Recensioni / Davvero, a che punto siamo?

L’influenza di Giorgio Agamben nel pensiero viene occasionalmente ridimensionata dalle diverse correnti accademiche italiane, eppure la risposta – specialmente accademica – che hanno generato gli interventi del filosofo romano, pubblicati a partire dal febbraio 2020 nella rubrica «una voce» sul sito quodlibet.it, delineano un’altra realtà. Gli interventi agambeniani sullo stato di eccezione governamentale e sul terrore sanitario a cui siamo stati sottoposti a partire da gennaio di quest’anno, a causa o in virtù dell’epidemia di Covid-19, hanno prodotto una serie di riflessioni dirette o indirette, puntuali o derivate, su riviste o sui social, per cui risulta difficile minimizzare l’importanza di questo pensatore quando si misura con la contemporaneità.
In una lezione inaugurale tenutasi allo IUAV di Venezia nel 2006, Agamben segnalava significativamente tramite alcuni indici il rapporto che il vero contemporaneo istituisce con il proprio presente. Vale la pena richiamare in questa sede alcuni di questi tratti, separandoli dall’argomentazione originaria, al fine di collocare sotto giusta luce gli interventi pubblicati sul sito “Quodlibet” e successivamente editi nel volume A che punto siamo? L’epidemia come politica. Scrive Agamben in Che cos’è il contemporaneo?: «Appartiene veramente al suo tempo, è veramente contemporaneo colui che non coincide perfettamente con esso né si adegua alle sue pretese ed è perciò, in questo senso, inattuale; ma, […] proprio attraverso questo scarto e questo anacronismo, egli è capace più degli altri di percepire e afferrare il suo tempo» [1].
Nella stessa prospettiva, leggiamo più avanti che «contemporaneo è colui che tiene fisso lo sguardo nel suo tempo, per percepirne non le luci, ma il buio» e, infine, che contemporaneo è anche colui che «dividendo e interpolando il tempo, è in grado di trasformarlo e di metterlo in relazione con gli altri tempi, di leggerne in modo inedito la storia, di ‘citarla’ secondo una necessità che non proviene in alcun modo dal suo arbitrio, ma da un’esigenza a cui egli non può non rispondere».
A partire dal prologo di A che punto siamo?, intitolato Avvertenza, Agamben esplicita la finalità dei suoi interventi che, seppur chiara a partire dalle prime pubblicazioni, non dev’essere risultata evidente alla schiera di detrattori che sono intervenuti per criticarne o, nel peggiore dei casi, correggerne il pensiero. L’intento degli interventi era di riflettere sulle «conseguenze etiche e politiche della […] pandemia e, […] di definire la trasformazione di paradigmi politici che i provvedimenti di eccezione andavano disegnando» [2]. In linea di sostanziale continuità con gli studi che vedono l’autore interessarsi da circa un ventennio allo stato d’eccezione e alla dinamica di fondazione politica tramite l’esclusione dell’homo sacer, ma anche alla natura pervasiva dei dispositivi [3], Agamben si interessa all’evento dell’epidemia, perché in essa rintraccia la narrazione che combina il protrarsi indefinito di uno stato d’eccezione (privo ormai di un significato proprio) e la dittatura medico-sanitaria (a difesa di una salute solo biologicamente intesa), entrambi strumenti di un governo che ritrova nella ‘biosicurezza’ la sua impronta caratteristica. A riprova di ciò, si consideri che l’epidemia non viene mai trattata dall’autore nei suoi aspetti tecnico-sanitari [4] che infatti, senza entrare nel merito della sua origine e della sua diffusione, si limita a sollevare degli interrogativi sulla discordanza tra le descrizioni della malattia date da enti istituzionali riconosciuti (come il Consiglio Nazionale delle Ricerche) e i provvedimenti presi per il suo contenimento e, più in generale, sulla natura etica di provvedimenti che vengono dettati in nome della sicurezza e alimentati dal terrore.
Due assunti attraversano quindi gli interventi nel loro susseguirsi. Un primo, di carattere giuridico, segnala la perdita di legittimità dei poteri istituzionali che hanno deciso di abbandonare i «paradigmi delle democrazie borghesi, coi loro diritti, i loro parlamentari e le loro costituzioni», a vantaggio di un paradigma di governo basato sulla normalizzazione dell’eccezione e, conseguentemente, sull’insindacabilità dei suoi provvedimenti direttivi; un secondo, di carattere squisitamente politico, denuncia l’insicurezza che, collettivamente incentivata e non dispiegata all’interno di alcuna comunità reale, induce la singolarità qualunque a porsi a tutela della propria (nuda) vita, sottoponendosi a provvedimenti tecnico-sanitari coercitivi che sembrano annientarla, più che difenderla.
Non si tratta di rilevare nello stato emergenziale una prassi di governo – aspetto non certo ignoto alla letteratura sulla governance neoliberale – e nemmeno di risvegliare coloro che, avendo dismesso da anni i panni dei resistenti, ritrovano nella sicurezza medica, sicura e tangibile, una conquista da non disprezzare, ma di guardare il buio del nostro tempo e, riportando la questione a una dimensione umana collettiva, domandarsi: «che cosa è una società che non ha altro valore che la sopravvivenza?». Se è infatti evidente che una società in perenne condizione emergenziale non può essere libera e che le energie di un popolo direzionate unicamente alla salvaguardia della vita (da cui si escludono tutti quei tratti sociali che rendono la vita propriamente umana) rispondono facilmente alle pretese tiranniche del governo, meno evidente è cosa accade quando la salute si trasforma in un obbligo giuridico.
Non sappiamo che tipo di statuto assumerà la cittadinanza del futuro, ma abbiamo alcuni elementi del presente che ci consentono di delinearne la problematicità: la combinazione di una legislazione d’urgenza, in cui il potere esecutivo soppianta quello legislativo, svuotando di senso l’ordinamento democratico, e dell’incitamento a un comportamento sociale che attribuisce senso all’esperienza vitale anche quando essa è ridotta alla sua essenza biologico-vegetativa, è pericolosa, non fosse altro per il ricordo di ciò che accadde con il nazismo, in cui queste condizioni operavano simultaneamente. Senza necessariamente ricorrere al ricordo del passato, un’idea degli effetti di una governamentalità securitaria e sanitaria sulla cittadinanza è deducibile dal modo in cui si è deciso di “riconvertire” il lavoro e lo studio. Rinchiusi nelle proprie case, isolati e vincolati al calcolo prestazionale, gli individui perdono ogni possibilità di comunicare e di costituirsi comunitariamente; la possibilità di ogni attività politica è scongiurata definitivamente e il tutto – ironia della sorte – in nome di un’epidemia che trae dal concetto di «corpo politico», demos, la sua origine.
Tornando ora ai tratti tramite cui il contemporaneo istituisce una relazione con il suo tempo; quando Agamben ricorda alla Chiesa che «Francesco abbracciava i lebbrosi» e che i professori che attualmente si sottopongono al lavoro online «sono il perfetto equivalente dei docenti che nel 1931 giurarono fedeltà al regime fascista» coglie chiaramente il negativo della trama del reale, ignora le pretese narrative del suo tempo e accosta gli eventi storici secondo un’esigenza che giudica imperativa, dimostrandosi quindi contemporaneo e perfettamente inattuale. Possiamo dissentire dal modo in cui l’autore combina gli elementi di quel tempo che è il presente, ma ciò nulla ha che vedere con la sua capacità di rispondere coraggiosamente agli interrogativi del nostro tempo.