Recensioni / La storia, il romanzo che scarnifica la ferocia degli anni ’70

Nel 1974, d’estate, uscì un romanzo attorno al quale si sviluppò, per almeno un anno, tutto il dibattito culturale, politico, letterario e mondano in Italia. Tutti i pettegolezzi, gli elogi, le adorazioni, e le insinuazioni, anche. Le rese dei conti personali e ideologiche. L’invidia, lo svilimento, lo snobismo. Tutta la commozione, l’entusiasmo, l’ammirazione o invece la delusione, il rifiuto, lo scherno di un paese scandalizzato dal proprio desiderio di piangere ancora.
Gli intellettuali si scatenarono, i lettori scrissero lettere ai giornali, a tutti i giornali, ognuno aveva qualcosa da dire (o da tacere, come il più importante critico letterario di allora, Franco Fortini). “Hai letto…”, “Sì, sto leggendolo”, è la risposta a una domanda, in quei mesi, in cui non c’è nemmeno bisogno di precisare il libro o l’autore. L’autrice è una donna, una scrittrice molto amata, che ha già vinto il premio Strega con L’isola di Arturo, che si è conquistata l’adorazione con Menzogna e Sortilegio e Il mondo salvato dai ragazzini, che è stata la moglie di Alberto Moravia e che è famosa per il suo carattere impossibile, schivo e prepotente al tempo stesso. Una donna sofferente e regale, preda di ire terribili e capace di grandi generosità, aggrappata agli amici, bisognosa di loro ma sempre più sola e severa (“A Elsa, terrificante e magnifica lettrice”, le dedicò uno dei suoi libri Pier Paolo Pasolini, suo grande amico, appunto, fino alla pubblicazione di questo romanzo, fino alla stroncatura violenta de La Storia). Elsa Morante, la più grande scrittrice italiana, è stata una donna non soltanto attraversata, ma sempre più avvinta dal pensiero del dolore dell’uomo e della sua vulnerabilità. Della sua sventura. Della sua forza, che non è mai tale.
Elsa Morante per tre anni non ha pensato ad altro e non ha fatto altro che scrivere La Storia, che porta questa dedica: “Por el analfabeto a quien escribo”, e da quando La Storia è stato pubblicato non ne ha mai parlato in pubblico, non ha risposto alle critiche, si è chiusa sempre di più nel suo silenzio infastidito, addolorato, per molti superbo. La storia ha determinato paragoni con Tolstoj, Pasternak, Dostoevskij, con I miserabili di Victor Hugo, ma qualcuno ha anche definito Elsa Morante, da allora, una nipotina di Edmondo De Amicis, o una bestsellerista sulla scia di Liala.
Ho riletto La Storia venti estati dopo la prima volta, ma è stato come leggerlo da zero, come se prima fossi cieca e sorda e adesso no, come se per capire Ida Ramundo, Useppe, Nino, il cane Blitz e il cane Bella, Davide, avessi bisogno di tutto questo tempo in mezzo, e allora mi sono appassionata a quel che è successo a questo libro, a quanto è stato anche disprezzato, al tumulto che ha generato tra impegno, disimpegno, tradimento del marxismo e libertà della letteratura. C’è un saggio fondamentale che racconta tutto questo, l’ha scritto Angela Borghesi, L’anno della Storia, 1974-1975, edizioni Quodlibet 2018: Angela Borghesi insegna Letteratura italiana, ha scritto molti saggi su autori italiani del Novecento, ha studiato e confrontato l’opera di Elsa Morante, Anna Maria Ortese e Simone Weil, e ha ricostruito con precisione e autorevolezza quella stagione politica e culturale attorno alla Storia di Elsa Morante, arricchendola con nuove scoperte, lettere private, con la completa antologia della critica, e anche con il desiderio di rendere giustizia a una scrittrice e a un libro che si sono misurati con qualcosa di forse troppo grande per il piombo del 1974: il dolore e la pietà per il dolore.
Italo Calvino individuerà proprio qui le ragioni dell’immensa polemica letteraria e culturale attorno alla Storia: Oggi sentiamo che far ridere il lettore, o fargli paura, sono procedimenti letterari onesti; farlo piangere, no. Perché nel far piangere ci sono pretese che il far ridere o il far paura non hanno. Cosa fare allora? Guardarsi bene dall’essere “umani” nello scrivere? Siamo in molti ormai a pensarla così; ma non è che aggirare l’ostacolo.
