Recensioni / Jim Dine Pop art col cuore

Colori, oggetti, utensili, indumenti, cuori, autoritratti. L'universo di Jim Dine è immenso quanto la sua arte, fantasia, creatività, genialità ed inventiva. Considerato uno dei massimi esponenti della Pop Art americana, irrompe con ottanta opere al Palazzo delle Esposizioni di Roma, tracciando un percorso preciso che passa nei luoghi ormai. mitici della.Judson Church e della Reuben Gallery di New York, dove iniziò la sua storia artistica realizzando memorabili happening che lo rivelarono, insieme ad altri pochi amici, come una delle presenze più incisive e radicali della cultura americana. L'edificio in stile neoclassico, progettato da Pio Picentini lungo via Nazionale, non poteva essere più adatto per contenere l'ampia antologica realizzata in stretta collaborazione con l'artista (nato nel 1935 a Cincinnati nell'Ohio, poi cittadino della Grande Mela dalla fine degli anni Cinqu anta e ora residente tra Parigi e Walla Wallanello stato di Washington) e curata da Daniela Lancioni. Ottanta opere, si diceva, realizzate dal 1959 al 2018, provenienti dacollezioni pubbliche e private, europee e americane. Un nucleo importante è costituito dalle creazioni che Dine ha donato tra il 2017 e il 2018 al Musée national d'art moderne - Centre George Pompidou di Parigi. Molti i prestiti dei "pezzi" storici provenienti da collezioni europee, tra queste ultime il Museo di Ca' Pesaro Venezia e il Mart di Trento e Rovereto e ancora il Louisiana Museum of Moderi] Art a Humlebaek in Danimarca, il Kunstmuseum Liechtenstein a Vaduz, il Musée d'art moderne et contemporain de Saint-Etienne Métropole. E poi dagli Usa i due celebri dipinti degli anni Sessanta"A Black Shovel" Number 2 (1962) e "Long Island Landscape" (1963), appartenenti alle collezioni del Whitney Museum di New York. Nelle prime sale i piccoli dipinti su tela e acquerelli del 1959, dove non si possono eludere le teste staccate dal corpo come fossero estranee, entità solitarie senza arti e braccia. Poi, arrivano le opere più conosciute, quelle che caratterizzano l'arte di Dine, basate e improntate sulla presenza degli oggetti o meglio degli strumenti di lavoro: la tavolozza del pittore egli attrezzi. Quelli più differenti dalle pinze ai martelli, dai badili ai barattoli di colore, le assi di legno che diventano tasselli dove le tonalità vengono messe in fila come una sorta di Pantone dal quale scegliere gradazioni e intensità. Ampio spazio per cinque degli otto lavori presentati alla Biennale di Venezia del 1.964, tra le icone più note dell'artista, oltre a Four Rooms e Black Shovel, Shoe del 1961, White Bathroom del 1962 e The Studio (Landscape Painting) del 1963. Una sala tutta dedicata ai "Cuori", segno infantile dell'amore che si trasforma per Dine in una caratteristica, una sorta di marchio di fábbrica.con alcune delle opere realizzate a Putnev nel Vermont nell'inverno del 1970-1971. In una delle otto sale che compongono la rassegna è esposto il grande cuore di paglia (Straw Heart) insieme alla mano verde (Green Hand), opere apparse nella mostra "Nancy and I at Ithaca" all'Andrew Dickson White Museum of Art di Ithaca (New York) del 1967. Se i contorni sono a forma di cuore all'interno i colori si mescolano in un universo astratto che ricorda le tele di Vedova e ancora un tocco di rosso tra mani fasciate. Nell'ultima sala l'omaggio a Carlo Collodi con undici sculture di legno che raffigurano Pinocchio, realizzate tra il 2004 e il 2013. Una mostra rigorosa senza inciampi- in alcune sale la luce non è perfetta- dove l'autonomia e la libertà dell'artista sono metri di misura inequivocabili. Balzi tra passato e presente con un filo conduttore: offrire un soffio di vita ad oggetti che sembrano inanimati. Interessanti i video e le interviste che permettono di conoscere meglio l'artista. Catalogo edito da Quodlibet. Rassegna aperta fino alt giugno.