Recensioni / Contro l’oggetto: di cosa parliamo quando parliamo di design

È possibile definire il design? Ci hanno provato in molti scoprendo quasi subito quanto la questione fosse complicata, perché il design risulta essere una disciplina mobile che, per sua natura, tende continuamente a rimettere in discussione non solo i fini ma anche i confini entro i quali lavorare. In diversi ci hanno provato nel secondo dopoguerra, quindi in un momento in cui la società si basava sui principi di progresso lineare, di pianificazione razionale, e c’era un’idea diffusa secondo la quale l’industria sarebbe stata il primo strumento di sviluppo. In questo contesto teorici, architetti ed intellettuali diedero definizioni rigorose, perentorie, del disegno industriale. Tomás Maldonado scriveva ad esempio: «[il design] è la progettazione di oggetti fabbricati industrialmente, cioè tramite macchine, in serie». Giulio Carlo Argan seguiva la scia razionalista di Maldonado ma con una forte influenza delle posizioni marxiste di quegli anni. Ben presto si capì che una definizione difficilmente si poteva fondare solo su questioni tecniche oggettive, ma non poteva che sfociare nel campo dell’ideologia, dell’etica e a volte della morale.
Data l’impossibilità di rendere imparziale una definizione sul design, designer come Alessandro Mendini o Ettore Sottsass si impegnarono a costruire contro-definizioni in perfetta antitesi alle posizioni di chi li aveva preceduti: «il design è dove finiscono i processi razionali e cominciano quelli magici». È chiaro che le definizioni sul design perdono l’ambizione primaria di definire, e si trasformano inevitabilmente in manifesti programmatici.
È in questo contesto che si inserisce il libro di Emanuele Quinz, Contro l’oggetto, conversazioni sul design, pubblicato da Quodlibet. L’obiettivo è cercare di capire cos’è il design discutendone con i designer e cercando di scavare nelle basi filosofiche del loro lavoro. Il fine ultimo non è trovare una risposta definitiva, o meglio “una definizione”, ma le tante risposte, le tante definizioni che possano tracciare un quadro sui temi che caratterizzano il mondo del progetto. L’autore decide di focalizzare questa ricerca soprattutto nell’ambito del design speculativo, quello più vicino al mondo dell’arte o come egli stesso scrive, «non vincolato a finalità strettamente funzionali».

Le prime interviste riguardano i principali esponenti di quello che è stato nominato “controdesign”: Ugo La Pietra, Gianni Pettena, Giovanni Anceschi e altri. I protagonisti raccontano come, da una serie di intellettuali-contestatori, alla fine degli anni ’60 sia nata l’idea di un modo di progettare altro, spesso in antitesi con il precedente: un tipo di progetto in cui l’architettura non doveva essere per forza “il costruito” e in cui il design poteva non essere per forza la produzione in serie di oggetti.
Queste posizioni, queste continue rimesse in discussione di “definizioni” su cosa sia il design, porteranno i designer a lavorare su una moltitudine incredibile di supporti e ambiti nuovi: installazioni, film, performance, immagini, testi, progetti sociali, partecipativi o relazionali. Le esperienze del “controdesign” saranno le prime a portare il design al di fuori dell’ambito specifico dell’oggetto.

Tra le diverse interviste c’è quella a Gijs Bakker, fondatore del collettivo Droog Design: parla del processo di smaterializzazione della funzione e della forma attraverso l’introduzione dello storytelling. Per lui, gli oggetti sono prima di tutto narratori ed è nel racconto che svolgono la loro funzione. «Ma cos’è in fondo la funzione? Tutti gli oggetti hanno una funzione. Anche il quadro che si appende al muro ha una funzione». È in fondo la narrazione, quello che sono in grado di comunicare, che dà senso agli oggetti.

L’intervista alla designer Pieke Bergmans mostra come il suo lavoro parta da un nuovo rapporto, spesso problematico, nei confronti della produzione di cose. Parla di “oggetti parassiti”: oggetti che distruggono, inghiottono, inglobano altri oggetti.
«Penso che un designer, o un artista, sia in un certo senso un virus, in quanto produce e materializza delle idee che in qualche modo inquinano il mondo. Perché, in fondo cosa significa essere un designer? Significa desiderare che i propri prodotti si diffondano, oltrepassino le loro frontiere, significa sperare che le nostre idee si propaghino come un’epidemia».

Anche il designer Martino Gamper riflette sulla continua produzione di oggetti: le sue sono operazioni di design che non prevedono la realizzazione di nuovi manufatti ma la decostruzione e ricostruzione di prodotti già esistenti.

Gli esempi sono molti, il libro contiene ventidue interviste, ognuna portatrice di un mondo progettuale autonomo, di una definizione sulla disciplina differente rispetto le altre. Possiamo però constatare una tendenza comune tra le diverse esperienze qui raccontate. Il continuo processo di ri-definizione ha portato i designer a vedere in modo problematico il loro rapporto con i prodotti di consumo e la produzione.
Il design dell’oggetto è diventato design “contro l’oggetto”. Da qui si spiegano tutti i processi di smaterializzazione, critica e distruzione di quello che sino a poco tempo fa veniva definita come la funzione primaria del design, la produzione di prodotti-oggetti.
Si rivela così il paradosso: è praticamente impossibile trovare una definizione univoca sul design, ma è proprio la ricerca di quella definizione l’essenza stessa del design.