Recensioni / W Cesarini Sforza, Il diritto dei privati

Il diritto, ha scritto una volta Hegel, esiste solo come «ramo d'un tutto, come pianta che si avviticchia ad un albero, stabile in sé e per sé». Con Il diritto dei privati, opera apparsa per la prima volta nel 1929, e ripubblicata , a cura di Michele Spanò, per i tipi Quodlibet, Widar Cesarini Sforza (1886-1965) innesta la sua proposta speculativa sul solido tronco del neoidealismo, nonostante le riduzioni, e forse proprio per emendarle, che della giuridicità avevano fatto i due scolarchi italiani, Croce e Gentile. Il diritto, allora, per Cesarini Sforza, né si risolverà nell'utilità - stante la prevalenza, nell'economica , dell'ego sull'alter - né si alienerà nell'eticità astratta del volere già voluto, essendo invece, l'«atteggiarsi in rapporti giuridici» , caratteristica precipua dello spirito pratico , che all'ego e all' alter assicura, a dispetto di ogni insostenibile reductio ad unum, una «situazione di equilibrio e di equivalenza».
Non che il diritto smetta perciò di essere volizione, ma - e questa è intuizione felice di Cesarini Sforza teorico dell'istituzionalismo - esso cessa di essere monopolio esclusivo dello Stato, disvelando al contempo una natura pluralistica, che privilegia la «spontaneità creatrice della coscienza giuridica». Il diritto dei privati, quindi, lungi dall'esaurirsi nella «immobile e immodificabile» norma, che illude il nomoteta di aver assolto definitivamente all'opera sua, s'insinuerebbe proprio nel silenzio e nell'insufficienza di questa, aderendo direttamente al cangiante fluire della vita. Dall'opzione anti-normativistica, che consente l'emergenza del «diritto vivo», non conseguirebbe , tuttavia, la negazione della «funzione della norma», dovendosi piuttosto riconoscere, nella «regola dell'interdipendenza delle azioni», la condizione di possibilità di ogni rapporto giuridico.
È in una «concezione più vasta, anzi totalitaria, della realtà del diritto» che Cesarini Sforza ricolloca l'attività legislatrice dello Stato, rovesciando il teorema del positivismo giuridico, che un dato di fatto, quale la preminenza dell'autorità politica, celebrava come necessità logica. Alla gerarchia tradizionale delle fonti, allora, l'Autore preferisce una prospettiva stratificata, in cui il diritto dei privati, manifestazione dell'autonomia organizzativa degli attori sociali, occupa uno spazio parallelo a quello dello Stato, donde l'equipollenza qualitativa, per paradossale che possa appari­ re, fra la regolarità dell'«unione delle persone in fila per raggiungere uno sportello» e il più vasto ordinamento statuale.
Il diritto dei privati, non sempre chiaramente distinguibile dalla consuetudine, si presenta , pertanto, come «diritto delle organizzazioni» , di cui Cesarini Sforza svolge l'intricata fenomenologia, ricuperando, fra l'altro, uno dei loca classici dell'istituzionalismo, soprattutto francese, quale l'anti-individualismo, unitamente alla correlativa suspicione verso il paradigma contrattuale, che, in luogo della promozione del comune scopo associativo, favorirebbe l'incontro di interessi concorrenti. Il contratto di società, in ispecie, ripetendo la propria legittimità dall'ordinamento sta tuale, sarebbe incapace, secondo l'Autore, di creare un ordinamento giuridico autonomo. Non così, invece, le organizzazioni, le quali, sia allo sta­ to fluido, come involontarie «riunioni ideali», sia allo stato solido, come volontari «corpi sociali», istituiscono ordinamenti giuridici indipendenti, ove un'autorità variamente determinata attribuisce, in forza di una norma, diritti e obblighi agli associati.
Se il diritto dei privati occupa uno spazio parallelo a quello dello Stato, non è tuttavia escluso che gli ordinamenti giuridici scaturiti dalla libera organizzazione dei consociati rilevino anche per l'ordinamento statuale. Allo Stato, infatti, è sempre consentita la sussunzione, entro la propria orbita, degli ordinamenti extra-statuali , o con rinvio espresso alle norme di questi o replicandone i contenuti. Che lo Stato riconosca, facendoli propri, i rapporti giuridici che i privati autonomamente pongono, significa, ancora una volta, denegare l'egemonia statuale nella creazione giuridica, riconoscendola, per contro, nel solo ambito giurisdizionale. Senonché, dagli ordinamenti che lo Stato considera irrilevanti, e quindi ignora, pos­ sono comunque derivare «effetti giuridici», civili e penali, tali da suscitare, allorquando contrastassero coi dettami della legge dello Stato, la censura di essi, da parte di un tribunale statuale.
La distinzione fra genesi e applicazione del diritto consente inoltre a Cesarini Sforza di escludere, nella determinazione dei caratteri differenziali del giure, la coattività , bastando, perché logicamente si abbia «fenomeno giuridico», la compresenza di «una norma, [di] un diritto subbiettivo, [di] un obbligo». L'applicazione del diritto, come «fase» logicamente distinta e materialmente posteriore, spetterà, dunque, o allo Stato, che discrezionalmente valuterà quali rapporti giuridici corroborare con l'ausilio della sua pratica preminenza, o, per gli ordinamenti delle organizzazioni da questo ignorati, a un complesso di organismi tecnici, previsti negli atti costituitivi dei corpi sociali, deputati, nel corso di un giudizio arbitrale, alla eventuale irrogazione di sanzioni disciplinari.
I corpi sociali, quindi, alla stessa stregua dello Stato, esprimono, per coloro che vi aderiscono, ordinamenti autoritativi , dotati di un diritto pubblico (concernente la «struttura» dell'organizzazione specializzata, i «rapporti fra i suoi componenti e il governo sociale», nonché i «rap­ porti dei suoi componenti fra loro») e di un diritto privato (con cui gli associati realizzano, per mezzo di peculiari pattuizioni, lo scopo socia­ le) , congiuntamente a uno speciale diritto penale , che, pur non potendo comprimere il «principio dell'incolumità e della libertà della persona» , colpisce il reo con l'espulsione , temporanea o definitiva , dall'organizzazione.
Con Il diritto dei privati, Cesarini Sforza tenta di cogliere la «legge interna della realtà giuridica», restituendo l'immagine di una vita sociale complessa, non risolvibile nella sola relazione fra Stato e individuo, in cui le organizzazioni collettive, come piccole poleis, imprimono un nuovo dinamismo , che scompagina l'articolazione fra dritto pubblico e diritto privato , quale si era imposta in epoca moderna, per riconoscere come «ogni raggruppamento sociale tende a generare un proprio diritto positivo». Un diritto, quello prodotto dai corpi sociali, che non si limita alla regolamentazione dei rapporti interni, normando altresì, come accade nel diritto internazionale, le relazioni fra più organizzazioni, in vista del con­ seguimento di un comune scopo.
Si segnala, infine, la postfazione del curatore, intitolata, con metafora calcistica, Zona Cesarini, che offre preziosi spunti di riflessione, richia­ mando, insieme all'attualità del testo, l'attenzione sul finora non troppo meditato «spinozismo» dell'Autore.