Recensioni / Dal cuore di Venezia la nuova rivista Vesper

Per il mondo è un mito ma per i suoi cittadini, i pochi he restano, può essere un'occasione per fare affari con le vaganti maree di turisti, oppure la memoria ossessiva di un passato che sempre smuore senza trapassare. Perché Venezia è un ossimoro dall'equilibrio labile ma costante. È «oro e fango» frammisti in «un documento concreto e immaginario, autentico e riplabile, minuto e smisurato, potente e fragile» come scrive Sara Marini nel primo numero della nuova rivista che dirige, pubblicata dallo Iuav, l'università di architettura della città lagunare. Una rivista stampata dalla grafica sopraffina, corposa di oltre 200 pagine, ponderata nella sua semestralità, e nel nome «Vesper» richiama quel vago lucore del crepuscolo, quando il giorno resta sospeso come se fosse persa l'efficacia del tempo. «Non è qui accessa la luce tagliente dell'alba che promette giorni completamente nuovi», recita l'editoriale, perché nello svanire dei colori si ricerca una verità più profonda di quanto presunte certezze possano offrire. Così questa nuova rivista, che pure è «scientifica, multidisciplinare, bilingue», dotata di un comitato scienfitifico internazionale con componenti del MIT, di Harvard, della Pontificia Universidad de Chile e di tanti altri atenei, accoglie scritti godibili anche dal vasto pubblico e schiva l'arzigogolata microlingua dell'accademia. Nel primo numero, per esempio, troviamo un saggio di Nicola Emery, dell'accademia di Mendrisio, su «Walter Benjamin e l'aura di Venezia». L'eclettico filosofo tedesco, dalla spiccata sensibilità estetica, visitò la città lagunare da studente, quando era appena terminata la ricostruzione «com'era e dov'era» del campanile di San Marco, e ne parla nello scritto Il mio viaggio in Italia. Pentecoste (1912). E racconta di giovani aggressivi, uomini trasandati, donne scarmigliate e di edifici che anzitutto trova essere vecchi più che antichi, e di vicoli stretti, sudici e maleodoranti. Una città simile a quella descritta da Alfred Kubin alcuni anni prima: «... qui sibilava una tegola che cadeva dal tetto, lì la calce si sgretolava da una parete... bisognava arrampicarsi su mucchi di macerie, era l'inafferrabile trama della morte» (L'altra parte). Ma a Venezia Benjamin conobbe anche la bellezza dei mosaici dorati di San Marco, e lo sfarzo delle feste danzanti inanellate, sotto un cielo notturno rischiarato dalle luminarie, per celebrare il rinato campanile. Sono i contrasti di una variegata realtà sulla quale si riflette inevitabilmente la complessità dell'animo umano. E Venezia esprime in modo superlativo tale complessità. Che trova vette di raffinatezza, come nelle opere di Carlo Scarpa, come la casa-studio Scatturin, raccontata dall'architetto Luigi Guizzardi. E pure i più diversi intrecci di opere che si sommano allo straordinario ambiente lagunare, sin dal V secolo conservato e rimodellato, ma poi anche storpiato dall'irrompere del petrolchimico di Marghera, suggerendo a letterati come Thomas Mann e Andrea Zanzotto quella speciale angolatura del dramma della vita e della morte che Venezia incarna sempre nella sua storia, rivisitata da Serenella Iovino, dell'Università del North Carolina in Lagoon: leggere i corpi di Venezia, uno dei tanti saggi che compongono questo primo numero di «Vesper». Che è rivista, ritratto e proposta per una città unica al mondo.