Ma in questo romanzo c’è molto di più del rapporto problematico con il patetico, c’è una grandezza che si ha fastidio di riconoscere a una scrittrice, a una donna, che interroga la Storia, proprio la Storia che schiaccia e che stritola, la Storia con la sua implacabilità irrimediabile che ci costringe a riconoscerci una sorte condivisa: una cognizione del dolore che prescinde da qualunque ideologia e cinismo intellettuale. In quegli stessi anni, Alberto Moravia ha pubblicato Lui e io, il colloquio tra un uomo e il suo pene.
Elsa Morante, che nel proprio autoritratto nel 1960 scrisse: “Al mondo più di tutto ama i bambini, il mare, e i gatti”, ha ottenuto con La Storia il successo editoriale più importante in Italia fra Il Gattopardo, del 1958, e Il Nome della Rosa, del 1980. Più di ottocentomila copie vendute nel primo anno di pubblicazione, come sottolinea René de Ceccatty, il biografo francese di Elsa Morante (sono passati più di quarant’anni e La Storia continua a vendere sette-ottomila copie l’anno, e dal nuovo millennio è stata inserita nelle antologie scolastiche). La biografia scritta da De Ceccatty è uscita proprio ieri in Italia, con la traduzione a cura di Sandra Petrignani per Neri Pozza, si intitola “Elsa Morante, una vita per la letteratura”, ed è un’accurata e cronologica ricostruzione della vita pubblica e privata di Elsa Morante, dei suoi tormenti e soprattutto della sua dedizione alla creazione letteraria. René de Cecatty cerca il filo che conduce la vita di Elsa Morante fino alle stelle e poi, a poco a poco, nell’amarezza di una vecchiaia infelice e di una morte prematura. Indaga la visionarietà ma anche gli innamoramenti e l’amore e ritiene, come molti altri interpreti dell’esistenza di Elsa Morante, che pur avendo amato moltissimo Alberto Moravia, Elsa Morante avesse mal sopportato di essere la signora Moravia. Poiché era continuamente richiamata dalla propria ambizione, ma soprattutto dalla propria interiorità verso qualcosa di diverso, più difficile, più solitario, più faticoso e insopportabile. Il legame fra Morante e Moravia durerà per sempre, ma quando Elsa Morante scrive La Storia sono molto lontani gli anni in cui le lettere a Moravia o all’amica Luisa Fantini traboccano di paura di perdere l’amore di lui, paura di non essere abbastanza per lui, paura di non riuscire a fargli sentire “delle parole bellissime, una musica tanto potente da spiegargli che cos’è la vera bellezza della vita e del mondo”. Penso ad A. Ogni giorno lo amo più di ieri. Tanto che non posso neppure parlarne, ho la sensazione che non si deve parlare di una cosa come questa. Era il 1938, prima del matrimonio, prima della guerra, prima del logoramento e di quella specie di addio al mondo che coinciderà, poi, con gli anni della Storia, e io vorrei azzardare, anche, con le conseguenze umane che ebbe, nella sua vita, l’accoglienza della Storia da parte del mondo culturale italiano. De Ceccatty parla di “progressiva rinuncia” della Morante, già a partire da molti anni prima, mentre stava scrivendo Il mondo salvato dai ragazzini, che diventò subito il poema del ’68 italiano.
Ma a un certo punto della sua strada, nella solidità di scrittrice e poeta celebrata, ammirata e temuta, una donna così difficile e sincera da far male, che richiamava continuamente a qualcosa di più alto e di cui gli amici avevano terrore di perdere la stima, il cono di luce, l’approvazione, Elsa Morante aveva scoperto i quaderni di Simone Weil e il saggio sull’Iliade, li aveva letti in francese e li aveva annotati. Fu quello l’incontro con una pensatrice radicale, estrema, anche sospetta perché in quegli anni era poco conosciuta, ancora pochissimo studiata. Cesare Garboli, preparando con Carlo Cecchi (attore e regista teatrale, grande amico di Elsa Morante e suo erede) la Cronologia per i Meridiani Mondadori delle opere di Elsa Morante, annotò, all’altezza del 1970: Dicembre: tra la fine dell’anno e il gennaio del 1971 comincia La Storia. La prima idea del romanzo nasce a Roma, durante le feste. Aveva deciso di recarsi a Parigi, da Goffredo Fofi; ma rinunciò la progetto. In quei giorni di esitazione tra andare e restare formulò l’idea del romanzo, come un’“Iliade dei giorni nostri”: idea nata e maturata attraverso la frequentazione dei greci, ritrovati nelle pagine dei quaderni di Simone Weil.
