Recensioni / Nessuno e centomila

Dei "suoi" autori Borges amava dire che erano, piuttosto, «intere letterature». Naturalmente parlava di sé: ossessionato dagli specchi, per tutta la vita fuggì da sé stesso (come Buster Keaton nel Film che girerà Beckett); ma alla fine dovrà ammettere che il «paziente labirinto di linee» della sua opera altro non raffigurava che «l'immagine del suo volto». Il poeta da lui più amato, in gioventù, era Walt Whitman: «Mi contraddico?... sono vasto, contengo moltitudini» (è la clausola che intitola l'avvincente edizioncina di Whitman allestita da Sara Ventroni per la bella collana «Poesia» di Ponte alle Grazie: pagg. 95, € 7,90).
Non sorprende trovare Whitman, pure, tra i phares di Fernando Pessoa. In un frammento inglese forse del 1918 (cresciuto in Sud Africa, tornò in Portogallo solo nel 1905, diciassettenne) esalta il poeta delle Foglie d'erba per la sua «rappresentatività». Giocando col titolo dell'autobiografia whitmaniana, Giorni rappresentativi, Pessoa allude a una sua trascendentale teatralità: «racchiude in sé tutti i tempi moderni, dall'occultismo all'ingegneria, dalle tendenze umanitarie alla durezza intellettuale». Per lui, insomma, la grandezza di un autore si misura dalla sua capienza: accogliere moltitudini non solo di stili temi pensieri ideologie fra loro incompatibili, ma anche di diverse personalità. Quella frase allude infatti ad alcuni degli immaginari autori dei suoi scritti, da lui definiti «eteronimi» (e non «pseudonimi»: perché ciascuno provvisto di una distinta biografia e "personalità" intellettuale e letteraria), come l'occultista Raphael Baidaya o l'ingegnere futurista Alvaro de Campos. Come Borges, proprio, aveva detto: «diventerò io stesso tutta una letteratura».
Dice a un editore inglese: «mi sforzo di non essere la stessa cosa per più di tre minuti, perché sarebbe una cattiva igiene estetica». Si capisce allora quanto sia paradossale un libro come Teoria dell'eteronimia, realizzato nel 2012 da Fernando Cabrai Martins e Richard Zenith censendo le migliaia di manoscritti rinvenuti dopo la sua morte nel famigerato «baule pieno di gente» (come lo chiamò Antonio Tabucchi, pioniere da noi del culto di Pessoa), e ora opportunamente ripresa da Vincenzo Russo (spiace solo vi manchi una concordanza cogli altri libri, soprattutto col capolavoro Il libro dell'inquietudine nelle sue quattro, fra loro diversissime edizioni italiane; quanto mai utile invece il regesto degli eteronimi: 46 biografie-lampo - fra i più di 90 fantasmi finora censiti - che compongono davvero un'intera, plurilingue, esilarante letteratura).
Infatti nei 99 frammenti diaristici, epistolari e saggistici raccolti (cui si aggiungono sei frammenti narrativi), compresi fra il 1906 e ii 1935 della morte, si avvicendano spiegazioni, della pratica eteronimica, fantasticamente contraddittorie. La più frequente segue le ambizioni letterarie, presto abortite, del Pessoa «ortonimo» (che firmava in prima persona, cioè, i suoi testi), ossia la sua vocazione teatrale: «drammi di anime», i suoi, come quelli di uno Shakespeare che creasse il personaggio di Amleto senza il dramma che lo contiene. Il che non esclude, secondo Pessoa, «una spiegazione psichiatrica» (da lui ricondotta a una sindrome «isterico-nevrastenica»).
Oltre a questa Auto-Drammaturgia e a questa Auto-Psichiatria ricorrono però un'Auto-Sociologia e, forse fra tutte la più pregnante, un'Auto-Teologia (anche in questo caso, però, secondo diverse "scuole": sicché Corrado Bologna e Francesco Zambon lo hanno potuto ricondurre rispettivamente all'ortodossia agostiniana e all'eresia gnostica...). Azzardando a mia volta un'impossibile interpretazione coerente (diabolico Pessoa: «se a volte sono coerente, è solo per incoerenza rispetto all'incoerenza»), questa Teologia mi pare Negativa. Se l'Ideale dell'Io è Essere Tutto («Dio sono io», dichiara già nel '13) - condizione che coinciderebbe con un assoluto, eleatico silenzio - l'immacolata concezione degli Eteronimi può darsi solo mercé lo Tzimtzum della Cabala ebraica: "contrazione" dell'Essere Divino che, così, fa spazio alle sue Creature. Nella citatissima lettera-testamento a Mario SáCarneiro, del gennaio '35, Pessoa definisce l'autore del Libro dell'inquietudine, Bernardo Soares, un «semieteronimo». Perché coincide quasi esattamente con lui: della sua personalità «è una semplice mutilazione. Sono io senza il raziocinio e l'affettività».
Se Pessoa, col suo nome così eloquente (in portoghese persona, ma anche - motteggiava Ofélia Queirós: con la quale, c'è da credere, si fidanzò solo per il nome di battesimo... - personne, cioè in francese "nessuno"; ma anche, in latino, "maschera"), può finire per apparirci l'autore più rappresentativo del suo secolo - ma ancora esemplare per tipi come Romain Gary, Roberto Bolaño o Antoine Volodine - è per l'ambivalenza fra l'aspirazione al Tutto e la consapevolezza del Nulla: «a forza di ricompormi mi sono distrutto», confessa nel '31.
Limitandosi agli autori che amò, se esistesse, il "vero" Pessoa sarebbe l'insieme di tutti, ciascuno però mutilato: un Leopardi senza illusioni, un Poe senza razionalismo, un Baudelaire senza crudeltà, un Rimbaud senza ebbrezza, un Mallarmé senza charme, un Whitman senza euforia, un Nietzsche senza enfasi, un d'Annunzio senza edonismo, un Pirandello senza capziosità, un Valéry senza albagia, un Marinetti senza attivismo (ma anche: uno Svevo senza borghesia, un Kafka senza allegoria, un Borges senza superbia, un Beckett senza riso, un Landolfi senza sadismo, un Dick senza tecnologia, un Manganelli senza "teppismo"). Così nostro simile.