal confratello N. Trigault, e quindi in pochi anni tradotto nelle maggiori lingue europee, compresa quella italiana nella quale era stato originariamente composto. Questo testo fu il primo e fondamentale strumento sul quale l’Europa del Seicento e del Settecento formò la propria immagine della Cina. Tutto il mondo conobbe dunque la Cina attraverso Trigault; e lo stesso manoscritto di Ricci, complice forse la condanna che cadde sul metodo missionario del maceratese dopo la sua scomparsa, fu dichiarato smarrito per quasi tre secoli. Infine, agli inizi del Novecento, fu ritrovato nell'archivio storico dei gesuiti dal padre Tacchi Venturi, che ne curò la prima edizione, insieme a quella delle Lettere, stampata e pubblicata a Macerata tra il 1911 e il 1913. Così la grandezza di Matteo Ricci cominciò a essere riconosciuta e il governo italiano promosse l’edizione nazionale delle sue opere, affidata a padre Pasquale D'Elia. Tra il 1941 e il 1949 uscì un'edizione monumentale in tre volumi della Storia ricciana, preceduta e seguita da una gran mole di studi dello stesso editore sull'opera complessiva di Ricci. La morte impedì a D'Elia di pubblicare le Lettere e ben presto le cinquecento copie della Storia scomparvero dal mercato, chiuse nelle biblioteche pubbliche e nelle case di pochi fortunati. Videro la luce solo alcune rare-edizioni antologiche, tratte talvolta ancora dal Trigault; ma il grande pubblico rimase ancora lontano dalla conoscenza dell'opera e della vita di un uomo che i cinesi chiamavano “straordinario”:
Non v'è dubbio che Ricci pose mano alla storia dell'impresa di Cina per testimoniare la verità dei fatti "che per mia mano passorno" soprattutto dopo aver saputo di relazioni circolanti in Europa assai difformi "da quello che realmente accadde". Prima ancora dell'esigenza morale di rispettare la verità, in lui fu l’esigenza storica di rispettare, ossia di conoscere con esattezza, "per l’ordine che successe", quello che Ricci stesso considerava tra gli eventi più importanti di quel secolo e dei secoli a venire: il primo incontro programmato, perseguito con tenacia e saggezza, infine solidamente conseguito, della civiltà europea con quella cinese.
E per questa ragione, per obbedire cioè alla stessa necessità morale e civile di comprensione e di rispetto per l'impresa di quel primo incontro, dai cui esiti alterni sono dipesi in passato, dipendono nel presente e dipenderanno ancor più nel prossimo futuro i destini del mondo, che anni or sono la Provincia di Macerata, in collaborazione con la Regione Marche e col Comune di Macerata, decise di por mano a una nuova edizione dei documenti che lo testimoniano sopra ogni altro: la storia “Della entrata della Compagnia di Giesù e Christianità nella Cina” e le “Lettere di Matteo Ricci”.