Recensioni / Crociani. Eretici. Apostati mai: tutti figli del maestro

Sia  pure dalla clausura di Palazzo Filomarino, a Napoli, Benedetto Croce esercitò  la dit­tatura culturale nella prima metà del secolo scorso e fu una spe­cie di Giovanni Battista dell’ anti­fascismo, irradiando il proprio magistero in tutto 1'arco che si sarebbe poi detto costituzionale, dai liberali ai comunisti. Si assiste oggi a una sua ripresa editoriale in grande stile ma va subito aggiunto che da quello che fu un grande diorama intellettuale, il massimo allora in Italia, tornano a brillare so­lo alcune facce mentre alcune altre, non meno importanti, rimango­no in ombra: torna prevalentemente il grande erudito, lo storiografo, il diarista, insomma lo scrittore del mirabile Contributo alla critica di me stesso (1915), a proposito del quale uno dei nemici dichiarati (nientemeno Sebastiano Timpanaro, nella voce dell’ Enciclopedia Eu­ropea di Garzanti, del 1977) arrivò a parlare di «cristallina chiarezza della sua prosa veramente classica». Quanto invece al Croce teorico dell'arte (fEstetica risale a11902) e al critico militante, assiduo e onni­voro come mai in Italia ce ne furono e ce ne saranno, lo stesso Timpa­naro non va oltre il rilievo positi­vo della pars destruens, antige­suitica e antipositivista, limitan­dosi ad ascrivergli «la funzione di dissoluzione di decrepite ca­tegorie retoriche, di lotta contro una critica letteraria ispirata a criteri moralistici o pedagogici». Chiunque del resto sa a memo­ria gli stereotipi delta Weltan­schaaungcrociana: l’arte ridotta a intuizione lirica; la tautologia di intuizione/espressione; la aprioristica distinzione fra poe­sia e non-poesia che poi si atte­nua nel discrimine fra «poesia» e «letteratura»; infine il paradosso, attestato nei sei volumi de La let­teratura delta nuova Italia, che da un lato lo porta a un’ estetica decadente, in cerca del fram­mento perfetto, da ideale anto­logia, e dall'altro mantiene in lei un gusto predatato, classicista e veteroborghese, che gli fa prefe­rire Carducci e persino France­sco Gaeta a Giovanni Pascoli e a Mallarmé.
Nonostante le retrospettive e spesso interessate, comunque imprecise, filiazioni dello stori­cismo all'italiana che avrebbero voluto rianimarlo (si pensi alla linea celeberrima tante volte tracciata, attraverso di lei, da De Sanctis a Gramsci), si sa che Be­nedetto Croce nulla o quasi in­tendeva della letteratura e del­l’arte contemporanea, come in­fatti ci èstato insegnato al liceo: negli anni sessanta e settanta, in tempi di nuove scienze umane, di strutturalismo, antropologia e semiologia, di ritorno e/o sco­perta di Marx e di Freud, l’apo­strofe di «crociano» equivaleva più o meno a un insulto, o co­munque a una tattica di provin­ciale anacronismo. Trent'anni di rivolgimenti politici e intellet­tuali,incluso da ultimo il rilancio di Croce storiografo-scritto­re, non hanno in sostanza scalfi­to quel luogo comune. Perciò viene ora molto utile, anche se ponderoso e non sempre di age­vole lettura, il volume monogra­fico di Vittorio Stella II giudizio dell'arte La critica storico-esteti­ca in Croce e nei crociani (Quo­dlibet «Studio», pp. 499, € 35,00), che sa ricollocare con precisione filologica e senza soverchie apologie di recupero il Croce teorico dell'estetica e il critico militante, sia nella fattispecie testuale sia nel contesto culturale. L'opera si compone di tre parti: la prima concerne strettamente l’opera del filosofo, la seconda riguarda il suo influsso, che fu straordina­rio e anzi totalitario, sulla critica letteraria italiana, mentre la ter­za si occupa della critica d'arte (coi nomi di Lionello Venturi, Matteo Marangoni, Carlo Ludovico Ragghianti). II capitolo interessante, perché può fungere da cartina di tornasole, è dedicato ai critici letterari, fitto di figure un tempo onuste di prestigio ma passate, salvo rare eccezioni, tutte in giudicato: fra gli altri vi compaiono Francesco Flora, Mario Sansone, Luigi Russo, Alfredo Gargiulo (per cui pure stravedeva un Contini), ma anche Giuseppe Antonio Borge­se (da anni ristudiato con pas­sione da Massimo Onofri) e infi­ne Mario Fubini, studioso di me­trica e firmatario di stupende edizioni commentate di Leopar­di, come sempre rammentava il nostro Michelangelo Notarianni che gli fu allievo.
