Recensioni / L'Inghilterra traviata e «italianata»

I rapporti fra l'Italia nel Cinquecento e l'Inghilterra di Elisabetta Tudor costituiscono ancora oggi uno dei problemi più affascinanti per chi voglia studiare l'influenza, e si potrebbe dire l'egemonia, della cultura italiana in quel periodo fondamentale per la genesi dell'Europa moderna. Sono state fatte importanti ricerche nel corso del Novecento da insigni studiosi come Napoleone Orsini, ma il terreno resta ancora da esplorare. Ci sono dei dati di fatto che occorre tener presente per capire l'importanza del problema: Elisabetta conosceva l'italiano come i rappresentanti più autorevoli della élite inglese a Londra; spesso religionis causa, erano presenti molti italiani che lavoravano ad esempio in tipografie che stampavano testi di autori come Machiavelli o come Aretino in italiano, destinandoli alla circolazione nel nostro Paese oppure agli intellettuali inglesi in grado di leggere la nostra lingua. Per citare solamente un caso, uno dei più grandi tipografi-editori inglesi, John Wolfe, stampa negli anni 80 del Cinquecento le opere di Machiavelli: nel 1584 vengono pubblicati fra gli altri testi i Discorsi con la falsa indicazione Palermo, Appresso gli Heredi D'Antoniello degli Antonielli.
Ma l'opera di Machiavelli era invece pubblicata a Londra così come i dialoghi italiani di Giordano Bruno che escono nella capitale inglese tra il 1583 e il 1585, anch'essi con falsa indicazione del luogo di stampa e del nome del tipografo editore. Del resto per capire l'importanza della presenza dell'Italia in Inghilterra in quei secoli decisivi basta leggere i sermoni dello stesso periodo dei maggiori esponenti puritani che attaccano in maniera violenta la cultura italiana eterodossa - da Pomponazzi a Cardano. Gli unici che si salvano sono Girolamo Savonarola - diffuso anche in edizioni popolari - e, in misura minore, Gianfrancesco Pico della Mirandola. Naturalmente non tutti accettavano questa presenza così diffusa della cultura italiana, verso la quale avevano un atteggiamento nettamente negativo, come appare dal detto «inglese italianato, diavolo incarnato».
Sono perciò importanti i Saggi libertini di Gilberto Sacerdoti pubblicati ora dalla benemerita casa editrice Quodlibet, che si soffermano in modo particolare sui rapporti fra Italia e Inghilterra ma assumendo come punto di vista quello degli «ateisti», degli «epicuri», degli «empi», in breve dei «non conformisti», gettando nuova luce sull'influenza che su grandi rappresentanti della cultura inglese, come Ralegh, o Bacone, o Marlowe, o Shakespeare, ha avuto la cultura italiana.
Sacerdoti è già ben conosciuto per due suoi libri fondamentali: Nuovo cielo, nuova terra. La rivelazione copernicana di Antonio e Cleopatra di Shakespeare e Sovranità e sacrificio, recentemente ripubblicato proprio da Quodlibet, nel quale mostra come Bruno abbia prefigurato aspetti centrali del pensiero politico moderno unificando nel sovrano sia il potere politico che quello religioso. Questi saggi rappresentano lo sviluppo di quelle indagini e, in alcuni casi, un vero e proprio passo in avanti della ricerca come ad esempio accade nel saggio Le dannabili opinioni di Christopher Marlowe. L'anticristianesimo rinascimentale, la guerra di religione, nuova filosofia e fonti pagane, pubblicato su «Rinascimento» nel 2016. È un saggio nel quale appare con chiarezza la diffusione in Inghilterra di posizioni sostenute da Giordano Bruno, in modo particolare nello Spaccio de la bestia trionfante, con una serie di confronti testuali che colpiscono e che continuano a dimostrare quanto sia stata profonda la traccia del Nolano nella cultura inglese. Nonostante tutti i giudizi violentemente negativi espressi su di lui, e che restano vivi ancora venti anni dopo il suo abbandono dell'Inghilterra, alcune delle posizioni più duramente anticristiane di Bruno sono riprese da Marlowe e elencate con precisione nella denuncia che Baines fece di queste «dannabili opinioni» al Privy Council.
Il lavoro di Sacerdoti è però interessante oltre che per i risultati acquisiti, per il metodo che segue e che mira in modo costante a decifrare, oltre il diritto, il rovescio delle posizioni che analizza. In altre parole Sacerdoti sottopone i suoi testi a un'analisi che cerca di mettere in luce quello che essi non dicono in modo diretto ma che, qualora sia individuato in maniera corretta, sono in grado di rivelare. È interessante da questo punto di vista la citazione che l'autore fa di un testo di Shaftesbury del 1711 che illumina bene il suo metodo e le ragioni da cui viene sospinto per metterlo in pratica: «se agli uomini viene proibito di esprimere seriamente le loro opinioni su certi soggetti, lo faranno ironicamente. Se viene loro proibito di parlare del tutto di questi soggetti, o se troveranno troppo pericoloso farlo, allora raddoppieranno il mascheramento, si avvilupperanno di misteriosità e parleranno in modo di non essere quasi capiti, o perlomeno facilmente interpretati da coloro che sono disposti a far loro dei danni».
L'Inghilterra italianata - osserva Sacerdoti - servendosi di questo tipo di scrittura ha prodotto dei capolavori. È giusto l'uso di questo lemma - «italianata» - perché la dissimulazione sia nella pratica civile e politica sia nella scrittura è stata un punto di riferimento della cultura italiana almeno dal Quattrocento al Seicento, da Alberti - e basta pensare al Momus - fino a fra' Paolo Sarpi, il quale dice che nel nostro Paese non si può vivere se non in maschera.
Da questo punto di vista credo si possa fare un'osservazione di carattere più generale: se si esce dall'interpretazione tradizionale del Rinascimento e si assume invece la visione che si sta affermando negli ultimi anni e che ha insistito sul carattere drammatico, e anche tragico, dei maggiori pensatori dell'Umanesimo italiano - da Alberti a Machiavelli a Guicciardini allo stesso Bruno - il campo delle relazioni fra la cultura italiana e l'Inghilterra elisabettiana si estende ulteriormente e la stessa grande opera di Shakespeare, con particolare riferimento alle grandi tragedie dei primi del Seicento, può essere considerata secondo prospettive nuove e originali che ribadiscono la profondità dei suoi rapporti con quella cultura. Se ci si mette su questa strada si può problematizzare anche il rapporto da un lato fra Machiavelli e il machiavellismo, dall'altro fra Machiavelli e il libertinismo. Sostenere che i libertini hanno visto in Machiavelli uno dei loro maestri è un fatto; ridurre però Machiavelli al libertinismo è più difficile, specie se si pensa al suo rapporto con la religione, assai stratificato, non riducibile a un unico canone, come dimostra, per fare un solo esempio, la complessità dei suoi rapporti con Girolamo Savonarola.
Per Machiavelli la religione non è solo instrumentum regni, è anche il vincolo che fonda e tiene insieme una civiltà, la quale senza retigio non può vivere e si avvia sicuramente alla decadenza, al tramonto e alla fine. Questa posizione rende più complesso anche il rapporto tra Machiavelli e il machiavellismo - due entità distinte a meno di non voler fraintendere sia l'uno che l'altro