Recensioni / Pianificare e amare una città, fino alla gelosia

Sono molti gli architetti urbanisti che hanno legato la loro immagine ad una città, per averne “disegnato” piani rimasti poi nella memoria dei loro abitanti. A Siena si ricordano ancora le scelte di Luigi Piccinato e Piero Bottoni per l’espansione guidata della città nel 1955. Lo stesso accade ad Assisi, città tutt’ora contenuta nella sua immagine storica per le decisioni del piano di Giovanni Astengo del 1957, a Verona il piano di Plinio Marconi del 1951 è ancora nella memoria di quella città. Alla ricostruzione e allo sviluppo di Firenze è associato il nome di Edoardo Detti e del suo colto ma inascoltato piano del 1962; a Vicenza la precisione del piano particolareggiato per il centro storico di Mario Coppa (1963/1979), a Venezia quello di Leonardo Benevolo, coi suoi rapporti per l’Unesco del 1975-76 fino al piano regolatore del 1990. Si potrebbe continuare ricordando i nomi degli ingegneri che a cavallo dei due secoli che hanno preceduto quest’ultimo, hanno dato forma all’espansione impetuosa delle città più grandi; Beruto a Milano con il piano del 1886 e Sanjust a Roma con il piano regolatore del 1909, ma non si troverà un caso simile a quello che ha legato per decenni l’attività di architetto urbanista che lega Giancarlo De Carlo alla città di Urbino.
Il caso è noto, ma il bel libro di Lorenzo Mingardi – Sono geloso di questa città. Giancarlo De Carlo a Urbino (Quodlibet, 2018) – ne documenta rigorosamente i dettagli, le ragioni, le relazioni che l’hanno giustificato e ne hanno reso possibile la costruzione nel tempo. Nel 1951, quando De Carlo arriva ad Urbino, Carlo Bo è rettore della Libera Università dal 1947; ha bisogno di una sede rinnovata e “ha un disegno in testa: trasformare il piccolo ateneo urbinate in una grande Università”. Quello che pensa sia necessario è estendere il rapporto della ‘sua’ università con la piccola ma prestigiosa cittadina che la ospita, allora isolata nella campagna marchigiana ed esclusa dai percorsi nuovi dell’economia del paese. Livio Sichirollo, giovane assistente alla cattedra di filosofia arrivato a Urbino nel 1953, scopre lì ambizioni e capacità politiche, che lo porteranno ad essere prima “eletto come indipendente nelle fila del PCI” poi “assessore alla Pubblica Istruzione e all’Urbanistica”. Infine, Egidio Mascioli, urbinate, che nonostante i timori che gli procura accettare il nuovo incarico: “Io, un operaio con la V elementare”, è eletto sindaco della sua città nel 1953 e lo resterà fino al 1970. È questo il periodo in cui De Carlo riesce a realizzare i suoi progetti più importanti, dalla ristrutturazione di Palazzo Bonaventura, la sede originaria dell’università, alla stesura del primo piano regolatore (1963), la costruzione dei nuovi collegi sul Colle dei Cappuccini (1965), la nuova sede entro le mura della facoltà di legge (1967), fino alla nuovissima, per l’arditezza dell’impresa, sede della facoltà di Magistero, nel sito del convento di Santa Maria della Bella (1972), nel centro storico della città.
A rendere possibile tutto questo è certo il sodalizio che si instaura sin da subito tra il democristiano Bo, l’anarchico De Carlo, l’indipendente comunista Sichiriollo e il comunista Mascioli, tutti e quattro legati dall’esperienza della resistenza partigiana. De Carlo e Sichirollo, condividono inoltre lo stesso retroterra culturale, con le frequentazioni di Elio Vittorini, Antonio Banfi, Alberto Mondadori, Ernesto Nathan Rogers e l’intero ambiente degli “intellettuali milanesi [è De Carlo che parla] che, più o meno, erano stati contro il fascismo e si ritrovavano quasi tutte le sere alla Casa della Cultura”; saranno loro due a far si che le due istituzioni, l’Università e l’Amministrazione Comunale collaborino in progetti condivisi.
Ma il motore di tutto è indubbiamente De Carlo. Mingardi, con ottima misura cita dai documenti d’archivio, in particolare dalle lettere, riportando lunghi passaggi dai quali non solo si ricava la prova dei fatti accaduti, ma dai quali emerge anche con forza la personalità, il carattere e l’identità di progettista che De Carlo manifesta nell’interpretare il suo lavoro e il suo ruolo nelle relazioni con gli altri protagonisti delle “sue” imprese. “Il mio ruolo è stato sempre non solo architettonico – scrive nel 1981 De Carlo al sindaco Giorgio Londei – ma anche politico: quando è sembrato io litigassi con il Sindaco, la Giunta o il PCI, io difendevo l’integrità del piano, e quindi dei cittadini. […] Finché sarò vivo, e molto oltre credo, nessun altro potrà essere «l’architetto della Città di Urbino»”.
