Recensioni / Carlo Melograni Io, l’anti-archistar

Conosco da tempo Carlo Melograni, un signore di 96 anni che è stato un importante architetto e che continua a scrivere e a pubblicare: recente l'uscita per Quodlibet di una sua raccolta di saggi: Progettare per chi va in tram. Melograni ricorda quei funzionari integerrimi che abitarono nel cuore della vecchia Mitteleuropa: erano il nerbo dell'Impero e se ancora oggi resiste qualche traccia di quell'antico splendore lo si deve a loro più che alla fastosa monarchia. Quest'uomo che ha alle spalle una carriera di lusinghieri progetti è tutto tranne che un archistar. Anzi, verso queste figure che hanno passeggiato soprattutto sul red carpet della post-modernità nutre una certa avversione. Melograni vive nel centro di Roma, in una ca saampia, non distante da piazza del Popolo. Percorre il lungo ingresso che sfocia sul salone sudi una sedia a rotelle: «La uso da quando sono caduto rischiando di frantumarmi come il più fragile tra i vetri».
Carlo è un uomo mite e tenace: «Fino a quando mi sono occupato di progetti e di urbanizzazione non ho mai derogato ai compiti che mi ero prefissato da giovane. Non ho avuto i riflettori della fama accesi su di me, non ho guadagnato cifre esorbitanti, non ho chiesto favori alla politica, semmai il contrario: cosa avrei potuto fare io per il bene comune? E semi guardo indietro ho l'impressione di essermi impegnato per le cose giuste».

Quali sono queste cose giuste che hai difeso?
«Un'idea di architettura che non fosse invasiva né esibita come trofeo estetico. Il mio desiderio fin da quando ho intrapreso questa professione è stato quello di rivolgermi alla gente comune, consapevole che ogni abitazione sia insieme un progetto razionale ed etico. Sono convinto che quando si progetta sia giusto stare dalla parte di coloro che useranno le cose che si disegnano». Perché hai scelto il mestiere di architetto? «Provengo da una famiglia agiata. Mio padre era ingegnere e si occupava di ferrovie. Desiderava che percorressi la sua stessa strada, tanto più che mio fratello Piero manifestava interessi più umanistici. Mi iscrissi a Ingegneria e dopo un mese passai ad Architettura. Era il 1941, eravamo in guerra e la facoltà aveva meno di una cinquantina di iscritti. A dirigerla un signore piuttosto famoso: Marcello Piacentini».

Una figura controversa ma con indiscusse doti, non ti pare?
«Non l'ho mai amato. Perché alla fine è stato un ideologo del regime. Un interprete dell'architettura monumentale per la quale non ho nessun motivo per gioire. Tieni conto che l'arino di svolta fu il 1936. Conquistata l'Etiopia, all'architettura si attribuì il compito di rappresentare non più un regime uscito da una rivoluzione, ma l'impero tornato sui colli fatali di Roma. Piacentini con tempismo perfetto seppe approfittare di questa svolta, assicurandosi un lungo predominio».

Resta il fatto che dopo gli anni della condanna l'architettura fascista è stata rivalutata.
«Potrei dirti: e allora? Quella messa in opera dal fascismo fu in larga parte demolitoria. Nella Roma insulsamente e dolorosamente sventrata furono cancellate numerose tracce storiche. Vogliamo parlare dei dintorni di San Pietro o della piazza del mausoleo di Augusto? Morpurgo innalzò palazzoni malinconici, incrostati di altorilievi mosaici e retoriche iscrizioni latine. Il musicologo Fedele D'Amico parlò di "olocausto littorio" e il riferimento era alla distruzione della sala dei concerti ricavata da un vecchio spazio che sovrastava il rudere».

Non tutta l'architettura fascista fu demolitoria e intrisa di retorica. Mi viene in mente la figura di Giuseppe Terragni. Ancora oggi la sua "Casa del fascio" è considerata un gioiello.
«Terragni fu un'eccezione. Come Piacentini si formò prima del fascismo, ma diversamente da lui seguì il suo percorso autonomamente. Disattese e respinse le direttive indicate dal partito. E seppe iscriversi con qualche originalità nel razionalismo europeo. La sua morte improvvisa a 39 anni forse interruppe un processo di autentica innovazione».

*A proposito di morti premature c'è anche quella misteriosa di Edoardo Persico, che tu collochi tra i protagonisti del razionalismo architettonico.
«Persico morì a soli trentasei anni e non sappiamo se fu ucciso dai sicari fascisti, come suggerì Andrea Camilleri in un libretto o se, nella versione ufficiale, per colpa di un infarto. La sua breve e complicata esistenza, dove si staglia l'amicizia e la collaborazione con Piero Gobetti, non impedisce di coglierne il talento, che fissò in qualche articolo per Casabella e in alcune conferenze».

Non proveniva direttamente dall'architettura.
«Arrivava dal mondo dell'arte, dalla collaborazione con Lionello Venturi. Intuì per primo la grandezza innovativa di Lucio Fontana. E quanto all'architettura colse immediatamente il risibile monumentalismo che il regime fascista le aveva impresso. Niente in lui fu corruttibile, come testimoniarono gli amici, tra cui il poeta Alfonso Gatto. Bisogna rileggere i suoi pochi scritti di architettura per capire quanto forte e convincente fosse l'invito ad occuparsi della gente comune, di quelli che la mattina prendono il tram e la sera tornano o vorrebbero tornare in una casa che non emani il senso dello squallore».