Da quel giorno Elsa Morante è completamente dentro lo “scandalo che dura da diecimila anni”, la frase che ha voluto sulla copertina del libro, uscito direttamente in edizione economica per sua precisa volontà, e con un prezzo economico, duemila lire, e con un’ambientazione così recente: Roma negli anni dal 1941 al 1947. Le leggi razziali, la guerra, la fame, i bombardamenti, le deportazioni degli ebrei, la Resistenza. “La tragedia attuale – questo mi sembra di capirlo – benché cominciata già da molto tempo, è ancora agli inizi. Nella mia giovinezza, io ho vissuto fisicamente, nel mio corpo, questa tragedia, con gli altri e in mezzo agli altri. Se attualmente mi ostino a scrivere un ‘romanzo’ che forse nessuno leggerà mai, è solo perché adesso che sono vecchia, tento di capire, attraverso la mia esperienza fisica collettiva, questa tragedia che continua”, aveva scritto nel dicembre del 1971 a Goffredo Fofi. “Nel frattempo, il minimo che possa aspettarmi è la solitudine”.
La trama della , romanzo di quasi settecento pagine, la riporto qui, ma solo in parte, così come viene esposta da René de Ceccatty nella nuova biografia di Elsa Morante: “Ida Ramundo, maestra elementare, figlia di padre calabrese e di madre ebrea padovana, vedova, è violentata all’inizio della guerra, nel suo appartamento di San Lorenzo, da un giovane soldato tedesco ubriaco”.
L’inizio di tutto è quindi una violenza sessuale, da cui nasce Useppe, il fratello di Nino, centro emozionale, visionario, letterario del romanzo: la verità e la speranza della Storia. E queste prime pagine in cui ho incontrato Ida di nuovo ma per la prima volta, la sua paura di essere arrestata come ebrea (anche la madre di Elsa Morante era ebrea), la sua strana malattia e la “straordinaria felicità senza orgasmo” che prova per un attimo con il soldato, contengono già il nucleo del romanzo: la condanna al dolore, l’assenza di odio. Soprattutto mostrano quel modo incomparabile di Elsa Morante di considerare le minuscole creature della Storia: non hanno un vero potere sulle proprie esistenze, ma sono abitate da forze che le sovrastano, e istinti che le guidano, dentro i destini tragici di un secolo che ha incontrato l’orrore definitivo. Ida Ramundo viene condotta dal suo istinto e da una forza che la sovrasta al Ghetto, e poi alla stazione Tiburtina (sono forse le pagine più sconvolgenti) per inseguire la signora Di Segni che corre laggiù con le sue gambette magre, una quasi sconosciuta incontrata per strada a cui sempre per strada Ida ha appena sussurrato il suo segreto più grande: io pure sono ebrea.
L’invisibile vocio si andava avvicinando e cresceva, anche se, in qualche modo, suonava inaccessibile quasi venisse da un luogo isolato e contaminato. Richiamava insieme certi clamori degli asili, dei lazzaretti e dei reclusorii: però tutti rimescolati alla rinfusa, come frantumi buttati dentro la stessa macchina. In fondo alla rampa, su un binario morto rettilineo, stazionava un treno che pareva, a Ida, di lunghezza sterminata. Il vocio veniva di là dentro. Erano forse una ventina di vagoni bestiame, alcuni spalancati e vuoti, altri sprangati con lunghe barre di ferro ai portelli esterni.
L’orrore definitivo, alla stazione Tiburtina. La possibilità di salvezza non sta certo nello scandalo della Storia e non sta di sicuro nelle grandi idee di nessuna rivoluzione, ma è tutta, a non essere più lettori ciechi e sordi, nella pietà di Ida, nella felicità di Useppe di stare al mondo con il fratello Nino, eroe inconsapevolmente omerico, con il cane Blitz, e poi con il cane Bella alla scoperta del quartiere Testaccio e del Tevere, sta nei suoi innamoramenti per le persone e per il cielo e gli alberi e le strade, e sta, ad un livello che supera il romanzo e interroga l’universo, nella possibilità dell’essere umano di fiorire solo se un altro essere umano gli tende una mano. “Non ci sono né cattive erbe né uomini cattivi – ha scritto Victor Hugo nei Miserabili – Ci sono solo cattivi coltivatori”. Mentre l’ultima epigrafe della Storia, subito prima della parola Fine, è questa: “Tutti i semi sono falliti eccettuato uno, che non so cosa sia, ma che probabilmente è un fiore e non un’erbaccia” (Matricola n. 7047 della Casa Penale di Tuti).
