Recensioni / Il libro d’arte. Egemonia e consenso. Dieci saggi di storia dell'arte di Alessandro Del Puppo

Egemonia e consenso è il titolo dell'ultimo libro di Alessandro Del Puppo, uscito nella collana Storia dell'arte per le edizioni Quodlibet (pp.192, € 18.00). Una raccolta cronologicamente eterogenea di saggi scritti dall'autore in diverse circostanze, ricuciti insieme in un'architettura editoriale che, come specifica il sottotitolo: Ideologie visive nell'arte italiana del Novecento, trovano un minimo comune denominatore unitario attorno alle valutazioni della critica d'arte e dei commenti, talvolta ideologici, tra gli anni Trenta e i Sessanta del secolo scorso. Alcuni nodi problematici vengono dunque messi a fuoco dallo studioso e indagati con microscopica ricostruzione storica, in cui la riflessione che ne emerge travalica la semplice narrazione dei fatti per approdare ad esiti capaci di illuminare zone d'ombra spesso considerate a torto marginali o ancora oggi poco indagate, giungendo ad esiti mai scontati. Il metodo di Del Puppo nello sviscerare e sondare le fonti è puntiglioso e rende al meglio quando l'autore riflette attorno a situazioni espositive, come nel caso del saggio sulla mostra di Tintoretto nel 1937 o quella di Courbet alla Biennale del 1954. Quest'ultima decisamente illuminante su come una mostra possa assumere sfumature e letture diverse da fronti opposti, soprattutto in un momento di forte pressione ideologica, da sinistra come da destra. Emerge in controluce una storia di politica culturale, forse anche di accensione di quel soft power di influenza internazionale che ancora oggi non manca di mostrare all'occorrenza la propria influenza, e che solo parzialmente si è tentato finora di raccontare. D'altronde la raccomandazione dell'autore è proprio quella di non slegare la storia dalla storia dell'arte, per non svilire proprio la complessità della materia. A questo assunto iniziale Del Puppo rimane fedele, sarà forse per questo che leggendo questi saggi si ha l'impressione che l'autore voglia farti navigare nelle prossimità dell'arte con apparenti graduali avvicinamenti ai problemi, senza un'immersione diretta, per poi spiazzare improvvisamente con colpi di scena degni del miglior noir. Egli indaga ogni dato con un'attenta riflessione critica, esemplare in questo senso il caso delle fotografie di particolari selezionate da Nino Barbantini per il catalogo della mostra di Tintoretto del 1937. Una mostra che nasce di fatto dopo la sospensione del critico dall'organizzazione di mostre d'arte contemporanea, non fu infatti tollerata la critica alla «malinconica», «monotona» e «disperata» pittura murale di Sironi, al tempo considerato intoccabile dal fascismo. La scelta di pubblicare in catalogo foto di particolari di grandi tele, travalica la semplice riscoperta storica e distoglie lo sguardo dal Tintoretto «poderoso illustratore di storie bibliche». Del Puppo da significato a una scelta non certo determinata dal caso e mutuata già da Roberto Longhi, ma che restituisce la misura studiata di una lettura più sottile del pittore veneziano svincolato da temi e soggetti, improntando il discorso attorno alla questione formale e stilistica di un pittore, che se valutato come tale appare efficacemente moderno, attualizzato dai pittori dell'Ottocento francese tanto apprezzati da Barbantini. Parlare di Tintoretto attraverso un taglio pittorico più che narrativo è dunque la chiave per Barbantini per poter ribadire la centralità dell'unico filone valido della pittura moderna aggirando censure e divieti. Nei dieci capitoli che scorrono alla lettura senza fatica, l'autore restituisce una visione di sponda della storia dell'arte, dedita alle riscoperte di artisti come Spazzapan, Cagli, Pizzinato ma anche a riconsiderare nuove analisi attorno a grandi nomi critici: Silone, Greenberg, Banfi. Una prosa che appare maieutica anche per la presenza di frasi che assumono il tono della raccomandazione: «In linea generale, diffiderei tuttavia non poco quando i critici d'arte si dilungano a parlare di esistenza, spirito, materia, anima,» è la micidiale stoccata all'analisi di Brandi sull'opera di Burri. Con una frase l'autore mette una pietra tombale su molte delle divinazioni critiche ancora in atto da parte di molti blasonati curatori, che sul solco brandiano continuano l'incensamento un po' povero di fantasia o quantomeno avvinghiato in pigrizie mentali che palesano una vacanza intellettuale ormai da decenni. Ardito, ma certo inedito, è il parallelismo tra Burri e Guttuso. Anche in questo caso affiora un metodo logico per affrontare un tema all'apparenza paradossale. In verità Del Puppo riesce a trovare un punto d'incontro tra due artisti antitetici per antonomasia, partendo da una visione depurata da ogni pensiero ideologico di parte, immergendosi solo nell'analisi pittorica di ciò che l'artista di Città di Castello andava proponendo sull'ultimo scorcio degli anni Cinquanta. Le domande che lo studioso si pone sono infondo molto semplici: «ci sono affinità? E se ci sono, sono rilevanti?». Non fermandosi solo a derimere il punto, ma trovando anche una confluenza delle due correnti in un terzo artista, che lasciamo al lettore scoprire, così come lasciamo il gusto di farsi stupire a chi vorrà inoltrarsi nella lettura di un libro che credo possa fungere da indispensabile viatico metodologico per tutti coloro che vorranno approcciarsi alla storia dell'arte.