Recensioni / «I miei consigli di lettura dalla parte degli scrivaiii»

"Un libro che parla di libri. Una raccolta di testi che può diventare un affabile e denso vademecum di consigli di lettura. Nelle pagine di Un seme di umanità (Quodlibet), Piergiorgio Bellocchio ci accompagna lungo i sentieri della letteratura, quasi prendendo per mano il lettore invitato a cogliere la profondità di testi illuminanti anche per capire il contesto sociale di un'epoca. E appuntamento per discuterne con l'autore è domenica 23 febbraio alle ore 10.30 al Teatro dei Filodrammatici in via Santa Franca. Alla presentazione, organizzata dalle associazioni Città comune e Amici del Teatro Gioco Vita, interverranno anche i critici Alfonso Berardinelli e Angela Borghese.

Il titolo del volume, Un seme di umanità, assume subito la valenza di un intento programmatico.
«Il capitolo su Flaubert si conclude con la sua ultima opera, Bouvard e Pécuchet, una storia quasi ossessiva di due poveri diavoli, copisti non professionisti. Pécuchet riceve un'eredità, come evidentemente accadeva nell'Ottocento. Nel romanzo, anche in Dickens e in Dostoevskil c'è sempre a un certo punto un'eredità. Comunque Pécuchet eredita una discreta somma che gli permette di licenziarsi e di darsi alla passione di entrambi: rivisitare l'intero scibile. Quindi comprano una casetta in campagna, perchè la vita lì costava meno rispetto a Parigi, e cominciano a compiere esperimenti, passando dalla filosofia all'antropologia, dalla storia all'agricoltura, dalla mineralogia alla zoologia. Lo fanno in modo abbastanza caricaturale. Non torna niente e vengono anche in sospetto alla piccola comunità del paese. Hanno contro tutti. Io concludo affermando che è la storia di due stupidi. La betise, la stupidità, era una delle fisse di Flaubert, che prende in giro quasi tutti i suoi personaggi. Non c'è un eroe. Lo stesso Frédéric (Un'educazione sentimentale) o Emma Bovary (Madame Bovary) sono oggetto di imbrogli, turlupinature, anche ambizioni sbagliate. Alla fine la ragione principale della morte di Bovary sono i debiti. Ridotto all'osso, Emma si avvelena per mancanza di soldi. Quanto a Bouvard e Pécuchet, a furia di esperimenti, anche loro finiscono i soldi e tornano a fare i copisti. Riguardo al titolo del mio libro, la prima discussione era se si potesse usare la parola "umanità" e la risposta è arrivata da Horldwilner, nella bella frase citata in esergo. Poi mi sono accorto che il termine compariva nella chiusa del pezzo su Flaubert: "Ma nei due cretini (Bouvard e Pécuchet, ndr), ridicole vittime della cultura, apostoli fallimentari del progresso, c'è infine un'onestà, un seme genuino indistruttibile di umanità, che mancano totalmente al mondo in cui vivono che giustamente diffida di loro e se ne difende". Hanno tutti contro, "Seppure nelle note di una farsa desolata, Bouvard e Pécuchet sono due eroi del 'no', due uomini liberi, compagni di Akakij Akakievic e di Bardeby, umili scrivani come loro"».

Tra gli scrivani e gli scrittori, da Gogol a Melville, a volte si scelgono gli scrivani.
«Sì, personalmente mi metto dalla parte degli scrivani, modesti esecutori».

Nella galleria di Un seme di umanità il primo scrittore che si incontra è Giacomo Casanova, un personaggio da romanzo.
«È il primo perchè ho voluto dare una cronologa alle opere, fino ad arrivare a quelle più recenti. Ritengo la sua autobiografia sostanzialmente veritiera, anche se sull'aspetto si potrebbe aprire un discorso. Casanova è l'incarnazione dell'avventuriero».

Ce ne sono altri tra gli scrittori del libro che hanno avuto esistenze così movimentate. Per esempio Lawrence d'Arabia.
«È un caso diverse. Thomas E. Lawrence aveva ragioni politico-morali, Casanova il problema dí affermare sé stesso, di diventare un signore, essendo figlio di attori, per i quali all'epoca c'era ben poca considerazione, tanto da negare loro la sepoltura. Casanova non vide quasi mai la madre, in giro per l'Europa. Gli attori italiani, come i cantanti, erano piuttosto onorati. La lingua italiana aveva un pubblico, era più conosciuta allora rispetto ad adesso».

Casanova per la sua ambizione è assimilabile al personaggio di Barry Lyndon?
«Un po' si, come anche al cavaliere Balibari, con cui Barry Lyndon stabilisce una società di bari. C'è pieno di gente che o barava al gioco, o imbrogliava vecchie signore».

