Recensioni / Questioni sociali urgenze di fede. Il virus ci interroga

Se la domanda è «a che punto " siamo?», «cosa è successo» può già essere una risposta. Si tratta, rispettivamente, di titolo e sottotitolo di due libri molto diversi l'uno dall'altro, ma accomunati dal fatto di gettare uno sguardo problematico e tutt'altro che consolatorio sul dramma del Covid-19. Il primo (A che punto siamo? L'epidemia come politica, Quodlibet, pagine 108, euro 10) porta la firma del filosofo Giorgio Agamben ed è un pamphlet allestito raccogliendo interventi apparsi prevalentemente in rete nei mesi scorsi. Si deve invece allo scrittore Giuseppe Genna il secondo libro (Reality. Cosa è successo, Rizzoli, pagine 320, euro 19), in cui si intrecciano reportage, spinta visionaria e invenzione narrativa. Un'invenzione che si pretende tanto più veritiera quanto più è dichiarata. In entrambi i casi, pare che l'autore abbia trovato nella pandemia una conferma delle proprie convinzioni. Per Agamben è la teoria dello «stato di eccezione», la sospensione dei diritti da cui le democrazie liberali sarebbero da tempo insidiate e che troverebbe nella "biosicurezza" la sua applicazione estrema. «La nostra società non crede più in nulla se non nella pura vita», sostiene Agamben, ovvero nel culto della salute biologica: tutto, dalle relazioni personali ai rapporti economici, verrebbe sacrificato all'illusione di una salvaguardia individuale che lascerebbe libero il campo a una deriva totalitaria. Sono tesi ormai conosciute e ampiamente discusse in sede teorica (Agamben le ha sviluppate nel monumentale Homo sacer, uscito in forma definitiva proprio da Quodlibet nel 2018), e che tuttavia non hanno mancato di suscitare perplessità e contestazioni per la loro applicazione pratica alle vicende del contagio. Termine, quest'ultimo, che Agamben violentemente rifiuta, così come non dà credito - almeno nei primi contributi di A che punto siamo? - all'effettiva pericolosità del virus, in un crescendo di dichiarazioni apodittiche al cui apice sta l'accusa di collaborazionismo rivolta ai docenti universitari che svolgono attività didattica online (il paragone, francamente inaccettabile, è con gli accademici italiani che nel 1931 giurarono fedeltà al regime fascista). Eppure un aspetto della provocazione di Agamben merita interesse, ed è la sottolineatura del «bisogno di religione che la situazione fa apparire». Nello specifico, lo spunto viene adoperato per rafforzare la denuncia contro la «medicina come religione», alla quale lo stesso cristianesimo si sarebbe assoggettato. «Il male spiritualizza il mondo» è, per contrasto, la frase che Genna mette ad architrave del suo Reality. Anche qui, come accennato, l'autore torna addirittura fisicamente in territori esplorati in precedenza, ovvero nella Milano addolorata e arrogante dei suoi romanzi, fondamentale tra tutti l'autobiografico Dies Irae del 2006. Condotto in prima persona è, del resto, pure il resoconto del lockdown, nel quale vengono a convergere i temi caratteristici della narrativa di Genna, dall'azione insondabile dei servizi segreti al disfacimento del tessuto sociale. Ad attirare l'attenzione è lo spazio riservato al ruolo della Chiesa, non senza punte polemiche, ancora una volta, ma con un'insistenza che non può lasciare indifferenti. Da un lato si ripresenta uno dei personaggi ricorrenti di Genna, l'inaffidabile padre Steiner già incontrato in History (2018): un sacerdote sul ciglio dell'eresia al quale, questa volta, tocca in sorte di ammalarsi e perfino guarire. Diametralmente opposta a lui è la figura di papa Francesco, alla quale vengono riservate frasi cariche di ammirazione. «L'uomo bianco nella tenebra pronuncia le parole oneste», si legge per esempio a proposito della preghiera del 27 marzo, svoltasi in una piazza San Pietro deserta nella quale, secondo Genna, la storia si affranca da ogni immagine riconoscibile. Non è un libro rassicurante, ripetiamolo, ma almeno introduce il beneficio del dubbio o, se si preferisce, il dubbio salutare che gli esseri umani possano ancora recare beneficio gli uni agli altri. E così, mentre Agamben riduce il racconto manzoniano della peste alla sola categoria dell'untore, Genna lascia intendere che nei lazzaretti di oggi c'è ancora qualcuno disposto a prendersi cura di quel "prossimo" di cui lo stesso Agamben lamenta la scomparsa. Forse è questo il punto al quale siamo arrivati, questo è quello che è successo. È una questione politica, non si discute. Più che altro, però, è una questione spirituale.