Recensioni / Un saggio alla Corte Celeste

Il ritratto sulla sovracoperta del volume raffigura Matteo Ricci insieme con Paolo Xu, riprodotto da: Athanasius Kircher, "China Monumentis... illustrata", Amsterdam, 1667, c. 114. Presentazione più significativa di questa non era possibile: due personaggi di spicco nella storia dell'evangelizzazione in Cina e della culture cinese, e un portavoce di solida espressione e sostegno bibliografico come l'incantevole Kircher. L'imponente volume (775 pagine), sembra quasi cosa ovvia, è sponsorizzato da due assessorati alla Cultura: quello della provincia di Macerata e quello della regione Marche, poiché in questa provincia e regione Matteo Ricci è originario. Ricci è infatti nato il 6 ottobre 1532 a Macerata, primo di tredici tra fratelli e sorelle. L'edizione è un monumento al grande marchigiano entrato nella Compagnia di Gesù a 19 anni, dopo avere studiato alla scuola aperta dei gesuiti nella sua città nel 1561 e nel Collegio Romano, l'attuale Università Gregoriana, dove si dedicò a retorica, filosofia, matematica e fisica, sono guide famose come il Clavio. Erano le basi per la sua futura missione in Cina, dove approdò dopo aver compiuto la sua formazione teologica a Goa e dopo l'ordinazione sacerdotale avvenuta nel 1580 a Cochin, in India. Piero Corradini, sinologo dell'università di Macerata, dopo averci presentato la persona, nella lunga introduzione, segue il Ricci passo passo nella sua residenza a Macao, nel tentativo felicemente riuscito di entrare in Cina e nella missione svelta in varie regioni cinesi per 28 anni, ma specialmente a Pechino.
Egli in questo volume ci dona in edizione critica i «commentari» che del Ricci fanno il primo importantissimo sinologo e trae il testo dal manoscritto conservato dall'Archivio romano della Compagnia di Gesù. Lo accompagna con un corredo veramente dovizioso di appendici. Evidente il desiderio di fare opera degna di accostarsi a predecessori validi come il Tacchi-Venturi e Pasquale D'Elia, autore tra il 1941 e il 1949 dell'edizione nazionale delle "Opere ricciane", che morì prima di completare il suo lavoro con l'edizione critica delle Lettere del missionario maceratese.
Il fine lodevole inteso dei curatori del volume ricciano non è religioso, ma culturale-politico: favorire le relazioni con la Cina e il dialogo interculturale.
È un armonizzarsi con il «modello esemplare di comunicazione interculturale». Quando il Ricci scrive il Trattato sull'amicizia, prima opera nella storia composta in cinese da un non cinese, si firma "filosofo dei monti dell'Occidente". Da scienziato ha contribuito a unire l'Oriente con l'Occidente; è divenuto perfino il protettore degli orologiai di Canton che 1'invocano con il nome di "Buddha Ricci". Però la sua figura, non ridotta, e quella d'un missionario che voleva introdurre il cristianesimo in Cina. I suoi metodi sono stati criticati da domenicani, francescani e dalla curia romana.
Ricci pensava che bisognava operare per 1'accettazione e valorizzazione d'un confucianesimo originario o antico, riconducibile al Dio della tradizione giudaico-cristiana. Perciò valeva di più studiare la lingua e i classici cinesi che ottenere subito 10mila conversioni. Questo il suo metodo: evitare il sistema della tabula rasa, proprio di un'azione evangelizzatrice che distrugge una cultura per soppiantarla con quella cristiana (magari, purtroppo!, intesa in modo esclusivamente europeo). Questo è il suo merito: aver anticipato di più di tre secoli ciò che oggi, in perfetta sintonia con il Concilio Vaticano II, chiamiamo "inculturazione".
Allora non stupisce affatto che di questo gigante della missione, deceduto a Pechino a soli 57 anni e sepolto nel cimitero di Zhalan, sia stata introdotta la causa di beatificazione.