Recensioni / “Questo” mondo non basta più. Intervista a Marco Scotini

Utopian Display a cura di Marco Scotini è un libro plurale, non solo perché raccoglie saggi di 15 curatori e direttori di museo di tutto il mondo, ma perché tratta l’arte e le istituzioni artistiche come elementi significativi della geopolitica mondiale. Mostra la complessità del sistema con la proliferazione degli spazi deputati, delle Biennali, delle fiere, dei linguaggi e delle grandi manifestazioni globali. L’arte è insomma una chiara espressione dei sistemi di dominio.

Cosa mette in luce di nuovo l’analisi plurale condotta in questo libro?
«La pluralità mi sembra già un dato tutt’altro che scontato da cui partire. È pluralità geografica, storica, culturale, psicologica, artistica, di genere. Come disimparare l’Africa? – si chiede Simon Njami. Come uscire dalla nevrosi identitaria latinoamericana? – gli fa eco Gerardo Mosquera. Come trattare i modernismi anomali dell’ex-Terzo Mondo? – replica Geeta Kapur dall’India. Ma non solo. Se Andrea Giunta si interroga sulle possibili sottrazioni all’iconografia di un corpo afflitto dagli stereotipi patriarcali, Miguel A. Lopez vede nelle cartografie queer una forza contestativa, che sfugge alle pretese normative eterosessuali di identificazione visiva. Utopian Display non è un libro di post-colonial studies calato nell’ambito della curatela. Anzi il suo carattere fondamentale sta proprio nel tentativo di sbarazzarsi del fatto che per autodeterminarsi sia sempre necessario riferirsi allo sguardo di un altro o, meglio, di un soggetto egemonico: dunque dell’Occidente. Un Occidente che, comunque non demorde e, al di là della declamata ammissione dei diritti altrui, promuove una monotecnica, una monoeconomia e una monolingua su scala globale, pensando paternalisticamente che di lì passi il riconoscimento stesso della pluralità. E anche se artisti, culture e geografie rimasti un tempo ai margini hanno ora guadagnato una visibilità internazionale, i vecchi rapporti di potere sono ancora gli stessi. I recenti fatti di Minneapolis ne sono la prova allarmante. Mi viene in mente la mostra che avevo curato a FM qualche anno fa dal titolo esplicito: “Il Cacciatore Bianco”. Chi altro è Derek Chauvin? Non si può semplicemente prenderne distanza. Questa è la nostra cultura…».

Il volume, che è il primo di una collana nata dalla Naba di Milano con Quodlibet, è stato pubblicato in un’epoca storica diversa dall’attuale che è quella che precede di pochissime settimane l’avvento dell’era del Coronavirus. La pandemia, che è riuscita per due mesi a fermare l’intero mondo,, ha certamente determinato profondi cambiamenti anche nella produzione di mostre, musei e manifestazioni. Qual è la tua previsione in proposito?
Come si riconfigurerà il sistema dell’arte?

«Purtroppo, se dovessi dar credito (ma come non potrei?) all’onda digitale che ci ha travolto in questi mesi, dovrei constatare amaramente che nulla cambierà nel sistema dell’arte contemporanea (o nella cultura). E che quello che la minacciava prima (musei brand, top ten, artistar, ecc.) avrà adesso un dispiegamento solo più accelerato e violento. Se invece pensiamo alla possibile emersione di forze realmente antagoniste (e le folle scese ora in strada in America e Francia vanno in questa direzione) allora potremo lavorare a futuri diversi, alternativi. La pandemia virale, di fatto, ha attaccato un corpo già ammorbato da anni e anni di epidemia neoliberista. Non è un caso che Utopian Display fosse uscito prima del disastro Covid-19, partendo da tutte quelle premesse negative con cui oggi ci confrontiamo direttamente. Ma anche il libro Artecrazia (uscito nel 2016 e che raccoglieva saggi scritti a partire dalla crisi finanziaria) era già un’anticipazione chiara della situazione in cui adesso ci stiamo trovando: sia dal punto di vista sociale che lavorativo. Dunque se non ci sarà un vero dissenso culturale e un conflitto sociale, tutto sarà peggio di prima. Anche all’interno del sistema dell’arte».

