Recensioni / Oltre il Rinascimento psichedelico, per un mondo totalmente stupefacente

Mi ritengo sfortunato: sono cresciuto nel mezzo degli anni bui, nel pieno del medioevo psichedelico; gli anni della criminalizzazione e dell’ignoranza, quelli in cui il refrain dominante era “non esistono droghe leggere e droghe pesanti, esiste LA DROGA”, e il percorso, progressivo quanto inevitabile, iniziava con gli spinelli, saliva di livello arrampicandosi sulla scaletta di pasticche e acidi, culminava con il lancio dal trampolino della cocaina, e si concludeva con lo schianto sul fondo dell’eroina (non era così, ovviamente, ma il fatto stesso di pensarlo, di essere immersi in una società che lo pensava, molto spesso lo faceva succedere: vedi alla voce “profezia che si autoavvera”, ma anche alla scritta “fuori lo Stato dalle vene”).
Mi ritengo fortunato: nel pieno degli anni bui, ho avuto una luce, una guida, un maestro. Era un ragazzo come me, diciotto anni appena fatti, ma con l’esperienza (poca) e l’intelligenza (tanta) di mettere in atto dei set e dei setting perfetti per i miei primi viaggi. Vivevamo nel medioevo, e lo sapevamo, perciò guardavamo all’epoca classica, e pre-classica: ascoltavamo i Doors, i Soft Machine, e Gesualdo da Venosa, leggevamo Huxley, Castaneda, e Baudelaire. Di giorno – nelle occupazioni, nei centri sociali, nei raduni no global – combattevamo “il sistema”, sognavamo di costruire un mondo migliore, più giusto, più vero; di notte – nei viaggi, nella musica, nelle parole e nei silenzi – cercavamo di andare oltre la realtà quotidiana, di trascendere le apparenze, di scorgere una versione migliore – di noi stessi e del tutto – più giusta, più vera. E in queste due cose non vedevamo alcuna contraddizione, anzi: il massimo della coerenza, anzi: la stessa cosa. (Ora so che non avevamo ragione: avevamo ragionissima.) Poi, si sa come succede, ci siamo persi di vista; ma non ci siamo persi d’animo, né di cuore: siamo sempre fratelli. Poi, quella strada l’abbiamo abbandonata, ma quella strada esiste ancora, quella strada arriva fino a oggi.

Dal Rinascimento alla Scommessa
Oggi si parla di Rinascimento psichedelico: c’è un rinnovato interesse per queste sostanze, dall’origine preistorica o recente, dalla composizione biochimica differente, dagli effetti disomogenei, ma senza dubbio riconducibili a un gruppo unitario – spregiativamente allucinogeni, snobisticamente enteogeni e/o entactogeni, definitivamente psichedelici. Dalla mescalina all’LSD, dall’ayahuasca al peyote, dalla ketamina alla DMT, e si potrebbe continuare.
Il Rinascimento storico si fa convenzionalmente iniziare all’altezza di due eventi, la caduta di Costantinopoli e la scoperta dell’America; il Rinascimento psichedelico fa data dal 2006, quando avvengono due o tre fatti simbolici e decisivi: Albert Hoffman compie 100 anni e presenzia al primo simposio mondiale sull’acido lisergico, a Basilea; sempre in Svizzera, lo psichiatra Peter Gasser ottiene il permesso di sperimentare prima con l’MDMA e poi con l’LSD; negli Stati Uniti, la Corte Suprema stabilisce che i membri della União do Vegetal, una setta religiosa nei cui riti è usata l’ayahuasca, hanno il diritto di importare e consumare la bevanda.
Quello è stato il momento in cui si è invertita una tendenza: dal 2006 in poi si sono susseguiti provvedimenti di depenalizzazione e soprattutto autorizzazioni alla sperimentazione degli psichedelici in ambito clinico e terapeutico. È successo, sta succedendo un po’ dappertutto tranne, indovinate, in Italia: dove però, in mancanza di trial clinici, ci portiamo avanti con gli sviluppi teorici. LSD di Agnese Codignola è uscito nel 2018, addirittura prima di Come cambiare la tua mente di Michael Pollan – che nel giro di poco è diventato un punto di riferimento – ma ora si sale di livello: vede la luce un libro collettivo, curato da Federico di Vita con i contributi dei migliori esperti in materia, che s’intitola La scommessa psichedelica (Quodlibet). Se Pollan è la Bibbia, questo è il Vangelo (apocrifo).

