Recensioni / Pignolerie – La recensione del libro di Alberto Piancastelli

Si sa, la critica per essere efficace deve essere pignola, non deve lasciarsi sfuggire neanche un dettaglio. Nelle sue Pignolerie, edite da Quodlibet nella collana Compagnia extra, Alberto Piancastelli si diverte, e ci diverte, nel destrutturare in modo spassoso i grandi classici della poesia italiana moderna. Si, proprio quelle poesie che già soffrono della sclerotizzata lettura scolastica, che le rende spesso incolori ritornelli. Ci sono tutti: Foscolo, Leopardi, Manzoni, Pascoli, Carducci, Montale.

C’è anche La spigolatrice di Sapri, cavallo di battaglia delle elementari d’un tempo. Quelle poesie che abbiamo imparato a memoria e di cui abbiamo spesso messo da parte il senso. E allora forse è meglio disintegrarle con il paradosso di una lettura iper-letterale, con una pignoleria appunto, che le smascheri in maniera paradossale. I grandi poeti ne escono comunque indenni, ché hanno le spalle forti, e quei testi riacquistano addirittura in po’ di colore perduto.

I metri e la metrica
I critici fanno caso alla metrica, di solito. Nelle Pignolerie di Piancastelli il problema delle poesie più del metro sono i metri; come quelli che separano i cipressi di Bolgheri dalla linea ferroviaria che porta verso il paese. Troppi per poter vedere gli alberi alti e schietti, ammesso che poi siano davvero alti e non solo di media altezza; e poi se è sera, i cipressi neanche si vedono dal treno in corsa perché il verde del cipresso al buio diventa nero e si confonde con lo sfondo. Figurarsi poi se gli alberi si mettono ad andare incontro ad un treno in corsa… Ma, volendo rimanere a Carducci, il picco comico resta la proposta di andar a cercare il verde melograno nella Bologna di oggi, abbatterlo e contare gli anelli di accrescimento per giudicarne l’antichità. Sì perché, se a rigore di logica il pianto non può essere antico che lo sia almeno la pianta.

La poesia a nudo nudo
Ma questi sono solo pochi esempi. L’innesco comico, in generale, sta nel leggere tutto come se nulla di quello che si può dire possa schermarsi dietro il linguaggio figurato. Le pignolerie di Piancastelli riportano qualsiasi affermazione alla concretezza della fisica, dell’acustica, dell’ottica, della botanica, della zoologia e della biologia. Ma anche della toponomastica o della cronologia; o della matematica, e perfino dell’enologia: perché se il vino ribolle nei tini poi sa di “frenata di camion”. L’acribia di Piancastelli scardina la poesia sottraendole quello che più le appartiene: la licenza, la metafora; insomma la retorica. E se sono sempre i critici a riconoscere e lodare le licenze poetiche, è possibile per loro anche negarle, mettere a nudo il meccanismo. Il poeta è nudo, se mi si passa la licenza.

Se Foscolo può tornare a Zacinto
Gli stambecchi non stanno sulle vette delle montagne, perché non c’è l’erba; le valanghe non tuonano perché per quanto veloci non infrangono muro del suono. Tutto viene preso alla lettera, con risultati esilaranti. Il povero Foscolo non può più essere visto dal fratello Giovanni (che poi non si chiamava così) perché come fai a farti vedere da un morto; né, sempre lui, può sapere che la sera è l’immagine della morte, ché mica è morto… può però tornare a Zacinto, a patto che non passi dalle spiagge dove il suo corpo fanciulletto giacque. Lì aveva promesso di non tornare. Può passare però dagli scogli. Insomma il poeta è un fingitore, questo lo si sapeva: ma se lo si legge alla lettera il povero poeta non ne azzecca una.