Recensioni / Beatriz Sarlo, «Una modernità  periferica»: anni venti come laboratorio letterario.

Possiamo cominciare da un paio di corna: le lunghe corna di un bue magro, razza slanciata e aggressiva, che in Don Segundo Sombra di Ricardo Güiraldes colpiscono il cavallo montato dal narratore. Chi dice «io» in questa storia di iniziazione gauchesca è il ragazzo Fabio Càceres, nel cui albero genealogico vennero decifrati i nomi di Kim e di Huckleberry Finn. Il libro esce nel 1926. A quella data, però, poco bestiame argentino appartiene alla vecchia razza criolla the Güiraldes insiste a tenere sulla scena: in soli tredici anni, 1895-1908, la percentuale precipita dal 50 all'8,7 percento: quelle corna sono improbabili. Per di più, non compare un personaggio straniero: eppure, sempre nel 1895, nella provincia di Buenos Aires lo è già un terzo della popolazione. «Si può essere gaucho e simbolista», osserva a questo punto Beatriz Sarlo. In che modo uno scrittore della metropoli reinventa la pampa? È credibile un gaucho porteño modellato su esempi letterari del Mississippi o di un'Inghilterra trapiantata nell'India?
Era stato Borges a evocare Kim e Huckleberry, ed è lui il pivot su cui gira la grande macchina del saggio di Beatriz Sarlo: Una modernità periferica Buenos Aires 1920-1930 esce nel 1988 ed è arrivato da noi grazie all'audacia dell’editore Quodlibet (pp. 306, € 19,00), che ne ha affidato cura e traduzione a Edoardo Balletta. Modernità periferica è un vero uovo di Colombo, e c'è da scommettere che molti saranno tentati di adattarlo a contesti incongrui. Sarebbe meglio, invece, sottolineare 1'articolo indeterminativo: una è l’ancora che consente a queste pagine di mantenere quanto promettono. Malgrado le apparenze questo non è un libro teorico; è un'opera concreta, uno studio di stilistica delle popolazioni. Volentieri si scavalcano le pagine preliminari, dove si traccia l'idrografia degli affluenti che hanno irrigato il testo, da Benjamin a Marshall Berman, da Carl Emil Schorske a Hayden White.
La verità è che in Beatriz Sarlo la curiosità letteraria divora quella filosofica, e che il nocciolo teorico si riassume in breve col decennio 1920-'30 Buenos Aires si rende consapevole della propria natura di città ibrida, multanime. «Negli anni Venti inizia una doppia esperienza letteraria:l'entrata nel campo intellettuale di scrittori che provengono dal margine, e la tematizzazione del margine nelle opere che questi producono. (...) Gli scrittori fondano il sobborgo a partire da particolari ibridazioni estetiche e ideologiche. (...) Il poeta nel margine non è un osservatore che realizza un viaggio verso l’ignoto o il diverso, ma un personaggio situato nella massima prossimità topografica e temporale al suo soggetto». A Buenos Aires si pratica una «narrativa di inizio», nella quale «la soluzione immaginaria è costituita dai "margini" porteños e dai margini della letteratura universale, pensata come uno spazio proprio e non come un territorio da conquistare». (Se questo è vero, non dev'essere casuale che in Argentina abbiano trovato parte del loro bene tre eccentrici come Gadda,

Enunciato il tema, il meglio sta nelle esemplificazioni. La Sarlo ricostruisce amicizie e rivalità, ci fa sfogliare giornali e riviste, illumina le contiguità tra letterati e artisti (Xul Solar su tutti), ci risucchia in quell'ambiente che si vuole ultramoderno ma rimane impiastricciato di tardoromanticismo. L'effetto complessivo si può paragonare a quello prodotto dall'antologia Italoamericana di Francesco Durante, duemila pagine che hanno reso visibile un continente letterario. Anche qui gli autori sconosciuti non si contano, da Raúl González Tuñón ad Arturo Jauretche. Ma troviamo anche i tradotti in italiano decenni fa e poi dimenticati, come Eduardo Mallea e Raúl Scalabrini Ortiz; e ritroviamo, infine, Roberto Arlt, 1'onnivoro e parodico e sfrantumato Arlt, cresciuto «lontano dalle zone prestigiose che autorizzano la voce»: qui c'è solo da sperare che un editore italiano ne riprenda a cuore la sorte.