Nella premessa del curatore, la dichiarazione d’intenti: “Le principali pubblicazioni uscite fino a oggi al riguardo si limitano a ripercorrere l’affascinante e tumultuosa storia della psichedelia, raccontando cosa sono queste sostanze. (…) mi suggeriva l’urgenza di compiere un ulteriore salto concettuale e cominciare a dire cosa fanno gli psichedelici al mondo in cui viviamo, come lo stanno già trasfigurando e come promettono di farlo nel prossimo futuro. È arrivato il momento di dire perché queste sostanze, anche se ancora sottotraccia e in modo spesso impalpabile, ci riguardano”.
Lo sguardo collettivo è particolarmente adatto, è quasi inevitabile, data la molteplicità di temi e implicazioni in cui può fluire il discorso sugli psichedelici. Sguardo collettivo, ventaglio di competenze ampio, citazioni e riferimenti a valanga: ogni saggio, anche di poche pagine, ha una nota sito-bibliografica ragionata, zeppa di spunti. Basterebbe questo, a mostrare quanto la psichedelia permea la cultura contemporanea.

Medicina, estasi, tecnologia
Medicina, dunque. È da qui che si è originata la storia della psichedelia – Hoffman lavorava per la casa farmaceutica Sandoz quando sintetizzò la dietilamide dell’acido lisergico – e se vogliamo anche la preistoria, nel calderone dello sciamano che cura insieme corpo e anima. Ed è da qui che parte il Rinascimento: psichedelici sono stati usati con buon successo in ormai numerosi studi, per trattare la depressione maggiore e il disturbo da stress post traumatico; per sconfiggere le dipendenze da alcol e fumo; per alleviare emicranie intrattabili ma anche la sofferenza psichica derivante dalla vicinanza della morte, nei malati terminali di cancro (nel libro ne parlano Agnese Codignola e Ilaria Giannini).
Come si può notare, l’ambito di intervento va man mano allargandosi, dalle patologie psichiche vere e proprie a condizioni che lo sono sempre meno, e questo può essere un grimaldello per far entrare gli psichedelici dal pertugio stretto della farmacologia, e poi aprirlo verso un utilizzo più diffuso: se una sola sessione è in grado di far cambiare lo sguardo sulla propria vita (e la sua fine imminente) a un malato di tumore, infatti, perché la stessa benefica operazione non si può ripetere con chiunque abbia paura della morte (ovvero chiunque) anche se non è imminente? Ma non è solo questo: l’uso medico degli psichedelici rovescia anche la storica contrapposizione tra psichiatria, basata sui farmaci, e psicanalisi, perché si è visto che il miglior effetto è nella combo tra uso sporadico della sostanza e supporto analitico.
E poi: la maggior parte delle cure fa anche vacillare il paradigma della “pillola per tutta la vita”; sono infatti trattamenti da una botta e via, massimo due. Il che è positivo ma anche foriero di problemi: chi investe per produrre un farmaco che si usa una sola volta? C’è un lato oscuro, intrinseco, nella ricerca medico-scientifica sugli psichedelici: come per ogni cosa che funziona, si stanno muovendo interessi giganteschi, e non sempre con le migliori intenzioni per la collettività.
Un altro macro filone è quello che si situa dal lato opposto alla medicina e alla ricerca scientifica: il misticismo, la trascendenza, l’afflato religioso. Che può essere esperito nell’ambito di una ricerca personale o di un rito collettivo: ne parlano tangenzialmente e da punti diversi gli interventi di Peppe Fiore sul trip report, di Francesca Matteoni sull’ayahuasca, di Chiara Baldini sui festival come moderni culti misterici, di Federico di Vita ancora sui raduni psytrance come mega installazioni di arte concettuale immersiva. Non a caso, trance e ecstasy sono parole comuni nel vocabolario della psichedelia medioevale. Che poi, questo medioevo psichedelico, proprio come quello storico, non sia stato tutta sta schifezza, dobbiamo ammetterlo.

