Recensioni / ATPreplica #28

L’avventura del giglio selvatico di Kierkegaard è una fiaba straordinaria e spietata, che volevamo contrapporre alle parabole sentimentali dei brutti anatroccoli e delle sirenette. L’occasione ci si è presentata proprio con questo testo, pressoché sconosciuto, scoperto e tradotto da Gianni Garrera. Già in vita Kierkegaard si era intimamente contrapposto ad Andersen e alla sua maniera di raccontare favole, anzi, in competizione con il suo conterraneo e quasi contemporaneo Andersen, che stava diventando in tutto il mondo sempre più famoso e riconosciuto come insuperabile autore di favole, Kierkegaard meditava segretamente una propria maniera di scrivere favole: storie non di buon cuore, né rassicuranti, ma severe, dure, inesorabili, indagatrici del profondo. A una storia di questa natura doveva corrispondere una maniera di illustrare altrettanto estrema, senza però, come fa anche Kierkegaard, perdere di vista lo scopo di realizzare un reale ed effettivo libro per bambini. Anche tipograficamente, con il confronto con il responsabile di collana Giuseppe Garrera e con la Quodlibet, l’idea era stampare un libro “classico” di fiabe, comodo e maneggiabile per bambini, non tascabile alla maniera adulta, ma splendente, stampato a caratteri grandi, con copertina cartonata, resistente agli urti e alle aggressioni dei bambini. Però, questo principio è stato di volta in volta estremizzato allo scopo di mantenere alcuni bisogni di severità: il tratto nero e tenebroso dei disegni (in apparenza predisposti ad accogliere l’eventualità e la libertà di essere colorati, in realtà scoraggianti), il biancore e il nitore della carta, i grandi vuoti e l’enfasi delle assenze. Pur in un apparente naturalismo del segno (d’altronde è la storia di un giglio ambizioso e di un uccellino dispettoso), le “illustrazioni” di Matteo Fato progrediscono segretamente verso un inappellabile monocromo finale, così come la storia progredisce verso l’angoscia del giglio. L’ideale di dare ai bambini, per la prima volta nella loro vita, la parola esistenzialista “angoscia” e simultaneamente visualizzarla con un monocromo nero ottenuto con furiosi scarabocchi e freghi, significava procurare due nozioni nuove, mai apparse prima nel loro mondo e premonitrici di temi o condizioni che si ritroveranno a vivere da adulti. Contestualmente il far convergere il nervosismo dei tratti dei disegni verso un monocromo era determinato dalla volontà di introdurre nella loro piccola vita un’astrazione della pittura contemporanea, altrimenti esclusa nel disegno per bambini. Pertanto il lavoro con Matteo Fato è stato di equilibrare i doveri e le attenzioni verso l’infanzia con la dose di violenza estetica che la storia del testo richiedeva.