Recensioni / Garboli e Pascoli nevrosi di famiglia

Per più ragioni, non ho fatto che evadere dalla famiglia letteraria italiana, al punto che mi sono accorto solo dopo i trent'anni di essere italiano. In questo sono poco in sintonia con Cesare Garboli e con la sua passione, la vera e propria "claustrofilia" italiana che alimentava l'inesauribile curiosità e la tenacia delle sue indagini critiche. La maggior parte degli autori a cui Garboli si è dedicato di più li aveva conosciuti di persona: Roberto Longhi, Mario Soldati, Antonio Delfini, Sandro Penna, Natalia Ginzburg, Elsa Morante... Prima che di scrittori la saggistica di Garboli si occupava di "persone" letterarie, di personaggi il cui carattere e destino li costringeva a scrivere letteratura, una cosa che Garboli voleva capire e non capire. Di queste persone letterarie letteralmente si ammalava, come un narratore si ammala di personaggi che non lo lasciano in pace finché non ha raccontato la loro storia.

Al riparo dalla storia
I casi clinicamente più "recidivanti" sono stati per Garboli due autori opposti come Molière e Giovanni Pascoli. Il primo gli è servito perché con tre secoli di anticipo permetteva di capire la psicologia, la sociologia dell'impostura intellettuale e politica, nonché il bisogno "misantropico", antisociale, di sottrarsi alla sua persecutoria diffusione. Pascoli invece, nell'Italia tra fine Ottocento e inizio Novecento, rappresentava una nevrosi famigliare e familista tanto sofferta e potente da inibire sia la comprensione della storia che una coscienza critica della società. In Pascoli la poesia coincideva con l'edificazione di un mito ossessivamente protettivo, il mito del "nido" famigliare e della "siepe" rurale. La realtà del mondo urbano moderno nella poesia di Pascoli è assente, come sono assenti le passioni adulte e maschili che determinano e spiegano lo sviluppo di una società attiva. Il caso Pascoli metteva perciò a nudo senza pudori la visceralità femminile della letteratura, il suo potenziale consolatorio e materno, che compensava il rifiuto di concepire ogni rapporto con la realtà e il principio di realtà se non come distruzione traumatica dell'intimità e amputazione del desiderio.
È questo il tema critico e clinico di Trenta poesie famigliari di Giovanni Pascoli, libro pubblicato ora per la terza volta (Quodlibet, pp. 500, euro 20) e primo straripante laboratorio nel quale Garboli si è applicato per più di due decenni all'analisi del versante pascoliano dell'italianità postunitaria e protonovecentesca. Quella di Pascoli è l'Italia domestica del dolore, della casa e della campagna: un microcosmo affollato di voci, echi e memorie, infestato da fantasmi famigliari che tornano a esigere un sempre nuovo tributo di nostalgia e di pianto e in cui le presenze vegetali e animali ispirano una religione dogmatica di tutto ciò che si ripete ciclicamente e non può avere storia. La storia entrerà nella poesia di Pascoli soltanto più tardi, in competizione con il suo maestro Carducci e in forma di restaurazione antiquaria del passato o di patriottismo populistico. Ma tra Myricae e i Canti di Castelvecchio la poesia di Pascoli è soprattutto un portento di sensibilità percettiva e di virtuosismo stilistico sia classico che innovativo, annegato in un mare di lacrime.
Ma perché Garboli si è concentrato tanto a lungo proprio su una serie di "poesie famigliari" che non eccellono certo per qualità letteraria? È chiaro che non cercava, da critico letterario, la letteratura al suo meglio; cercava piuttosto ciò che di non letterario la letteratura nasconde o rivela. Qui non si tratta delle migliori poesie, ma di quei «versicoli di casa ai quali Pascoli non dette mai, ovviamente, alcuna importanza». Il loro «vero interesse» è che sono la spia di una censura; contengono «dettagli che aprono sull'inferno pascoliano». L'inferno di un uomo che a partire dal trauma infantile dell'assassinio del padre (per ragioni mai chiarite) e della morte precoce di sua madre e dei fratelli maggiori, si rifugiò per tutta la vita nei doveri del lutto e nella famiglia a tre con le sorelle-figlie Ida e Maria. Pascoli, dice Garboli, «si proibì la virilità, la cancellò, la rimosse per concedersi la gioia e la smemoratezza di un sentimento felice e incestuoso».
È risaputo che la saggistica di Garboli è stata così idiosincratica, autobiografica, stilisticamente perfetta e abbagliante da sedurre non pochi giovani critici, anche se giudicata uno scandalo narcisistico dai seri professionisti dello studio letterario. Il libro sulle Trenta poesie famigliari è però anche un'eccezione. La sua ossessività documentaria e interpretativa ha prodotto infatti più un archivio biografico-filologico senza forma che un vero libro.

«Un micro-schedario gigante»
Maestro nell'arte di autodefinirsi in negativo, già nella premessa «al lettore» della prima edizione (1985) Garboli ha scritto: «Confesso che io stesso non saprei che nome dare al mio lavoro: ci sono libri che nascono da un impegno programmatico, e altri che si sviluppano fortuitamente, all'insaputa di chi si fa largo tra i cespugli. Il destino di questo libro è di appartenere alla seconda specie (...) non un'antologia ma un micro-schedario gigante, un brogliaccio che invece di mantenersi manoscritto a un tratto si è imposto uno stop e sì è riprodotto a stampa». Garboli ripeteva di non essere né un critico letterario, perché non parlava di pura letteratura, né un vero scrittore, perché non inventava ma immaginava la realtà. La critica e la letteratura hanno però bisogno, ogni tanto, di spogliarsi di ogni abito ereditato e di passare attraverso un «né questo né quello» per ritrovare sé stesse.