Cosa può dare a questo architetto nato nel 1919, piccolo di statura, dall’aria giovanile, come mostrano le fotografie di allora, la grinta necessaria per scrivere al Sindaco Mascioli: “Non mi pare possibile che questa decisione sia stata presa […] senza prima informarmene…”. E poco dopo nella stessa lettera: “Ricorrono al concorso i comuni che non hanno la volontà di assumersi la responsabilità della scelta… [diversamente da quelle città, che cita una per una, citando implicitamente i nomi di Astengo, Piccinato, Bottoni, e Samonà] che hanno chiamato a redigere il piano regolatore urbanisti qualificati che davano garanzia di essere preparati per comprendere e risolvere il problema che affrontavano”.
È indubbio che De Carlo abbia trovato in Le Corbusier una figura ispiratrice, oltre che per le sue architetture, per la sua indipendenza di architetto, la semplicità con cui si rivolge ai potenti del suo tempo per proporre le sue idee, il suo essere irrimediabilmente e ostinatamente capace di elaborare progetti che trovano più risposte contrarie che adesioni. È lui a pubblicare la prima antologia degli scritti di Le Corbusier in Italia, sostenuto in questo da Elio Vittorini, suo amico fraterno, a sua volta voce indipendente e critica, nell’Italia del dopoguerra. Tuttavia nei suoi argomenti, nel suo fare politico, nei temi che affronta ad Urbino, principalmente riferiti alla vita dell’università, riecheggia continuamente la figura di Patrick Geddes, promotore e realizzatore a Edimburgo nel 1887della prima University Hall autogestita dagli studenti e teorizzatore della diffusione dell’università nella città, come modo che consente all’università di accedere a molti importanti centri di produzione culturale in città e alla città di disporre delle funzioni educative dell’università aperte così a tutti i cittadini. Diversamente da Le Corbusier, che rivendica la sua autonomia dalla politica, Geddes frequenta gli anarchici del suo tempo e ne adotta le modalità d’azione, per un attivismo che mette al centro dell’azione urbanistica il coinvolgimento dei cittadini; lo stesso atteggiamento che darà a De Carlo una delle peculiarità del suo lavoro di urbanista.
Con De Carlo, nell’immediato dopoguerra vive a Milano Carlo Doglio, anarchico, attivo a Ivrea con Olivetti e conoscitore della letteratura anglosassone: insieme tradurranno dall’inglese The Culture of Cities, l’importante libro pubblicato nel 1938, da Lewis Mumford, il principale diffusore delle idee di Patrick Geddes al di la dei confini europei. Entrambi, De Carlo e Doglio, con la partecipazione di Ludovico Quaroni, realizzeranno i tre cortometraggi della VIII Triennale, nel 1954, decisamente osteggiati dai colleghi urbanisti più anziani e affermati. Proprio in uno di quei filmati De Carlo propone la sua “nuova” personalità di progettista, che non consiste, come si è a lungo voluto credere, nel prendere le distanze dalle identità allora accettate, ma nell’aggiungere ai ruoli dell’architetto, dell’ingegnere e del pianificatore, anche quello dell’attivista.
A Urbino, come lascia capire Mingardi con il suo racconto, De Carlo porta la passione dell’attivista, la cura dell’architetto urbanista per una città di cui si dice innamorato, insieme ad una innegabile capacità seduttiva e all’arroganza di chi è sempre nel giusto, anche se pronto a smentirsi per qualcosa che ritiene più giusto di quanto già fatto o detto. Mingardi dedica i capitoli del suo libro a tutte e tre le opere più importanti fatte da De Carlo a Urbino negli oltre primi venti anni della sua attività in città: il Piano Regolatore, i Collegi, la Facoltà di Magistero, ultima impresa non meno ardua delle precedenti. Fino al 1970, quando le cose a Urbino, cambiano. “Caro Bernardini [si rivolge al nuovo assessore all’urbanistica della giunta del nuovo sindaco Magnani, con una lettera del 1970], a questo punto io non ho alcuna intenzione di continuare a giocherellare col Comune di Urbino. Se voi non sentite la responsabilità politica che una operazione di pianificazione urbanistica comporta e siete disposti a giocarla per correre dietro ai piccoli intrighi dell’interesse privato, io che invece sento questa responsabilità politica non posso continuare ad assecondarvi”. La lunga collaborazione tra l’architetto e la città si interrompe.
Riprenderà anni dopo, con una città che si renderà conto degli errori fatti percorrendo strade diverse e un architetto maturato e sempre più ispirato dall’identificazione con il suo ammirato predecessore, Francesco di Giorgio Martini 1439-1501.