Durante gli ultimi 30 anni del ‘900, quelli dell’illegalità e della war on drugs, a tenere viva la fiamma non sono stati solo gli psicanalisti illuminati che continuavano e continuano a coadiuvare la terapia con psichedelici; in modo del tutto clandestino ovviamente, e non solo, non tanto per il timore di sanzioni legali, quanto per la paura della riprovazione da parte dei colleghi, dell’espulsione dalla comunità. Sono stati anche e soprattutto i drogati, in una linea che senza soluzione di continuità lega gli hippy autoconfinati a Goa a inizio anni 70, le feste psy sulla spiaggia, la musica che da elettrica diventa elettronica, lo spirito di Goa che proprio mentre la comunità indiana perde smalto si diffonde in mille incontri e festival in tutto il mondo a partire dagli anni 90. Naturalmente quello dell’estasi è oggi il sentiero meno battuto, quello che dal Rinascimento trarrà i benefici in modo più indiretto, e ritardato.
Infine, c’è l’aspetto relativo alla tecnologia. Apparentemente un legame più labile ma invece pieno di spunti fertili. Da quelli più ovvi e immediati: gli psichedelici sono una tecnologia, di fatto, in quanto prodotto della tecnica e in quanto strumento volto a ottenere un effetto in maniera esogena; gli psichedelici hanno ispirato gli inventori di internet e di tutte le novità più entusiasmanti che fanno girare il nostro mondo iper connesso (San Francisco, Silicon Valley, la zona è quella), e oggi i genietti dell’IT praticano l’assunzione di sostanze in dosi inferiori alla soglia da trip, ma sufficienti per stimolare la creatività e il pensiero laterale (microdosing).
Ma le connessioni veramente sbalorditive sono altre (ne parlano Silva Dal Dosso e Noel Nicolaus del collettivo Clusterduck, e Edoardo Camurri, in due dei saggi più densi e difficili e mind blowing del libro): è l’internet stessa a somigliare a un enorme allucinazione condivisa, è l’algoritmo che si auto-sviluppa grazie al machine learning a realizzare finalmente il sogno umano di un’Entità superiore, sono i meme a incarnare lo spirito della controcultura in quanto creazione collettiva, rituale, anonima, iniziatica. Fino ad arrivare a rovesciare i termini della questione: “bisognerebbe interrogarsi non su come la psichedelia abbia ispirato e forse anche favorito la gestazione del nostro mondo digitale, ma su come al contrario la progressiva digitalizzazione del mondo abbia creato delle dinamiche e degli spazi che hanno favorito l’emergere di quello che oggi chiamiamo Rinascimento psichedelico”, scrivono Del Dosso e Nicolaus.

