Recensioni / Quodlibet pubblica Andrea Zanzotto. Del poeta dialettale veneto ecco tutte le poesie dialettali (1938-2009) con il titolo “In nessuna lingua. In nessun luogo”. E’ il capitolo di uno dei maggiori poeti italiani contemporanei.

Il mondo si misura dal linguaggio, esso lo avvolge e ne muove ogni azione umana; avvolora l’uomo, la natura, il pensiero, la fantasia, la creatività, la scienza e la poesia. Ma il linguaggio ha diversi gradi di profondità. Riguardo alla biologia della lingua il poeta italiano Andrea Zanzotto, in un articolo uscito su “In forma di parole” (luglio-agosto-settembre 1998), Una esperienza in comune nel dialetto, scrive: “È così che ci si sente strappare piedi e membra e corpo. Il tappeto su cui sempre si cammina dapprima si deteriora, poi diventa irreperibile, maciullato da un vero e proprio cannibalismo (non saprei come definirlo altrimenti), che oltre ad imbottire di mostruose fabbrichette e fabbricati immensi ogni angolo, fa della campagna e del lavoro dei campi mercato del ‘tempo libero’, quando per millenni è stato invece vero luogo della vita e della lingua quotidiana. Le espressioni, i gesti, i luoghi vengono divorati e trasformati in strizzate d’occhio, lusinghe dell’agriturismo, dell’equitazione o del giardinaggio. Cambia in questo modo completamente il rapporto millenario tra lavoro e paesaggio, tra agire e parlare dell’uomo”. La dignità del dialetto contraddistingue tutto un filone della poesia italiana contemporanea, ne sono stati esempi mirabili il friulano Pier Paolo Pasolini; i veneti Andrea Zanzotto, Raffaello Baldini e Tonino Guerra; il genovese ma milanese di adozione Franco Loi; il gradese Biagio Marin; il milanese Delio Tessa; il triestino Virgilio Giotti; il lucano Albino Pierro; il veneziano Giacomo Noventa; l’anconetano Franco Scataglini; ecc. Ecco allora la pubblicazione di Andrea Zanzotto. In nessuna lingua. In nessun luogo. Le poesie in dialetto 1938- 2009 uscito da Quodlibet. Si è visto che la lingua, il linguaggio, dà dignità lirica alla poesia in dialetto, anche rinnovandola. Oggi, la poesia misurata nei diversi dialetti, quando è grande, ha altezza indiscussa e parità d’attenzione a quella in lingua. Andrea Zanzotto parlando del suo uso dialettale in poesia, ha chiarito che il dialetto è lingua sorgiva, ancor prima della lingua italiana, d’altronde la prima lingua italiana nel milleduecento si era mossa all’interno della scuola siciliana che era lingua dialettale; il poeta veneto lo definiva logos erchomenos, “parola che viene”, veniente – ha aggiunto – “di là dove non è scrittura né grammatica”, parola che rimane per questo “quasi infante nel suo dirsi”. Dunque, il dialetto per Zanzotto, non è una lingua accanto alle altre, ma l’esperienza della stessa sorgività della parola, qualcosa come la struttura stessa del linguaggio nel suo nascere, nel punto in cui il parlante “tocca con la lingua (nelle sue due accezioni di organo fisico e sistema di parole) il nostro non sapere di dove la lingua venga, nel momento in cui viene, monta come il latte”. Il filosofo Giorgio Agamben ha intuito che “Il dialetto ha nella concezione di Zanzotto uno spessore teologico che vale la pena di indagare in tutti i suoi aspetti”. Con Hölderlin, una leggenda, Zanzotto racconta l’ incontro precoce con il grande poeta tedesco (“è avvenuto nel momento in cui stavo entrando all’università, avevo diciassette anni e iniziavo le frequenze a Padova, continuando però a vivere nel mio paese”), compreso l’innamoramento linguistico (“L’incontro con Hölderlin è stato tanto intenso quanto quello con Rimbaud, e i due incontri sono avvenuti quasi contemporaneamente”). Zanzotto parte dalla sua infanzia dialettale, da un dialetto che è una sorta di super-italiano; e lega gli incontri con Rimbaud e Hölderlin come radici forti della sua poesia alla vicenda familiare: “la mia infanzia è stata ricca di emozioni anche se non felice, ricca di stimoli di ogni genere, anche culturali, e (a proposito delle lingue) essendo sempre stata la nostra una zona di emigrazione, soprattutto francese e tedesco echeggiavano facilmente”. Il dialetto natio si mescola a frizioni linguistiche altre: “mi venivano frammenti di tedesco minimo dalla nonna paterna che era stata, a Vienna, cameriera di una Prinzessin austriaca… mio padre Giovanni lavorò all’estero, soprattutto in Francia; ma nella prima fase era stato anche lui emigrante in Austria, cioè a Trieste. E già il nonno Andrea e suo fratello continuavano una tradizione secolare di migrazione in Cacania e più in su”. Una lingua dialettale che è filo rosso con il francese e il tedesco. Ecco allora che oggi si affaccia sul mondo librario la pubblicazione di tutte le poesie in dialetto di Zanzotto, qui raccolte insieme per la prima volta accompagnate dalla traduzione in lingua e con in più la straordinaria Ecloga in dialetto per la fine del dialetto, sfuggita alle sillogi precedenti, che segna ed è un evento importante e mirato nella storia della poesia italiana del Novecento. Se la poesia, secondo il verso di Filò che dà il titolo al libro, non è «in nessuna lingua, in nessun luogo», qui il poeta lascia leggere il dialetto come una lingua atavica, naturale e primitiva, in cui si innesta e si muove la poesia, tutta la poesia del mondo. Anche se non si deve prendere alla lettera l’abiura che Zanzotto nell’Ecloga fa di tutta la sua produzione poetica in lingua (“sempre c’era qualcosa di fasullo /in quello che scrivevo in italiano”), è segnale forte che questo libro inaugura la possibilità di una nuova lettura di uno dei grandi poeti del nostro tempo.

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