Anche Stendhal con Julien Sorel del Rosso e il nero tratteggia un personaggio simile, come volontà di riscatto sociale.
«Sorel, figlio di contadini, grazie al seminario diventa prete, va al servizio di una famiglia nobile e vede come va il mondo. Anche Frédéric Moreau dell'Educazione sentimentale di Flaubert dice alla madre che aspira a diventare ministro. Riceve anche lui un'eredità e continuerà ad alzare l'asticella, rimanendo sempre un po' sotto. I soldi permettono una certa mobilità sociale, soprattutto dopo Napoleone. Quello di Luigi Filippo è il regno dei banchieri».

Anche Balzac descrive bene queste dinamiche.
«Nei libro non c'è, perché non ho mai scritto di Balzac, ma rappresenta la quintessenza di questo discorso».

Fu un lavoratore indefesso.
«Balzac, Dickens, Dostoevskij furono vittime degli editori, che pagavano poco e li costringevano a ritmi di lavoro massacranti. Scrivevano romanzi senza sapere come sarebbero andati a finire. Uscivano a fascicoli, spediti in tutto ìl mondo. In America aspettavano la nave per leggere l'ultima puntata di David Copperfield. La dispensa era un modo per riscuotere anticipatamente, invece di dover attendere la conclusione di lunghi romanzi, a meno che uno scrittore non trovasse un editore tanto generoso da finanziare sulla fiducia un libro ancora da scrivere. Jules Verne era ricco di famiglia. Stendhal aveva lo stipendio di console. Balzac aveva dovuto farseli lui i soldi, che spendeva volentieri ,ma tutto si connette. Non diventi ricco per sembrare povero. Perchè diventi ricco, se non per essere e anche sembrare ricco?».

A proposito di Barry Lyndon, è l'unico film che ha un suo capitolo nel libro.
«L'ho messo perché il film di Kubrick mi sembra una grande narrazione. Poi c'è il fatto che deriva da un romanzo, di Thackeray, che però è abbastanza diverso. Barry Lyndon è molto più vispo nel libro rispetto al Alla fine Barry Lyndon, che voleva imbrogliare, resta imbrogliato. Anche a Casanova va male, ma era molto più brillante. Gente che non sa mai fermarsi: ne fa sempre qualcuna per cui deve tagliare la corda e sparire. Casanova termina tristemente i suoi giorni in Boemia».

Nel capitolo su Barry Lyndon, riguardo il tema del passaggio dal libro al film, c'è un riferimento al Casanova di Fellini quale occasione mancata.
«È un film che non ho capito. Eppure Casanova poteva essere un personaggio adatto a Fellini. Non so cosa Fellini sia andato a pensare: Casanova era un personaggio tale da consentire un film quasi letterale. Il rapporto con le donne? Certo, c'entra. Casanova era abbastanza cinico, ma non sfruttatore».

Invece, come appare nel film di Fellini?
«Intanto c'è questa idea che Casanova fosse un fascista. Nel Settecento? Come regola il temine fascista lo applico dal 1922. Poteva esserci qualcuno che fosse un po' prefascista di mentalità, ma non lo vedo in Casanova. L'atteggiamento verso le donne da padrone? Mah. E sì che amo molto Fellini».

Per quali film?
«Amarcord, Otto e mezzo, anche i suoi primissimi: I vitelloni, La strada, Il bidone. Se dovessi fare un film su un regista italiano che rappresenta l'Italia sceglierei Fellini, più di De Sica, più di Visconti, più di Rossellini. Fellini ha esaltato la commedia all'italiana, Roma, Rimini, il varietà, il teatro».

Tra Thackeray e Kubrick, meglio il libro o il film?
«Il film. Quasi tutti i film hanno un'origine letteraria. Ci sono tanti bei film tratti da romanzi o novelle da poco, come pure da grandi libri. Zola ha ispirato moltissimi film, alcuni notevoli come L'angelo del male di Renoir e La bestia umana di Lang. C'è un Rosso e il nero di Autant-Lara che non è male, però non c'è paragone con il romanzo di Stendhal. L'ultimo film di Kubrick è tratto da una buona novella di Schnitzler. In Italia abbiamon Il Gattopardo di Visconti che è una buona riproduzione dal romanzo. La morte a Venezia è invece un pasticcio».

Tornando agli scrittori dalle vite avventurose, c'è il caso di Lawrence d'Arabia.
«Era un normale archeologo, che si trovava in Egitto peri suoi interessi culturali. Era in corso la guerra con i turchi e c'è entrato. Lo presero prigioniero. Se la passò male. Cosa gli abbiano fatto è un un po' un mistero».