Tanto pervasiva da somigliare appunto a una dittatura, l’ esteti­ca di Croce conosce tale pene­trazione da lasciare liberi i critici crociani per una specie d'etero­genesi dei fini. Stella fa notare nella premessa: «Lo studio inda­ga essenzialmente l’ aspetto teo­rico, sia nel ripercorrere oppor­tunamente le precisazioni dello specifico problema nel discorso filosofico-storiografico di Croce, sia nel riguardare i modi e i ten­tativi in cui tale pensiero è stato accolto, assorbito, inflesso, modificato, parzialmente respinto dalle singole personalità che lo hanno posto ad orizzonte di ri­ferimento e di prossimità. Si stu­dia e si afferma inerente a que­sta ragione progettuale cogliere il tradursi di tale aspetto nel mo­mento della sua attuazione criti­ca». In altri termini, Croce sem­bra non ammettere apostasie ma sembra tollerare le eresie, anzi a volte parrebbe tacitamen­te istigarle. Un esempio può es­sere rappresentato da Gabriele d'Annunzio che il filosofo aveva detto «dilettante di sensazioni», salvando soltanto rari passi nel­la selva di parole scritte e decla­mate, e che invece i suoi discen­denti riterranno un banco di prova obbligato. (Né andrebbe mai omesso il fatto che Croce ha solo tre anni in meno del poeta e che l’ Estetica esce pochi mesi avanti dell’ Alcyone, quasi nel ba­ricentro esatto delle Laudi). Al riguardo, Stella ne fornisce lo spoglio sistematico, dove, alme­no all’origine, risultano tutti quanti allievi dichiarati: si va da posizioni molto prossime al maestro, vedi ad esempio lo scetticismo del carducciano Re­nato Serra, a posture più sciolte (quelle di Borgese e dello stesso Francesco Flora, il quale passa per crociano di osservanza bi­gotta ma sapeva di filologia, di lingua e di stile, molto più di quanto non amasse nasconde­re), fino ad atteggiamenti che mantengono rispetto formale e però già tradiscono una spinta centrifuga, come nel caso di Al­fredo Gargiulo la cui monografia dannunziana è de1 1912 ma, nel­la secca selezione linguistico ­stilistica, rivela semmai 1'influs­so del Laocoonte di Lessing, vale a dire attenzione alle tecniche compositive e alle pluralità Belle arti, se non ancora, ovviamente, agli scritti eversivi culminanti mezzo secolo dopo nella Critica del gusto a firma di Galvano del­ls Volpe. Proprio la svalutazione delle tecniche, della specificità delle singole arti (che il filosofo trattava alla pari di semplici vei­coli, nonostante i distinguo e i correttivi che Stella censisce con acribia), in una parola l’ideali­smo ai limiti del platonismo continua a essere il limite dell’e­stetica crociana. Che infatti se­minò molto piu di quanto non sapesse o potesse raccogliere. Un eccellente critico d'arte ha peraltro detto di recente che il fatto solo di avere propiziato, oppositivamente, un Roberto Longhi dovrebbe garantire in­dulgenza plenaria all'estetica di Benedetto Croce: qui c'e forse troppo sale, ma c'e anche molto vero.