Recensioni / Il giudizio dell'arte di Stella

Gli addetti ai lavori sanno quanto sia ormai divenuto intricato il cammino dell’estetica e della critica, quella letterari come quella che si occupa di arti visive e affini. Sia l’estetica sia la critica nelle sue varie specialità si trovano da tempo spiazzate e quasi impotenti a esercitare un ruolo riconosciuto e condiviso, come era dal Settecento, quanto all’arte venne finalmente riconosciuto un suo status chiaro e determinato. Ma agli inizi del Novecento, più o meno con l’irrompere dei “ready-made” di Duchamp, il paradigma delle arti entra in profonda crisi. Oggi le arti – quelle visive, soprattutto – rivendicano “la loro autonomia rispetto all’estetica e alla critica, assumendo direttamente il compito di formulare un proprio discorso teorico”, mentre, all’inverso, il filosofo come il critico si confrontano con il problema o con il fatto estetico nell’insicurezza dei valori in gioco e dei loro stessi strumenti di giudizio. La critica d’arte si riduce sempre più all’offerta di descrizioni “neutrali” o a condurre operazioni “tassonomiche” sui vari aspetti dell’espressione artistica contemporanea, neppur sempre identificata entro confini certi. E’ uno dei portati del postmoderno. Tale condizione, insieme riduttiva e prometeica, mai sarebbe stata accettata da un filosofo che di arte, di estetica e di critica si occupò assai, Benedetto Croce. Per Croce non può esservi arte – “intuizione lirica” – se non in quanto individuata o individuabile da un giudizio critico, e non può esservi giudizio critico a prescindere da una estetica di livello filosofico. Sui nodi teorici della sua speculazione e su alcune applicazioni critiche che in essa trovarono volano e sostegno, Vittorio Stella getta oggi un meritorio fascio di luce con questo suo ponderoso saggio, o raccolta di saggi sulla “critica estetica in Croce e nei crociani”. Impossibile fare una compiuta ricognizione di un volume di complessa lettura, che offre anche una serie di profili di studiosi ispiratisi o dialoganti con l’estetica crociana: critici letterari come Flora, Russo, Sansone, Fubini, Pancrazi, o critici d’arte come Marangoni, Venturi, Ragghianti, Longhi (c’è anche un excursus sul rapporto tra D’Annunzio e i suoi interpreti e critici, Borgese, Serra, Gargiulo, Flora, lo stesso Croce). Ma ciò che rende indispensabile il libro è l’indagine più propriamente teorica sull’estetica crociata e i suoi risvolti. Vengono affrontate questioni essenziali come il nesso tra forma/ espressione e tecnica (o tecniche) o tra giudizio estetico e gusto, il significato dell’unità dell’opera d’arte, le false pretese del classicismo come dell’estetismo, la collocazione da dare a termini come “stile, “retorica”, “struttura”, eccetera. Utilissime, le pagine dedicate al rapporto tra l’intuizione artistica e la tecnica, perché qui Croce individua un punto focale dell’arte contemporanea, nella quale la fenomenologia tecnica tende ad assolutizzarsi, svincolandosi da ogni residuo di espressività lirica. Di attualità è anche il capitolo dedicato alle teorie della pura visibilità (Fiedler) e dell’empatia: all’inizio del secolo scorso, Croce avvertiva e precorreva una svolta che arriverà ineluttabile, ma alla quale egli cerca di opporre una resistenza intransigente. Si può essere contemporanei, insomma, pur nel dissenso e nell’isolamento: la problematica crociana pungola anche il nostro tempo postmoderno.