Dal punto divista letterario?
«Ha un valore notevole. I sette pilastri della saggezza, sulla guerra con i turchi, è anche un po' noioso, ma rivela una personalità straordinaria. Poi l'ultima sua opera, scritta dopo la scelta di cambiare identità, chiamandosi solo "Ross", pur avendo una posizione e un prestigio tali da poter essere generale, fra l'altro amico di Churchill e di altri personaggi importanti, come Bernard Shaw, non ha sfruttato minimamente queste opportunità. In una specie di esercizio di umiltà ha voluto essere soldato semplice nella Raf. Questo libro, intitolato L'aviere Ross da Garzanti, poi La matrice da Adelphi, è un diario. La matrice è la disciplina. Lawrence era un masochista, come Charlus, il personaggio della Recherche di Proust, ma non il masochista che gode nell'essere umiliato, bensì il masochista che si sottopone a prove dolorose per sopportarle e dimostrare la propria forza».

In Un seme di umanità la vita di questi scrittori è narrata in modo avvincente. Quanto conta il dato biografico per conoscere uno scrittore?
«Conta molto. Sono all'antica».
Nel capitolo su Addio a Berlino lei osserva che la critica sottolineava il valore "documentario e persino storico" del libro di Christopher Isherwood per trovare cosi "un modo comodo per evitare il discorso letterario".
«Isherwood scrisse Addio a Berlino prima dell'avvento di Hitler o nell'imminenza. Sono dell'idea che tutto sommato le interpretazioni letterarie abbiano anche un valore storico. Ne cavi una serie di elementi, come l'atmosfera, che magari il libro dello storico non ti dà. Ho sempre amato le biografie. Per esempio, tra i primissimi libri di Einaudi, c'è I proscritti di von Salomon, un prenazista, se vogliamo. Racconta di questi giovani sbandati, frustrati dalla sconfitta del 1918, inconcepibile per la maggior parte dei tedeschi: occupavano ancora una zona della Francia e il territorio tedesco era intatto. Tra i vincitori quelli che più avevano più paura erano i francesi, perché la Francia è più piccola della Germania. C'è poco da fare: ci sarà sempre una sproporzione e la Germania sarà sempre il Paese dominante dell'Europa. Versailles attribuì tutta la colpa ai tedeschi, imponendo di pagare i danni. I francesi occuparono parte della Germania, inviando soldati coloniali quale ulteriore uminazione. Salomon fece parte del gruppo che uccise il ministro degli esteri della Repubblica di Weimar, Walter Rathenau, ebreo, uomo politico di prim'ordine. Poi ci fu il colpo di stato di Hitler che falli in Baviera, cui segui la sua ascesa irresistibile, grazie anche alla lotta tra i socialisti e i comunisti, che non capirono la situazione. I proscritti è un bel libro, perché scritto da un ex terrorista e un prenazista. Ci possono essere anche romanzi che aiutano a conoscere momenti storici. Sui moti del 1848 in Francia c'è un capitolo nell'Educazione sentimentale di Flaubert».
La Resistenza raccontata da Fenoglio: valore letterario, storico, documentario?
«Valore in tutto. Valore letterario indubbio, però si tratta di un capitolo talmente decisivo della nostra storia che ne viene fuori anche un discorso politico. Fenoglio era anticomunista. Votò socialdemocratico nel 1948, cioè col blocco governativo. Nel 1947 c'era stata la scissione socialista e Nenni restò con i comunisti. Saragat si unì ai democristiani, ai repubblicani e ai liberali nel quadripartito, che terrà a lungo. Fenoglio era un piemontese. Nel referendum istituzionale aveva votato per la monarchia, non per la repubblica. Nei suoi romanzi si avverte bene il clima del periodo, la vita quotidiana del partigianato, la condizione contadina poverissima. E poi la disparità di armamento. Questi partigiani erano spesso in fuga, per non farsi catturare. C'erano i famosi lanci di armi degli americani, destinati ai badogliani, non ai comunisti, che cercavano comunque di prenderli anche loro, tra forti frizioni. Fenoglio narra di un incubo in cui viene sorpreso dai tedeschi insieme ad altri partigiani. La prima cos ache dice è: Non sono comunista. Non per salvare la pelle, ma per essere fucilato a parte, per una fedeltà alle sue origini».

A George Orwell sono dedicati ben due capitoli.
«Anche Böll ha due capitoli separati. Comunque Orwell è un autore di assoluto riferimento. Il linguaggio unico di 1984 è stato anticipatore di certi scenari odierni, influenzato dall'esperienza della propaganda bellica che tende a sintetizzare, poi dalla pubblicità che continua a ripeterne gli stessi slogan. La sua distopia esprimeva il pericolo del totalitarismo,visto in Urss, ma prefigurato anche in Occidente, magari meno poliziesco e meno politico in senso letterario. Profeticamente, attribuiva all'Urss e agli Usa intenti egemonici. Aveva ragione. C'erano eccome. Se poi nascessero dalla paura o da spirito di conquista, si può discutere. Spesso le cose nascono dalla paura e per difenderti devi distruggere la Polonia. Era il punto di vista dell'Urss e anche della Germania».

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