Nell’era del lockdown abbiamo utilizzato dispositivi di comunicazione virtuale in modo massiccio e inedito, così come abbiamo fatto passeggiate in musei e istituzioni artistiche seduti in cucina, pensi che questa modalità si sostituirà progressivamente alla relazione fisica tra persona e opera?
«Non credo proprio che il digitale potrà essere un’alternativa, visto che è il volano alla base del progetto neoliberista. Credo invece (anzi ne sono sicuro) che la tecnologia non ci salverà. Una figura che ho conosciuto e molto amato, come il drammaturgo tedesco Heiner Müller, appena prima del crollo del Muro di Berlino amaramente constatava: “In cinquant’anni svanirà pure il residuo di emozione che spinge ancora la gente ad andare sul posto” e faceva riferimento ad un libro inglese di fantascienza in cui gli uomini vivono senza contatti fisici. È la storia della famiglia di uno psichiatra in cui tutti i membri sono in comunicazione digitale e in pieno accordo tra loro. Ma quando lui riesce a disinnescare l’interfaccia protettiva elettronica, l’incontro fisico dei componenti finisce in un massacro, perché nessuno di loro aveva mai sentito un odore umano. Non è possibile pensare all’arte senza contatto fisico, senza questo residuo, questa impurità. Né all’esposizione senza il suo carattere effimero, temporaneo, circoscritto a uno spazio e un tempo. L’arte non ha alcun senso in un mondo igienizzato».

Tra i vari interventi nel libro mi colpisce una frase di Anselm Franke che dice “I musei devono disfare se stessi, mettersi in crisi ed auto-espropriarsi, per districarsi dall’operazione ideologica rappresentata dalla naturalizzazione delle divisioni attraverso le quali essi costruiscono i loro oggetti discorsivi”, com’è possibile che ciò avvenga quando tutto il business dell’arte è basato sulla rappresentazione del potere finanziario?
«Questa reale contraddizione è però una conditio sine qua non. Nessuna decolonizzazione culturale sarà effettuale o possibile nel permanere dei presupposti delle politiche neoliberali attuali. Senza, cioè, un diverso accesso alle risorse e una disarticolazione dei poteri. Ma, allo stesso tempo, la domanda è: come agire all’interno dello spazio metaforico della cultura? In questo senso Utopian Display è piuttosto un libro di Institutional Critique, che cerca di contrastare la tradizione modernista e reinventare modelli possibili, praticabili».

Come l’arte potrebbe illuminare il difficile percorso sociale che ci aspetta in questa post-pandemia?
«Se l’arte è produttrice di immaginari, perché non cercare di re-incantare il mondo? Perché non cominciare a pensare musei e biennali come spazi situati di pensiero e d’azione? Venti e più anni di retoriche liberiste ci hanno fatto non solo accantonare ma dimenticare la sperimentazione trasformando le nostre istituzioni in nuovi modelli di imprese. In un saggio molto bello del volume, Tina Sherwell parla dei pubblici “abbandonati”, facendo riferimento a tutti quei potenziali fruitori locali che sono stati messi da parte per la ricerca di una audience internazionale che parlasse inglese. Senza mettere a punto un eco-modello d’esposizione (con tutto quello che ne consegue) potremmo ritenere perduto ogni nostro diritto alla cultura, alla critica, allo scambio sociale e alla crescita civile. Senza una decentralizzazione dell’essere umano, in favore del riconoscimento di una interdipendenza comune e di una creazione collettiva (urbana e rurale) con il resto della natura, il futuro che ci aspetta sarà terribile».

È ancora possibile parlare di Utopia?
«Quello che so è che non possiamo più accontentarci di “questo” mondo».