Recensioni / Le acrobazie di Hugo Ball il «dada» mistico

A conclusione di plurime e lunghe riflessioni sull'opera di Hugo Ball (1886-1927), il germanista Gabriele Guerra ha dato alle stampe un volume che le raccoglie, armonizzandole e approfondendole: L'acrobata d'avanguardia. Hugo Ball tra dada e mistica (Quodlibet, pagg. 130, euro 16). Un saggio di dimensioni contenute, ma rigoroso nell'approccio e negli apparati, che percorre con efficacia alcune stazioni dell'itinerario intellettuale di una «figura prismatica del proprio tempo». Uno spirito libero, un poeta, un mistico infine, nella sequenza che biografia e opere sembrerebbero indicare come itinerario sfacciatamente contraddittorio: dallo sberleffo irriverente della poesia e del teatro dadaista all'ascesi mistica caratteristica del cristianesimo bizantino. Sembrerebbe... Ed è infatti merito di Guerra l'aver ricostruito qui l'intera parabola di Ball come un destino già contenuto in nuce fin dall'inizio.
Dopo aver attraversato con entusiasmo avanguardista (come tanti) l'esperienza della guerra, il tedesco nel 1915 decise di lasciare la Germania, dove l'aria era irrespirabile e dominava la censura, per trasferirsi in Svizzera, a Zurigo, dove appena un anno dopo insieme a Emmy Hennings avrebbe fondato il Cabaret Voltaire e sarebbe diventato l'estensore del Manifesto del Dadaismo. Già nel 1917 tuttavia il tedesco prese a consigliare ai suoi amici del Dada la lettura dei Padri della Chiesa. E non sorprenda, ammonisce Guerra, visto il famoso episodio con Ball protagonista sul palcoscenico del Cabaret Voltaire nel quale già nel 1916 definì se stesso «vescovo e mago»: «Notai allora che alla mia voce non restava altra via se non l'assumere l'antichissima cadenza di una lamentazione sacerdotale iniziai a cantare le mie sequenze vocaliche nei modi recitativi dello stile chiesastico». Una sospensione tra «gusto della provocazione e serietà trascendentale», tra «performance dada e trance estetico ascetica», come la chiama Guerra, che ha finito per essere il tratto portante e costante di Ball. Effettuato un passaggio a Monte Verità (tanto caro a Herman Hesse), dove il tedesco resterà deluso dalla «quantità di idioti naturisti che se ne vanno in giro in sandali e tunica romana», Ball prese a lavorare a Cristianesimo bizantino (Adelphi 2015), professione di fede di un poeta e «incunabolo del cattolicesimo politico tedesco» (Guerra).
Quella che nel 1923 uscì nelle librerie della Repubblica di Weimar è l'opera più enigmatica di Ball. I teologi dovettero fare i conti con l'effrazione compiuta dal tedesco rispetto allo standard scientifico, mentre gli amici del poeta, quelli della cerchia zurighese in particolare, non riuscirono a far altro che scrollare il capo, accusandolo di una «regressione» religiosa e politica. In realtà, sostiene Guerra, i monaci e i santi bizantini, «mediatori esemplari tra la sfera trascendente e quella immanente», sono «portatori figurali», oltre che di un'«intenzione ascetica», anche di «una specifica teologia politica della fine, cioè dell'eschaton».