Il capitolo più bello di Una modernità periferica, il più accelerato e brioso, riguarda tre donne diversissime: Norah Lange, Alfonsina Storni, Victoria Ocampo. Della prima, jeune fine hyper-rangée, Beatriz Sarlo riceve la fascinazione con meravigliata ironia. Quanto ad Alfonsina, lei arriva a Baires nel '12: ha vent'anni, è incinta, non ha un uomo. A dispetto di tutto e tutti si trasformerà in poetisa (parola peggiorativa) di successo; possiede mezzi linguistici sommari e indiscutibili; sa piegare il sentimento lacrimevole a una efferatezza sottile, una sprezzante chiaroveggenza musicale di donna che sa bene la vita pur sbagliando ogni volta daccapo. È poco tradotta anche lei; sarebbe bello che con la sua lucidità dilaniata si misurassero Patrizia Valduga o Rosaria Lo Russo.
Anche Victoria Ocampo dovette penare prima di raggiungere lo stato di mecenate, prima di darsi alla saggistica «genere maschile per antonomasia», prima di avviare l'impresa che la renderà celebre: «Si potrebbe dire che "Sur" è la rivista che Victoria Ocampo, adolescente,. aveva sognato: risponde, vent'anni dopo, alle sue difficili lotte per l'iniziazione in campo intellettuale». Chissà se, dopo il carteggio con Caillois, arriveranno in Italia le sue memorie.
La Ocampo fu la prima, in Buenos Aires, a progettare per sé una casa moderna. E proprio una rivista chiamata El Hogar, il focolare, è la misura del clima di allora. Su quel quindicinale femminile Borges pubblica nei secondi anni trenta le fulminee recensioni, le schede biografiche da una cartella, le divagazioni raccolte sotto il titolo Testi prigionieri, specimen assoluto della periferica modernità argentina di un talento nel miniaturizzare il resto del mondo senza nulla dissipare della sua energia perturbante.
Purtroppo, il Borges anni venti che troviamo nelle pagine della Sarlo è francamente insopportabile, molle e solenne insieme. Eppure è fin da allora il più germinale, il più stratega di tutti. Non è un caso che la sua prosa smetta di essere così dandystica e olezzante proprio a quello snodo – 1930 segnato dall'Evaristo Carriego: libro «menos documental que imaginativo» che traversa i secoli di Buenos Aires a cavallo della poesia gauchesca e - gesto caratteristico in Borges - si foggia una persona poetica per interposta persona.
A Borges, escritor en las orillas, scrittore del e dal margine, la Sarlo ha intitolato nel '95 una monografia. Se Güiraldes vagheggia (mistifica) la sua pampa della metropoli, Borges compie l’operazione inversa, fondando la mitologica città del passato col linguaggio di una letteratura a venire. Nel decennio narrato da Beatriz Sarlo spazio letterario e spazio topografico si corrispondono. La lettura ci lascia con l'impressione di un lungo atterraggio, la stessa che si può provare abbassandosi in aereo su quella baia: avanti a tutto c'è il fronte dei grattacieli, la muraglia sfaccettata e solidale dei grandi scrittori che presidia le acque; alle spalle, un sottobosco vasto come gli arrabales di Buenos Aires, un casellario interminabile di strade ortogonali, di villette e piccoli edifici popolari sempre più bassi man mano che si procede nell'entroterra. Alzando gli occhi si vede un cielo così come descritto in Hombre de la esquina rosada, il primo vero racconto azzardato da Borges: cielo hasta decir basta, cielo fino a dire basta.