Dopo quasi cinquant’anni si può e si deve stabilire se un romanzo è eterno, immortale, e La Storia di Elsa Morante lo è. Ma le stesse ragioni di questa grandezza diventarono, a partire da quell’infuocata estate del 1974, motivo di critica, di spregio e stroncatura. Fornirono anche il movente per non inoltrarsi nella profondità del libro, e per rifiutarsi di accogliere la sua ambizione di aderire alla verità della realtà, e della compassione per gli ultimi: una cognizione inaccettabile perché contraria all’idea delle magnifiche sorti e progressive: La Storia non vede il sole dell’avvenire all’orizzonte, e nemmeno la noia dell’esistenza; e inaccettabile perché, come scrisse Calvino, è inaccettabile fare piangere. Per Rossana Rossanda, al manifesto, la questione inaccettabile, oltre alla semplicità della scrittura, fu la disperazione: “Mi si lasci dire: Grazie, no”, scrisse in un articolo intitolato: “Una storia d’altri tempi”. “Vender patate è meglio che vender disperazione; non solo perché è più utile, oltre che coerente con i semplici valori cari alla Morante, ma perché è più lineare”. Sarebbe stato meglio che Elsa Morante, invece di scrivere La Storia, avesse scelto di vendere patate (il manifesto aveva già innescato la polemica con una lettera a quattro mani di Umberto Silva, Letizia Paolozzi, Elisabetta Rasy e Nanni Balestrini, del gruppo ’63: “Di grandi scrittori reazionari corre voce che ce ne siano ancora, certo però non pensavamo che ci fosse ancora spazio per bamboleggianti nipotini di De Amicis”, ma Rina Gagliardi, sempre sul manifesto, aveva risposto con: “La Morante non è marxista. E allora?”. Rivendicando il diritto alla libertà della letteratura e dell’arte, soprattutto la libertà dagli schemi “giusti” dell’’interpretazione. Il marxismo non poteva esaurire i problemi dell’uomo. Quel che adesso ci sembra evidente, non lo era allora, e serviva un po’ di coraggio per scriverlo).
Ma inaccettabile era, soprattutto, che questa Elsa Morante, accolta per le sue favole e per la sua poesia, e per il suo mondo visionario e però aderente al suo tempo, si occupasse con una tale potenza narrativa, con una tale enorme e ostinata capacità e volontà di arrivare a tutti, delle questioni ultime, della Storia e dell’umanità intera, del dolore dell’uomo e del suo destino. Rene de Ceccatty ha scritto che La Storia era un’opera “profondamente anticonformista rispetto sia al contesto storico che si stava vivendo in Italia sia rispetto ai principi estetici trionfanti (erano tempi di neoavanguardia)”, ma Angela Borghesi è andata molto più a fondo: ha individuato in uno scritto di Nicola Chiaromonte, tratto dal saggio “Il tempo della malafede”, l’immensità della questione. “I nostri contemporanei discutono, sì, molto, d’impegno e di disimpegno, e temono molto più dei loro predecessori dell’Ottocento di essere giudicati moralmente leggeri, ma tutto questo sempre sul piano della discussione letteraria fra letterati, o ideologica fra ideologhi; ossia finché non tiri a conseguenza. Appena il discorso si faccia serio, e tocchi davvero l’ordine delle idee, davvero la coscienza, essi sembrano pensare che si sia fuori dal seminato – fuori dalla letteratura – e che non valga la pena di continuare”.