Controcultura verde e nemici politici
Medicina, misticismo, tecnologia. Al centro esatto di tutto questo, la psichedelia. Potremmo addirittura figurarci un diagramma di Venn a tre cerchi, con le intersezioni parziali. Tra scienza e tecnologia, il posto esterno alla sfera psy sarebbe occupato dal biomedicale e dal biotech – dal pace maker di mia nonna alle gambe di Pistorius – e come correlato nell’immaginario culturale, dal cyberpunk (altra controcultura che ha interessanti parallelismi con quella psichedelica).
Tra tecnologia e mistica, abbiamo il microdosing della West Coast, e il transumanesimo che sempre da quelle parti ha attecchito – cos’altro vuol dire essere una macchina per superare la morte, per trascendere la vita? Tra mistica e scienza, per quanto come si diceva le sue aree possano apparire agli antipodi, troviamo appunto santoni e guaritori, Padre Pio ma anche scienziati dalle doti intuitive quasi sovrannaturali come Antonio Cardarelli; e poi l’omeopatia e l’effetto placebo; ma anche, tra dico e non dico, l’uso che fanno degli psichedelici molte grandi menti della fisica teorica – la branca della scienza che più si avvicina alle stesse conclusioni, sulla natura illusoria della realtà, che vengono propugnate da millenni dalle religioni orientali, o da chi ha fatto un bel viaggio, tutto torna.
La psichedelia al centro esatto tra medicina, trascendenza, tecnologia. Che manca? Il ballo, ne abbiamo fatto cenno, ma soprattutto lo sballo: un uso meramente ricreativo, che non persegue né la performance né la guarigione né l’estasi – ne riparliamo tra un attimo. Perché c’è un altro grande assente nel quadro così delineato: la politica. Dove si colloca? All’esterno, un grande cerchio che racchiude tutto. E che a seconda di come lo si colora, modifica tutti gli altri.
Politica in senso ampio, s’intende: sia come quadro normativo che statuendo divieti e permessi determina la sorte di certe sostanze e di certe persone (c’è gente che si è fatta vent’anni per aver prodotto LSD al di fuori di qualsiasi intento commerciale); sia come prospettiva di fondo dell’agire psichedelico. E qui evochiamo il fantasma di Timothy Leary, il grande protagonista della stagione della controcultura, ma anche il grande accusato, quello che voleva fare la rivoluzione con la psichedelia e ha mandato in vacca sia la rivoluzione sia la psichedelia.
Questa almeno l’interpretazione ora dominante, da Pollan in giù: ora che non si vogliono ripetere gli stessi errori, ora che il timore è vedersi togliere quel poco di spazio di manovra appena ottenuto. E per questo si sta percorrendo la strada opposta: quella di un riduzionismo fiscalissimo, ascetico.
Di politica, nel libro parlano Marco Cappato e Vanni Santoni: entrambi sottolineando l’importanza del lato non terapeutico, e mettendo la psichedelia in relazione con temi attualissimi come i big data e il climate change; insomma la controcultura di questa seconda ondata potrebbe essere verde, il salutismo e l’individualismo potrebbero trovare superamento in una coscienza politica che parta dalla consapevolezza di essere un tutt’uno con gli altri esseri viventi (tipica illuminazione del più normale dei trip) e si sostanzi nella lotta al cambiamento climatico. Perché no?
Chiaro: il microdosing e l’approccio terapeutico sono pericolosi se restano fini a sé stessi. Sono nemici politici, perché figli della stessa mentalità aziendalista, volta a rendere le persone efficaci, funzionali. In particolare, la medicalizzazione individualizza il disagio psichico, privatizza – scaricando tutta la colpa sul singolo – una serie di patologie contemporanee che sono di fatto mali del tardocapitalismo: depressione, PTSD, stati d’ansia e tendenze suicide (di questa pare destruens si fa carico Carlo Mazza Galanti, in un pezzo peraltro bellissimo che parla di psichedelici nella letteratura).
Indubbio: ma quando si fa discendere da questo l’avversione alle cure, nel caso di specie all’uso medicale degli psichedelici, si cade nella stessa trappola di chi critica le religioni orientali, o anche semplicemente le pratiche meditative come lo yoga e la mindfulness, in quanto funzionali alla perpetrazione dello status quo, e in ultima analisi al servizio del sistema.
Certo alleviando le sofferenze psichiche si creano degli individui più felici, o comunque meno infelici, più docili e proni a una vita tranquilla; d’altra parte, togliere a chi sta male l’aiuto del pharmakon o della meditazione trascendentale, lasciandolo nudo davanti all’evidenza che la propria vita, il sistema economico contemporaneo, e forse anche la realtà ultima, fanno schifo, non vuol dire che costui si trasformi automaticamente in un ribelle pronto alla lotta di classe.
Lasciando precipitare la gente nella malattia mentale non si crea una legione di rivoluzionari pronti a cambiare il mondo. Sono i depressi, chiusi in casa, i più funzionali allo status quo; sono i pessimisti i veri servi del sistema.

Oltre il Rinascimento
Altrettanto pericoloso è insistere nel vecchio equivoco che colloca misticismo, trascendenza e ricerca spirituale “a destra”: vero, la Tradizione è la fissa di quei fascistoni di Elemire Zolla e René Guenon; però anche Huxley ha scritto, oltre al Mondo nuovo e prima delle Porte della percezione, quella summa teologica che è La filosofia perenne. Si può essere spiritualisti e progressisti? Si può credere – come credevamo noi a diciott’anni – nel fatto che la realtà materiale sia solo apparenza, e contemporaneamente nella necessità di cambiarla? Per chi risponde di sì, visioni trasversali e sincretiche (ma non ecumeniche) come quelle di Erica Lagalisse sono vere e proprie boccate d’aria. Così come la prospettiva appena accennata da Mark Fisher in Acid communism, il libro fantasma che nei saggi de La scommessa psichedelica è citato più di Pollan.
Insomma possiamo dire tutto, anche ammettere che la stessa etichetta Rinascimento psichedelico ci sta cordialmente sul cazzo: lo fa Gregorio Magini, da fiorentino oberato di retorica rinascimentale, nel suo Pseudoglossario. Eppure dobbiamo riconoscerne l’utilità, e sfruttarla. Come dobbiamo riconoscere a Pollan, e all’approccio tecnico-scientifico tutto, quello che Pollan alla fine di How to change your mind riconosce a Leary, dopo averlo mazzolato per tutto il tempo: che senza di lui, non saremmo dove siamo adesso. L’importante, come dice Andrea Betti nel saggio giustamente posto in chiusura del volume, che dopo il Rinascimento non venga la Restaurazione, ma il Risorgimento. L’importante, insomma, è andare oltre. Ma in quello, dovremmo essere capaci. Scommettiamo?