Recensioni / Una serie di studi sul messianismo ateo nell'opera di Walter Benjamin

Il rabdomante dell’altrove

La campagna di Ibiza, in un giorno di luglio del 1932 «Resina e timo saturano l’aria» e il sole «sembra di ostacolo al pensiero I boschi stessi paiono formare una corona attorno alle cime. come se il rastrello dell'estate li avesse recuperati». Il silenzio crea un vortice che si alza a spire, forse è l’immaginazione a distendere «un velo su ciò che è lontano. Tutto lì può restare com’era, ma il velo fluttua e impercettibilmente le cose al di sotto si spostano».
Questo drappeggio immateriale che si agita sulle colline di Ibiza non è uno schermo protettivo, ma piuttosto un sipario, pronto ad alzarsi su una pacifica apocalisse. È il diaframma che, nella mente di Walter Benjamin, separa il paesaggio reale da quello futuro dell’età messianica. Per il filosofo berlinese, la porta attraverso cui il Messia entrerà nella storia si può aprire in qualsiasi tempo e luogo. Benjamin amava un detto dei chasidim polacchi: «Il mondo a venire sarà in tutto simile a quello attuale. Tutto sarà come qui – appena appena diverso». Fu alla ricerca di questo «appena diverso» che Benjamin percorse la propria carriera solitaria di asceta della parola.
È singolare come questo pensatore, che si proclamò marxista ed espresse una critica radicale all’ideologia borghese del Novecento, sia rimasto sempre fedele all’estetica dell’idealismo tedesco. Per tutta la vita fu alla ricerca di una segreta chiave ermeneutica, come aveva appreso sulle pagine dell’amato Hölderlin o dagli scritti teorici di Schlegel o Schelling. Marxista immaginario ed esteta romantico, filosofo paradossale e cattivo politico, cronicamente incapace di venire a patti con la normalità, Benjamin fu prosatore inarrivabile per ritmo e capacità d’introspezione.
Nato in una famiglia assimilata dell’alta borghesia, ebbe con il giudaismo un rapporto discontinuo e a tratti superficiale. Quello che conobbe della tradizione giudaica gli giunse soprattutto attraverso l'amico Gershom Scholem, più per osmosi spontanea che per studi metodici. Eppure, proprio un tema ebraico domina la sua costruzione teorica, e cioè l’idea di un traguardo messianico del divenire.
Ai presupposti biografici e dottrinali del singolare messianismo ateo di Benjamin sono dedicati due studi recenti di Tamara Tagliacozzo e di Eric Jacobson. Entrambi scandagliano il rapporto di Benjamin con Scholem, e cercano il punto in cui il misticismo anarchico dello studioso di quabbalah s’innestò sulle inquietudini filosofiche di Benjamin. Jacobson, in particolare, sottolinea come Scholem avesse scoperto in gioventù l’opera del cabbalista cristiano Franz Jose Molitor e avesse poi contagiato con il proprio entusiasmo l’amico. In effetti, da Molitor discende per buona parte quell’idea d’intensità magica che risuona in alcuni dei migliori testi benjaminiani.
Dalla filosofia neokantiana di Hermann Cohen, Benjamin trasse invece, secondo la Tagliacozzo, l’idea metafisica di uno stato messianico finale. Ma se per Cohen la caratteristica principale del futuro Messia era la giustizia come imperativo morale, Benjamin attribuiva la fine dei tempi all’improvviso emergere «di pensieri sommamente minacciati, malfamati e derisi, che giacciono nel grembo profondo di ogni presente».
Per Benjamin, dunque, l’età messianica sarebbe iniziata solo quando si fosse giunti a scoprire il vero nucleo del reale, al di là delle apparenze e degli inganni dell’abitudine. Ma come fare per raggiungere questa verità essenziale? Il giovane teorico provò la via della dottrina politica, della critica militante, della storia dell’esteica. Tuttavia, la sua capacità li rabdomante dell’impossibie risalta al meglio nei brevi frammenti letterari, nelle aventure mentali di poche pagine. Fu un mestiere coltivato con scrupolo, che divenne arte soprattutto nelle prove dei primi anni Trenta. Di questi passi magistrali è prodigo il quinto volume delle opere complete pubblicate da Einaudi, pagine in cui balena veramente una luce d’altrove e i geroglifici dell'essere trovano la loro decifrazione.

Walter Benjamin, «Opere complete. V. Scritti 1932-33», ed. it. a cura di E. Ganni, Einaudi, Torino 2003, pagg. 610, Euro 90,00;

Erich Jacobson, «Metaphysics of the Profane. The Polfitical Theology of Walter Benjamin and Gershom Scholem», Columbia U. P., New York 2003, pagg. 338, Euro 49,50;

Tamara Tagliacozzo, «Esperienza e compito infinito nella filosofia del primo Benjamin», Quodlibet, Macerata 2003, pagg. 488, Euro 26,00.