Recensioni / Lo scalfale di Poesia

Altro che condizione postuma di un'espressione cimiteriale; o regali paragoni con lo spregioso Kavafis, lui sì rimpatriato in un luogo che rimase una inimitabile allucinazione; quella di Sovente, Cuma, è, al contrario, una marca olimpica e mondana, bazzicata da cittadino, non da avventore; ed è lo spazio che ricalca il ricamo, ragionato e chiaro, dei giardini architettati al modo degli italiani; ed è proprio qui che egli ha intuito gli squisiti ruderi del magno palazzo di quel santo ma remoto idioma, ormai crepato sebbene ancora allumato dal lenzuolo meridiano come fosse una polvere serafica che istiga la riflessione; quella lingua che compiace e appaga e che egli adora come un amorino assonnato su un paesano pagliericcio. Nulla a che fare, perciò, con chi s'è persuaso che questo sia un poeta che accatta verbi e segni lustri per edificare, alla fine, una capanna di cocci e sassi diruti; no, di questa operettistica materia non si trova alcuna macchia: al contrario, a me pare ch'egli abbia inverato l'idea virtuosa già di Piero nel ritratto dei sovrani urbinati, e cioè di due anime che si rimirano, l'un l'altra, in degnissima amicizia. Si tratta, allora, di un severo riguardo alla necessità, perfino alla fatalità, che indica come mai alcune vadano scritte in latino e altre no: un inesorabile caso che, del resto, era stato censito in un distico noto: "Non ego latine scripsi, / Lingua latina me scripsit" (Per specula ænigmatis, Garzanti 1990), quando in Cumæ "nel freddo la lingua da acque / e specchi inseguita, adesso / la linguaforca decide-recide / inscritta nel vuoto infinito". Così le vivaci equivalenze si contentano di una perfezione che non è, e non può essere, l'egoistica rappresentazione dell'uomo che l'ha pensata, ma è la ripetizione della Storia per come in quello spicciolato d'Italia — la vantata e inquieta piana flegrea, genuina quanto chimerica — ha preso forma e senso: sicché viene da pensare che anche per Sovente debba valere l'adagio del Cuore arido cassoliano di chi, "come i gatti", si affeziona "più ai luoghi che alle persone"; ma dicevo della lingua. È perciò ragionevole e veritiero coi fatti che il testo latino preceda quello in volgare che, ora si capisce, non è la sua traduzione né l'eco meno pomposa, ma è la rivelazione di quella marcia che, in un passo atletico per insuperabile fierezza, ha portato alla nostra parlata fiorentina. Il dialetto in tutto ciò c'entra per l'istintiva e rustica presenza della medesima traiettoria che, pure stavolta, non è da confondere con il lamento privato e sentimentale di un unico individuo, ché anche ciò sarebbe insopportabile e magari comico, ma ripropone il chiacchiericcio, certo: meno aulico e nettato ma altrettanto piacevole, di un consorzio soddisfatto di vivere nelle corti, tra le avvampate piazzette e i vichi, nei tinelli trafficati e lindi, o nelle sedi invernali gravate da nevi e gelo. E sta tutta qui l'avvenenza di questa raccolta: nel saper cumulare, realisticamente, il buono e il brutto delle opere e dei giorni. Ebbene, certe parti lamentano l'andazzo dei tempi, e smaniano per la strisciante e nauseante guerriglia della morte o, peggio, si levano come la corona di un'immedicabile ferita per un affetto antico, offeso e voluttuosamente, direi petrarchescamente, tarato dal "maldamore", ma, nonostante ciò, per ogni dove resistono "celesti desideri" e stravince la lusinga dei sensi che ospitano la gaiezza dell'esistenza: a volte eccitata da nuovi accidenti ma più spesso enfiata a dismisura dallo stupore che si scippa agli eventi attraverso lo sguardo eccentrico, strabico, per cui "Si vive / sí scrive di sbieco", fino a invidiare le lussuose macerie sparse tutt'intorno, a deliziarsi dei lai di uccelli che trovi dappertutto. Il libro di Sovente è dunque imparentato alla stretta a Ovidio, al suo massimo liber, e non ai manuali d'un archeologo o, peggio, alla sciupata dispensa di qualche professore di grammatica. Ora, però, non ci sono allegre ninfette e molli adolescenti che mutano in fiori aulentissimi e in sacri alberi, ma è la linguche in un tono imperativo o cameratesco e, perfino, villano, riesce ad appuntare il proprio resoconto; mentre poi, ecco il miracolo!, esclama cose affatto diverse senza che tanto paradosso provochi, mai al mondo, un malinteso. E poi non si pensi che Sovente abbia solamente saccheggiato il latino; l'ha piuttosto decorato di novità: di rime romanze, inaudite paronomasie, strofe bizzose con la tradizione romana. Sovente, se si escludono i pezzi per "Il Mattino" e qualche meritato premio, al duello preferì l'eroica solitudine, appartato nell'operoso isolamento. Questa nuova edizione di Cumae — la princeps era stata data nel 1998 per Marsilio — torna a circolare in un'edizione critica e commentata, per la cura di Giuseppe Andrea Liberti: un esempio, a me è parso, di come si possa praticare la filologia d'autore e quella dei testi a stampa grazie a un apparato compilato con minuzia. Un solo cruccio: sarebbe risultato più comodo porre all'ingresso il testo originario e a seguire il lavoro di scavo, in modo da preservare intatto l'hortus intoccabile e prisco dei versi.