Recensioni / Interviste contro l’oggetto. Le conversazioni sul design di Emanuele Quinz

È un fertile terreno di riflessione quello coltivato da Emanuele Quinz nel saggio Contro l’oggetto. Conversazioni sul design edito da Quodlibet. Tutto ruota attorno al desiderio di tracciare una prospettiva al contempo ontologica e storica del design di matrice concettuale. Il saggio guarda a esperienze progettuali che alimentano immaginari dinamici non appiattiti sulla creazione di forme e oggetti. Si tratta di inciampi asimmetrici rispetto alla produzione industriale. È l’irregolarità, il principio creativo di relazioni mobili, di processi analitici e sintetici che danno forma a pratiche concettuali e comportamentali dove è possibile vedere una forma di convivenza disciplinare tra arte, architettura e design. Si va dall’emergere del design delle interfacce (dagli esperimenti neoavanguardistici di Giovanni Anceschi e Clino Trini Castelli alle creazioni contemporanee di Yves Béhar), dall’utilizzo di tecniche artistiche, come il ready-made e il montaggio (Martino Gamper, Didier Faustino, Mathieu Mercier), all’assimilazione delle metodologie delle scienze umane, come la sociologia e l’antropologia (Superflex, Ernesto Oroza). L’autore si aggancia alle seminali riflessioni di Gui Bonsiepe, teorico del design tedesco, riprendendo l’idea che il trattamento sistematico di un tema, per quanto marginale, può rivelare virtù intrinsecamente incorporate nella pratica progettuale.

IL DESIGN COME IMPEGNO POLITICO
Attraverso la voce dei protagonisti del processo di messa in questione dell’oggetto come unico referente positivo del design, Quinz rivela nuovi punti di vista sulle dinamiche di una disciplina quanto mai inafferrabile come afferma nell’introduzione: “Sempre di più il design si esprime non solo al di là dell’oggetto, ma contro l’oggetto, assumendo forme diverse ed eterogenee, disseminandosi su una moltitudine di supporti e media, divenendo testo, immagine, film, installazione, performance, strategia partecipativa o relazionale”.
È Giovanni Anceschi, protagonista della stagione delle neoavanguardie con il Gruppo T, a definire una cornice operativa e ideologica dell’indagine di Quinz quando afferma: “La mia scelta del design, a partire dalla prospettiva dell’arte, è stata una scelta che definirei di impegno politico. L’idea che circolava in quegli anni, era che il design fosse l’arte che si scioglieva nella vita”. Nasce così una realtà ibrida dove anche il design propone pratiche necessarie ad affermare nuovi valori frutto della contaminazione tra culture e saperi. La scena del design contemporaneo vive, infatti, di continui allargamenti di campo grazie allo studio speculativo e alla convergenza di interessi sempre più ampi da ambiti disciplinari differenti.

IL DESIGN COME PRATICA SOCIALE
La polifonia orchestrata da Emanuele Quinz conferma una tensione, una spinta nel ridefinire il design al di là dell’oggetto, quasi come una pratica sociale, come un progetto di trasformazione dei comportamenti e delle visioni del mondo. È in questa dimensione in divenire che si vedono le possibilità della definizione di una scelta per alimentare nuove forme di soggettività e di immaginario. In questo scenario inafferrabile si inseriscono sguardi, voci di chi prova a indicare nelle maglie sempre più elastiche del nostro tempo tracce di futuro. È questo il compito comune dei designer che il saggio interroga alla ricerca di sensibilità capaci di salvare il design da un rischio di insignificanza, da un uso puramente strumentale. Si attivano così riflessioni sul nostro modo di vivere e le relazioni profonde ma spesso trascurate tra noi e il mondo. Gli autori mettono in crisi la loro stessa definizione abbattendo una volta per tutte la frontiera disciplinare tra arte e design, prendendo la capacità speculativa dell’una e la realizzabilità tecnica dell’altro. Sembra echeggiare come sotto testo battente in tutte le esperienze indagate da Quinz il proclama ideologico di Enzo Mari: progettare per non essere progettati.