Recensioni / Pessoa. Personalità multiple per comprendere il mondo

Nulla accade per noi: noi siamo ciò che accade. Anche la malattia ci concerne ed è umana. Se essa sia deviazione oppure differenza. O una distanza da una condizione di normalità. E se questa condizione, formazione patologica, assurdità, disturbo fosse propria la letteratura nella sua essenziale e ipertrofica e illogica estensione d’inventare personaggi? Di essere creazione allo stato puro, nel senso che non solo essa ci restituisce i personaggi ma la stessa invenzione degli autori.
Dello scrittore, in pratica, che non avrebbe esistenza reale almeno quanto i personaggi che egli stesso inventa. Un narratore credibile. Abbozzato o cesellato che sia. Nature varie. Senz’altro contradditorie le une con le altre. Un eteronimo. O più di uno. Poiché niente ha esistenza reale. Le cose sono sensazioni senza oggettività determinabile. Sono, come tutti, una finzione dell’intermezzo, falso come le ore che passano e le opere che restano. A parlare è Alvaro de Campos, uno dei tanti eteronimi di Fernando Pessoa, smisurato scrittore portoghese che ha fatto di se stesso, ortonimo, la più inquietante eteronimia: essere la coscienza stessa della letteratura. Un’estetica delirante. Illogica e mai identitaria. Molteplice e complessa.
E dalla durata di una vita. Non ho fatto del mio dolore un poema, scrive Pessoa, ma un corteo. Ad attestare che l’invenzione degli eteronimi è la sua fantasia più autentica e prolifica, oltre a essere una tra le più originali ideazioni di poetica del primo Novecento. Pessoa l’ha dichiarata e sviscerata in tutti i modi possibili in pagine di effervescente narrativa e poesia. Questi movimenti, questi eccessi d’infervorate proclamazioni, di foranti asserzioni, opposizioni o quant’altro sono stati selezionati e riuniti da due studiosi portoghesi in un insolito volume di cui ora esce l’edizione italiana: Teoria dell’eteronimia, (Quodlibet, pagg. 299, a cura di Vincenzo Russo e prefazione di Fernando Cabral Martins).
Il libro è arricchito con l’elenco dei nomi, e sono un centinaio, alcuni inediti, che lo scrittore portoghese ha utilizzato in tutto l’arco della sua vita, dall’età di cinque anni quando Pessoa inventa il primo dei suoi eteronimi, un certo Chevalier de Pas con il quale, pare, egli intrattenesse un intenso e vivace rapporto epistolare. Seguiranno personalità intellettualmente ben definite e complesse come Alberto Caeiro o l’indimenticabile detective dottor Abilio Fernandes Quaresma, risolutore di enigmi e d’insoluti casi criminali.
Pensando, scrive Pessoa, mi sono creato eco e abisso. Mi sono moltiplicato. Pessoa indaga i chiaroscuri dell’anima e i perversi e interiori labirinti dell’uomo. Ho per la vita l’interesse di un decifratore di sciarade. Non uso alcun sentimento. Non ho neppure principi. Oggi difendo una cosa, domani l’altra. Oppure: ho sempre trovato bella la contraddizione, così come essere un creatore di anarchie mi è sempre parso un compito degno di un intellettuale. Pessoa, e lo afferma lui stesso, è uno che non ha mai imparato a esistere. Nessun gesto gli è parso mai reale. L’eteronimia, l’invenzione di gente “coesistibile”, o i suoi compagni di spirito gli sembrano l’unico modo di guardare il mondo senza preclusioni o di fingere che si possa comprenderlo. Soltanto curiosità ed emozione. Cosa può fare un uomo di genio, se non convertirsi, lui solo, alla letteratura? Questa sì, una vera e totale abdicazione.