Recensioni / Poesia italiana. Michele Sovente, Cumae

A partire dall’illustre esempio di Dante Isella curatore dei Mottetti montaliani (1980), l’edizione filologicamente curata e accompagnata da commento critico-interpretativo di testi poetici contemporanei è divenuta pratica abituale degli studiosi. Il moltiplicarsi di simili iniziative nell’ultimo decennio mostra, in particolare, la tendenza a occuparsi sia di autori ormai ‘classici’, (penso almeno al Diario di Algeria sereniano pubblicato da Georgia Fioroni nel 2013 e al primo libro di Fortini che Bernardo De Luca ha curato nel 2018), sia di autori assai recenti (è il caso, per esempio, del magrelliano Ora serrata retinae commentato da Sabrina Stroppa e Laura Gatti nel 2012 o della sezione delle Somiglianze di Milo De Angelis pubblicata da Fabio Jermini nel 2015).
Si tratta di operazioni delicate e preziose, perché si misurano – per così dire in diretta – con la mobilità del valore poetico e anzi con la sua stessa leggibilità, affrontando la responsabilità della lettera testuale, così da incrociare la comprensione ‘primaria’ con l’accertamento filologico nello spirito di una interpretazione complessiva del fatto estetico. A questo medesimo impegno si sottopone adesso Giuseppe Andrea Liberti affrontando Cumae, importante libro di Michele Sovente apparso nel 1998 per la collana di Marsilio curata da Giovanni Raboni. Com’è tipico della piccola tradizione che ho appena ricordato, Liberti incrocia consapevolmente filologia e critica per allestire una edizione accurata dal punto di vista testuale, ricca per spunti interpretativi, e utilissima per le informazioni che fornisce. La sintesi critica depositata nella Introduzione discute tutti gli aspetti principali del lavoro poetico dell’autore flegreo (i temi, e ossessioni simboliche, il multilinguismo latino-italiano-dialetto), collocandolo nella sua geografia e storia (si vedano in part. le pp. 11-17), mentre la Nota bio-bibliografica offre una descrizione puntuale della formazione soventiana e dell’iter compositivo dei suoi libri principali che d’ora in poi sarà di sicuro riferimento.
Il curatore ricostruisce la storia redazionale di Cumae utilizzando le carte dell’autore e le edizioni parziali (sezioni o autoantologie) che si sono succedute per più di un decennio sino alla pubblicazione definitiva nel 1998. Questo prezioso scavo permette di identificare una «raccolta ‘mancata’», Scale, che appare la matrice dell’opera definitiva, e soprattutto rivela il contesto letterario e più ampiamente culturale nel quale Sovente si muove nel corso degli anni Novanta, quando appunto mette a punto il suo libro futuro (peraltro incrociandolo, propone tra le righe Liberti, con gli altri libri che sarebbero apparsi nel decennio successivo). Dal punto di vista delle scelte editoriali, Liberti mette a testo, inevitabilmente, l’edizione 1998, offrendo sia le «varianti effimere» che si leggono sulle carte manoscritte, sia quelle «tratte dalle riviste, la cui pubblicazione certifica un riconoscimento di maturità almeno provvisorio» (p. 112): una scelta che, se affolla l’apparato genetico, permette al lettore la ricostruzione mentale dell’intero percorso compositivo quale è attestato dai materiali sopravvissuti. È qui, evidentemente, il tipico problema della filologia applicata ai testi della contemporaneità e tanto più dell’estrema contemporaneità, ossia l’abbondanza di testimonianze, materiali, dichiarazioni, elementi di contesto e di co-testo, dovuta tanto alla archiviazione dei materiali da parte dell’autore quanto alla reperibilità di notizie ricavabili da amici e sodali dell’autore o dalla conservazione di pubblicazioni anche occasionali se non del tutto effimere che consentono a volte una ricostruzione ad diem dell’attività di un autore. Il nodo posto dalla ricchezza documentaria può essere risolto solo valutando caso per caso (come appunto dovrebbe fare il filologo): il che pone la questione metodologica della decisione dell’interprete, il quale viene appunto chiamato alla scelta, all’uso di quel setaccio che, come spiegò Jean Starobinski ricordando l’etimo greco della parola ‘critica’, dovrebbe essere il suo strumento principale.
Sebbene sia solo alla sua prima prova, Giuseppe Andrea Liberti mostra di essere ben attrezzato per affrontare problemi di simile complessità, che non solo presenta sinteticamente nelle pagine introduttive, ma che affronta in concreto negli apparati filologici e di commento rivelandosi abile nel distribuire le informazioni documentarie e nell’incrociarle con l’escussione della bibliografia precedente per ricavarne spesso osservazioni critiche suggestive e pregevoli. Certo, la sua è l’operazione di uno studioso, che dunque procede secondo protocolli scientifici severi e controllati (come nel caso della descrizione dei tratti linguistici del napoletano a confronto con quelli della variante di Cappella utilizzata da Sovente); e però è una operazione che restituisce alla lettura un’opera poetica che – uscita fuori commercio da anni – oggi altrimenti non potrebbe essere fruita. Gli specialisti accademici della poesia contemporanea avranno modo – grazie al suo lavoro – di confrontarsi sulle modalità e le implicazioni delle pratiche filologiche; i lettori appassionati potranno, se vorranno, ritornare a un libro suggestivo e potente.