È accaduto questo alla Storia di Elsa Morante, insieme alle lodi e al successo internazionale: che il discorso si è fatto serio, e allora gli interrogativi, l’ambizione narrativa di una limpidezza che trafigge (le ultime ore di vita di Giovannino in Russia, l’ultima notte di Mariulina e sua madre, le avventure di Useppe e Bella sono pagine indimenticabili), e soprattutto il rapporto tra il fatto individuale e l’evento collettivo (la guerra, il fascismo, il nazismo) sono stati liquidati da molti con l’idea che non valesse la pena di continuare, e che quella grandezza andava rimpicciolita. O affrontata con mondano cinismo. Così sono state trovate definizioni svilenti: rassegnazione, romanzo popolare, retorica della disperazione, facile operazione commerciale, “Iduzza la dolorosa”, “Useppe che pigola”.
Pier Paolo Pasolini accusò Elsa Morante perfino di non avere saputo amare davvero i suoi personaggi, di averli mortificati, di non averli ascoltati fino in fondo, di avere messo in piedi una sproporzionata macchina narrativa per un’idea troppo fragile: stroncò La Storia con un’aggressività crescente che sembra anche qualcosa di molto personale, tra la letteratura e la vita e le invasioni di campo, e mise fine per sempre alla loro amicizia. Dopo meno di un anno Pasolini venne ammazzato. De Cecatty scrive che Elsa Morante andò al funerale, si dice che rispose a quelli che le chiedevano dei loro rapporti: “Se resuscitasse, non gli rivolgerei la parola!”, ma potrebbe essere uno degli infiniti pettegolezzi. Dacia Maraini, allora moglie di Moravia, non ricorda nemmeno di averla vista. Altri dicono che c’era, ma in disparte, solissima.
Tra coloro che invece subito vennero trafitti dalla Storiac’è Natalia Ginzburg, che lo definì sul Corriere della Sera “il romanzo più bello di questo secolo”, e per questo slancio è stata negli anni derisa, criticata, offesa. Pare abbia perfino fatto infuriare Elsa Morante, perché quell’entusiasmo pieno di commozione attirò tuoni e fulmini.
Tra le lettere private a Elsa Morante, lettere di gratitudine per questo libro, lettere di scrittori, di parrucchiere e di netturbini, c’è quella fondamentale di Anna Maria Ortese del 1975, di cui riporto uno stralcio, compreso il post scriptum: Alla fine ho letto La Storia, e sono andata avanti tutta la notte, e poi il giorno dopo, e poi un altro giorno. Ero sbalordita. Si aprivano dovunque i cieli della più grande tradizione italiana. Con un dolore più vicino. Dopo il primo giorno mi è accaduto questo: non avevo più memoria di tutte le cose – anche immense – finora lette. Ancor meno mi ricordavo di me. Pensavo – seguendo la disperazione senza luce di soccorso della madre di Ida: qui siamo tutti – è detto tutto. E’ resa giustizia a tutti noi che fuggiamo. Quando il libro è finito, resta il senso dell’epoca. Siamo un po’ cambiati. Della letteratura non ci ricordiamo, e questo è bene. Ma sì del dolore umano. E questo dolore, che è intramontabile, diviene l’ombra che va avanti, la musica funebre della gioia che finì, ma in eterno porrà quesiti alla ragione.
Non so di strutture e di altro. So di emozioni. Queste sole dicono che in un racconto, o in una letteratura, è passata la vita. E solo la vita - a umiliazione dei critici - è forma. Mille auguri per il domani! Stia bene! Sua Anna Maria Ortese [P. S.] Non ho letto prima, perché volevo essere sola col mio giudizio. Non le do il mio indirizzo, perché spero che non mi ringrazi. Siamo già tanto umiliati da immagine false e scambi di grazie o inchini. Il mio omaggio a Lei, almeno, sia libero.
Qui siamo tutti, è detto tutto. E anche dell’anno che ha accolto La Storia è rimasto il senso dell’epoca, il ritratto di un paese. Elsa Morante lo aveva già capito, mentre pensava al suo romanzo e lo scriveva, e in questa lettera a Goffredo Fofi aveva già affrontato e accettato la propria solitaria libertà: Come ogni povera pianta della natura, io sono capace di produrre una sola specie di fiori. Se li volete, quelli sono. Faranno magari schifo, ma non sono finti. Fra l’altro io vado verso la fine delle mie energie. Non posso applicarle che a fiorire ancora nell’unico modo che so e posso. Se i miei fiori faranno schifo, me ne andrò all’inferno con gli altri poeti cattivi e nemici del popolo. E in questo caso, cari amici, non mi resta che salutarvi tutti.
Questa specie di fiore è diventato la Storia.