Recensioni / Vesper, la nuova rivista dello iuav di venezia dedicata ad architettura, arti e teoria

Vesper pone lo sguardo al crepuscolo, quando la luce si confonde con il buio e l’oggetto illuminante non è più visibile, fotografa un momento di trasformazione. Nella rivista quindi non è accesa la luce tagliente dell’alba, che promette giorni completamente nuovi e alti sol dell’avvenire, ma quella che fa intravedere nella penombra una possibilità nell’esistente. Pitagora poi identificò nel pianeta Venere sia la stella della sera che quella del mattino, ovvero lo stesso astro ma posto in condizioni temporali differenti. Il nome della rivista evoca perciò Venere e così facendo rimanda a Venezia: la dea e la città sono accomunate dall’esser nate dalle acque.

Data la centralità che da sempre la nostra scuola riserva al progetto degli oggetti e della comunicazione, in primis Vesper è un’architettura di carta: vuole proporsi in ogni suo numero come un edificio in miniatura con diversi piani, diverse scritture, diverse comunità. Ogni rubrica accoglie discorsi scritti o per immagini, disegni tecnici o illustrazioni per mettere in luce progetti, saggi, racconti, viaggi, archivi, tutorial, parole di cui riprendere il significato in un breve dizionario che chiude ogni numero.

Vesper coinvolge molte competenze: professori italiani e stranieri, giovani ricercatori, lo studio di grafica Bruno di Venezia per il progetto del layout, la rivista è pubblicata dalla casa editrice Quodlibet.

Vorremmo sapere come questo nuovo progetto editoriale si inserisce nel filone delle sue ricerche sul riciclaggio e lo scarto in architettura.

Vesper è per me l’occasione per verificare l’estensione, le contraddizioni e le diverse modalità di espressione di alcuni temi di ricerca. Essendo un progetto corale, scopro nella costruzione di ogni numero punti di vista inattesi su questioni sulle quali ragiono anche autonomamente, la rivista è anche un modo di fare ricerca, di proseguire un discorso, di accelerarlo e contaminarlo.

Le mie ricerche sul riciclaggio e sullo scarto in architettura si stanno precisando in alcuni approfondimenti come ad esempio Venezia come paradigma della contemporaneità e come campo di studi. Ma si stanno anche spostando per mettere a fuoco la nuova natura che sta prendendo corpo nelle aree a cui poniamo minor attenzione: ad esempio un ritorno della selva (in chiave dantesca, immaginifica e concreta) inatteso. Un’altra traccia di ricerca, che stiamo affrontando anche nella rivista, investe il ruolo e i compiti dell’autore nelle culture del progetto, in un tempo in cui l’anonimato va di moda ma persistono anche grandi celebrazioni di singole griffe.

Una delle caratteristiche della crisi contemporanea può essere identificata nell'incrinarsi del rapporto tra ricerca e divulgazione, che futuro vede per gli strumenti tradizionali della carta stampata e che nuovi rapporti si possono sperimentare tra loro e i media digitali?

Quando ero studentessa, negli anni Novanta, ricorrevano gli allarmi per la possibile perdita di senso del libro e di ogni racconto su carta a favore delle narrazioni digitali. A fronte di questi allarmi attendevamo dal mondo di internet quella vastità e quella profondità di pensiero sostanzialmente profetizzati e promessi. Poi certamente internet è diventato uno strumento di lavoro e di indagine, non mi pare però che abbia sostituito il libro cartaceo e nemmeno la rivista, anche perché entrambi questi strumenti sono manufatti, certo a volte pesanti ed ingombranti, ma anche presenze con le quali ci confrontiamo fisicamente.

Nell’emergenza che stiamo vivendo, con le biblioteche doverosamente chiuse, le risorse digitali sono scandagliate più di prima. Questa intensificazione della frequentazione delle risorse virtuali conferma però che si tratta di un mondo che ha ancora diversi limiti. Per contro nell’attualità assistiamo ad una grande attenzione alla ricerca (studi di medicina, statistica, progettazione di ospedali…) che abbatte i confini tra accademia e divulgazione anche a favore dell’accettazione di linguaggi non semplificati. Credo che l’incrocio dei saperi sia importante quanto l’incrocio degli strumenti di ricerca, e che i media digitali siano fondamentali anche per far conoscere i libri e le riviste di carta, che restano dei compagni di viaggio imperdibili perché si presentano come piccoli universi, parte del sistema degli oggetti di cui scriveva Jean Baudrillard e parte del paesaggio delle nostre case.

Già da questo primo numero Supervenice, si coglie una particolare attenzione nella selezione delle immagini, ci descrive il progetto fotografico che avete intrapreso?

Il primo numero di Vesper è dedicato a Supervenice, ovvero agli aspetti superlativi (molto nascosto, molto lento, molto frequente) della città di Venezia. In copertina è presente una fotografia di Armin Linke che racconta il simulatore del Mose: un tecnico è ritratto all’interno di una cabina di controllo dalla quale fa verifiche virtuali delle maree e della superdiga guardandone le simulazioni proiettate in un maxischermo. La copertina con il magistrale scatto di Linke manifesta appunto il senso del titolo del numero, così come le altre immagini presenti all’interno, che ricalcano realtà note ma alterate da progetti o eventi e immaginari inediti. In Vesper immagini e testo hanno lo stesso peso, sono pariteticamente importanti, sono due modi di parlare. Nel primo numero ricorre una luce nella quale oro e fango si mescolano: come ad esempio nei soffitti e negli spazi progettati da Carlo Scarpa per Casa Scatturin (narrati nel racconto fotografico di Alessandra Chemollo), nel brano del fumetto “Celestia” di Manuele Fior dedicato a Venezia, nelle vecchie fotografie di Tomaso Filippi che ritraggono il campanile di San Marco crollato nel 1902 le cui macerie a terra sembrano un’opera di land art, nell’“Esorcismo del serpente marino” di Alfred Kubin che accompagna il testo di Nicola Emery sull’attraversamento di Venezia del giovane Walter Benjamin.

Cosa ci dobbiamo aspettare dai prossimi numeri?

Vesper continuerà ad ospitare nello spazio della sua copertina l’opera di grandi artisti e fotografi che già con una sola immagine ci immergono nel tema che il numero della rivista affronta, oltre a tanti autori che con i loro testi o le loro opere ci mostrano l’ombra lunga della realtà che attraversiamo.

Il secondo numero di Vesper è dedicato al tema “Materia-autore” ovvero alle forme e ai dispositivi dell’autorialità. Il numero si apre con una breve autobiografia di un internet architect (Andrea Angelidakis), poi si affrontano tra gli altri: l’architetto come meteorologo in un progetto di Philippe Rahm; un asilo trasformato in una abitazione da Maria Giuseppina Grasso Cannizzo; l’opera “cucita” di Maria Lai; le fotografie e i pensieri dal fronte russo di Terragni; l’autorialità collettiva in arte e architettura e quella ancora sconosciuta dall’intelligenza artificiale; gli studi sulla morfogenesi di Alan Turing e il viaggio di Margarete Schütte-Lihotzsky; le discordanti alleanze di Giancarlo De Carlo. Nella copertina del secondo numero è presente un bellissimo scatto di Olivo Barbieri di una Las Vegas inaspettata, altre sue interpretazioni della stessa città aprono il numero e raccontano attraverso la materia dell’arte il lato autoriale della città. Il terzo numero sarà dedicato al tema della selva, la copertina riporterà una fotografia di Guido Guidi, il quarto numero avrà come titolo “Esili ed esodi” e la copertina sarà uno scatto di Stefano Graziani che ritrae un mare scuro ma lucente.