Con qualche distinguo Persico partecipa al fenomeno della "Nuova architettura". Chi sono i suoi punti di riferimento?
«Principalmente il Bauhaus che Walter Gropius fondò nel 1919 e diresse fino al 1928».

Che movimento è stato?
«Di rottura col passato. Ma fin qui non era difficile dare il colpo di grazia al "falso antico". La cosa importante è che la scuola non demonizzò l'industria come se la sua impetuosa espansione comportasse la decadenza del gusto e l'appannarsi della fantasia. Al contrario, colse in quello sviluppo l'occasione per ridefinire l'oggetto seriale, ricreando lampade, sedie, tavoli, mobili di arredo e perfino copertine di libri. Fu un movimento che integrò la funzionalità degli arredi con una visione architettonica».

In che modo?
«Progettando e realizzando una visione dell'abitazione che non fosse appannaggio di pochi. Proporsi di trasformare l'ambiente che abitiamo non soltanto con l'esecuzione delle grandi opere, ma progettando e realizzando anche cose comuni che adoperiamo nella vita di tutti i giorni, come una lampada, un divano, una sedia o un tavolo. Si tratta di uno sguardo sul mondo della vita che il Bauhaus accese nella convinzione che le fasce sociali più fragili e umili non dovessero essere costrette a vivere in condizioni incivili. Ma quell'idea di modernità è stata perlopiù tradita».

Da chi?
«Da coloro che hanno rigettato la scelta culturale di tenere insieme disegno industriale, progettazione architettonica e progettazione urbana. Molti hanno dimenticato che quando si progetta è giusto stare dalla parte di coloro che useranno le cose che si disegnano e gli edifici che si progettano. L'architettura non può essere il gesto unico, esibizionista, celebrativo o provocatorio. È qualcosa che deve accompagnarci nella vita di tutti i giorni».

Come ha messo in pratica questi principi?
«Ho eseguito studi e progetti per residenze e per cooperative. Sono intervenuto nel recupero di alcuni quartieri popolari, per esempio quello di Testaccio a Roma. Ho sistemato aree archeologiche, recuperato parti di centri storici. Ho fatto restauri urbanistici e ambientali, per esempio nei sassi di Matera. Ho riqualificato alcune piazze, per esempio nel centro storico di Ferrara. Come urbanista ho fatto parte dei gruppi che hanno lavorato ai piani regolatori di Cecina, Ferrara, Piombino. Ho insegnato da11959 fino al 1993, concludendo la mia carriera universitaria come preside di architettura a Roma Tre. Ho scritto libri e collaborato a riviste specializzate, come Casabella e Domus, per difendere quei principi. Ma la parte del lavoro di cui mi sento più orgoglioso è stata la mia attività a progettare scuole».
La qualità media dell'edilizia scolastica non ha mai brillato nel nostro paese.
«Infatti è un buon parametro per misurare il livello della cultura architettonica di un paese. Ma è anche un campo nel quale è possibile verificare quanto sia importante il rapporto tra architettura e politica. Senza l'impegno di quest'ultima non si va da nessuna parte. Il mio amico Tullio De Mauro diceva che ogni progetto edilizio riguardante la scuola nasceva e moriva sotto il segno della proroga».

Forse anche perché le risorse sono state sprecate altrove.
«Manca una cultura dell'ambiente educativo. E guarda che si possono realizzare ambienti accoglienti anche con soluzioni poco costose. Quando insieme ad altri realizzammo il liceo classico Ariosto a Ferrara - un esempio di edilizia scolastica che ci è stato invidiato - beh, non è che il comune si sia dovuto svenare».

Tuo fratello, scomparso nel 2012, era lo storico Piero Melograni. Che ricordo hai di lui?
«Piero era più giovane di sei anni. Negli anni dell'adolescenza e poi della giovinezza abbiamo condiviso molte cose. Anche la passione per il partito comunista. Poi lui ne uscì nel 1956, dopo i fatti di Ungheria. Abbiamo coltivato e ci siamo interessati a cose diverse. Ma l'affetto, quello vero, non è mai venuto meno. Gli devo oltretutto un certo amore per la musica. Aveva la passione per Mozart. E ora che sono vecchissimo e incapace di sostenere a lungo la lettura di un libro, mi rifugio nella musica».

Come giudichi il tuo lavoro fin qui svolto?
«Sono gli altri che eventualmente devono giudicarlo. Quello che posso dirti è che alla ricerca individuale ho preferito il lavoro collettivo: il coro ai tenori. Il senso della vita per me risiede anche nel fatto che qualcun altro riprenda e prosegua il tuo lavoro. Lo so che le cose cambiano. Ma credo che occorra trovare la continuità nel cambiamento. E poi bisogna avere avuto passione e ragionevolezza. E difficile tenere insieme queste due componenti. Stendhal, uno scrittore che ho molto amato, vedeva nella loro congiunzione il segreto della buona vita. Io, nel mio piccolo, ho cercato di prenderlo in parola».