Recensioni / Pessoa, le polveri dell’Io

In Un baule pieno di gente, Antonio Tabucchi ricorda lo sconcerto che colse i collaboratori della casa editrice Ática di Lisbona, quando nel 1942, sette anni dopo la morte di Fernando Pessoa, venne aperta «l’arca» che conteneva i manoscritti del poeta. Fu quello il momento in cui ci si accorse che Pessoa aveva composto opere «di vasta e complessa articolazione», attribuendole non a se stesso ma ai cosiddetti «eteronimi», poeti contraddistinti da identità e idee del tutto differenti rispetto alle sue. Per fortuna dal baule emerse anche una serie di frammenti teorici di varia natura, dove Pessoa si proponeva di giustificare le ragioni della sua paradossale forma di poesia.
Sono proprio questi i testi che appaiono oggi, raccolti per la prima volta assieme nel volume Teoria dell’eteronimia (Quodlibet, a cura e con un saggio di Vicenzo Russo, pp. 304, 20,00 €). Disponendo i frammenti in ordine cronologico, la raccolta sembra delineare non tanto una teoria organica, quanto lo sviluppo di una procedura creativa sperimentata fin dall’infanzia e perfezionata nel corso degli anni. In queste pagine, Pessoa si impegna innanzitutto a chiarire che l’eteronimia è il risultato di un progressivo «sforzo interiore», che gli ha permesso di ottenere una vittoria su se stesso e su «ciò che sogna». Consiste infatti in un graduale esercizio di ascesi metafisica: attraverso una sorta di «magia intellettuale», il poeta si distacca dalle proprie «sensazioni» di dolore, le consegna a «un altro io» incaricato di soffrire in sua vece, e infine filtra tutto in una forma letteraria, scrivendo, ogni volta con un diverso stile, «cose sentite in altrui persona».

Falsi riflessi di una realtà
Il ricorso all’eteronimo, per questi versi, viene a poco a poco a precisarsi come un «fenomeno» molto più curioso della pseudonimia, che si limita a occultare l’identità di un individuo dietro un falso nome. L’eteronimia, al contrario, conduce a vivere in un sogno di finzione, dove l’io si spersonalizza, per poi sdoppiarsi e moltiplicarsi in una serie di entità estranee e «reali», capaci di coesistere, di parlare anche tutte assieme, e persino di influenzarsi l’una con l’altra. Sarebbe riduttivo trattarle come fantasmi o amici immaginari.
Gli eteronimi dello scrittore – Alberto Caeiro, Ricardo Reis, Álvaro de Campos – incarnano a tutti gli effetti «personalità» dotate di una precisa carta di identità e biografia, che sono apparse al poeta, si sono fatte visualizzare e conoscere nel loro intimo e sono arrivate ad abitare il suo io fino a polverizzarlo e demolirlo. Forse l’aspetto più affascinante dei frammenti risiede nel fatto che l’io di Pessoa continua a parlarci solo per mettere in scena il proprio annichilimento e proclamarsi, rispetto ai suoi eteronimi, «abietto e miserabile». Del curriculum del poeta, che per anni lavorò come impiegato traduttore in aziende commerciali, si è qui smarrita ogni traccia. E non solo perché Pessoa considera il «parlar di sé» come una «pratica socialmente bassa e criticamente sempre erronea». In seguito a uno sbalorditivo ribaltamento di prospettive, per il poeta l’unica vita «reale» è quella trascorsa a servizio degli eteronimi: e dunque coincide con quanto i suoi lettori chiamano sogno, finzione e menzogna della letteratura.
Poco importa se poi Pessoa ha firmato alcune opere («ortonime») con il proprio nome, oppure ha dato vita a «semi-eteronimi» – come Bernardo Soares – che gli assomigliano solo nel «modo di esporre». Simili varianti dell’eteronimia non corrispondono in nessun caso all’io di un poeta che protesta di non riconoscere in se stesso nessuna personalità esistente e si reputa degno di attenzione solo in quanto ha agito da «medium» per la scrittura materiale di versi non suoi. «Non ci capite, lo so bene», ribatte Pessoa, consapevole del caos suscitato dalle sue teorie. «Sono come una stanza con numerosi specchi fantastici che distorcono in falsi riflessi un’unica realtà centrale che non è in nessuna stanza ed è in tutte». L’esplorazione di questo labirinto, per qualcuno, potrebbe assomigliare alla visita in un «manicomio» dove blatera «un pazzo che sogna ad alta voce» e ha smarrito la distinzione fra verità e menzogna. Tuttavia, il nostro «viaggio» nelle «sale del pensiero» offre al poeta un irrinunciabile tornaconto, perché è lungo il tragitto che Pessoa riesce a impartire direttive e divieti ai «critici» dei suoi versi.
Quei critici – raccomanda Pessoa – non sono autorizzati a comportarsi come «psichiatri» in cerca delle radici «organiche» degli «eteronimismi», che per parte loro affondano in un trascurabile «stato di isteria» nevrastenica. Pessoa ci chiede di essere trattato non come uno schizofrenico, bensì come un «poeta drammatico» che si è ben guardato dal disseminare i suoi sentimenti nel teatro dell’opera poetica. Ma allora, muniti di questa «chiave» interpretativa, dovremo rassegnarci a soprassedere sulla biografia dell’individuo reale, ignorandola, come se fossimo costretti ad ammettere – in linea con quanto insegnava Roland Barthes – che la scrittura «è il nero-su-bianco in cui si perde ogni identità, a cominciare da quella del corpo che scrive». E se poi volessimo ancora insistere ad appuntare la nostra attenzione non sul testo poetico, ma sull’uomo di carne e sangue che l’ha prodotto, ci rimarrebbe soltanto il permesso di ammirare il «genio» del poeta.

Solenne cerimonia narcisistica
«Cosa può fare un uomo di genio – ci chiede Pessoa – se non convertirsi, lui solo, in una letteratura?» Assecondando la «mania di creare un mondo falso», lo scrittore si sarebbe limitato a esaudire la «missione terribile e religiosa» assegnata a «ogni uomo geniale». Se ha accettato di fare del proprio io un palcoscenico aperto al transito di una «moltitudine di esseri», è stato solo per pagare il proprio debito verso il mondo e offrire alle sue richieste di concreto impegno «un’intera epoca letteraria», creata e vissuta per interposta persona. Al cospetto di una simile impresa, impossibile non riconoscere la superiorità intellettuale dell’artefice esecutore, che in virtù della sua impercettibile ubiquità si arroga il diritto di proclamare: «In fondo sono uguale a Dio».
Avremo allora la sensazione di essere caduti in trappola. Perché da una parte Pessoa si è affrettato ad annientare il proprio io, sostituendo ogni suo residuo con la più spettacolare delle finzioni poetiche; dall’altra, quella stessa finzione, per quanto spersonalizzata, ha mantenuto pur sempre uno spazio segreto e defilato dove si acclama l’apoteosi dell’inventore suo architetto. Non è un caso se il viaggio mistico di Pessoa – come segnala Vincenzo Russo nella postfazione – si conclude con «l’intima esaltazione del poeta». La superficie riservata all’autore si è ormai fatta esigua, risibile, si è spinta a sfiorare l’inconsistenza di cui sono fatti i palazzi dei sogni. Eppure, anche in quel susseguirsi di stanze ridotte al nulla, è rimasto uno specchio appeso in un angolo per celebrare una solenne cerimonia narcisistica.