Recensioni / Architetti d’Italia. Carlo Melograni, il caposcuola

Tutte le storie sono personali nel senso che parlano, oltre che di fatti oggettivi, di chi le racconta. Ma questa per me lo è in maniera particolare. Tanto che ho esitato a scriverla. Almeno sino a quando non mi sono convinto che la serie Architetti d’Italia non sarebbe mai stata completa senza parlare di Carlo Melograni.
Melograni, anche se ha realizzato alcuni interessanti edifici, non è un architetto particolarmente creativo, intendo non all’altezza di Carlo Scarpa, Giovanni Michelucci, Luigi Pellegrin, Leonardo Ricci, Vittoriano Viganò. È, e soprattutto è stato, un importante punto di riferimento, un maestro di razionalità in un panorama spesso fatuo, modaiolo ed estetizzante.
Un caposcuola. E, come tale, criticato dagli avversari. Le persone che gravitavano intorno a lui erano battezzate “melogranitici”, quasi a intendere una loro incapacità di affacciarsi, oltre la razionalità, nell’universo del linguaggio dell’architettura.

LA STORIA DI CARLO MELOGRANI
Melograni ha sempre considerato la cultura in stretta relazione con l’impegno etico. Nato nel 1924, giovanissimo si era arruolato volontario nel ricostituito esercito italiano tanto da essere decorato sul campo con Croce di guerra al valor militare.
Quando insegnava all’università di Roma, era uno dei pochi professori che facevano lezione. Altri, più impegnati professionalmente, latitavano, lasciando la didattica in mano agli assistenti. Si vedevano per la lezione di inizio corso e poi agli esami.
Melograni era legato agli ideali di razionalità e di funzionalità del Movimento Moderno. Aveva scritto un libro su Giuseppe Pagano. Parlava di Le Corbusier, del Team X, amava Giancarlo De Carlo, faceva studiare gli interventi a suo dire esemplari di edilizia residenziale di Roehampton, di Halen, dei Robin Hood Gardens, del villaggio Matteotti a Terni.
Sembrava fuori dal tempo: insensibile alle interminabili questioni sui linguaggi che andavano per la maggiore tra gli architetti che facevano riferimento al PCI, il partito a cui senza esitazione apparteneva e di cui rappresentava l’anima riformista, amendoliana (i rivoluzionari, per uno strano paradosso, erano persi dietro l’inconcludente ricerca dei vari Peter Eisenman e Aldo Rossi, la critica all’ideologia di Manfredo Tafuri e lo storicismo di Louis Kahn).
A dire la verità, negli Anni Settanta era molto gratificante fare parte della Tendenza, cioè della scuola di chi vedeva Melograni come un residuo del passato, uno che non si era saputo aggiornare rispetto alla crisi del Movimento Moderno. La Tendenza era, infatti, una élite impegnata che produceva edifici considerati molto più coerenti, oggi si direbbe: assoluti. Forse perché erano tutti giocati su una ricerca mono-direzionale, cioè basata sull’estetica della privazione e sul predominio della sintassi. Non vi era alcuna concessione alle debolezze umane, i progetti sembravano tutti disegni di carceri. Nelle università personaggi come Giangiacomo D’Ardia e Dario Passi (cito loro perché erano assistenti al corso di composizione di Luisa Anversa che frequentavo) facevano l’elogio dell’angolo retto: l’angolo retto, affermavano era “didattico”, per dire che altri angoli in una accademia non si dovevano neanche immaginare. Lo stesso Vittorio Gregotti, valutato secondo canoni così severi, non era considerato completamente accettabile. Apparteneva al professionismo colto. Voleva dire che non era abbastanza rigoroso (da qui: professionista, una parola che a quei tempi all’università era un insulto) ma che, in virtù della cultura, di un certo tipo di cultura, in un modo o nell’altro poteva essere recuperato.
Data questa situazione all’Università di Roma (ma a Venezia, Milano, Napoli e altrove era anche peggio) non è difficile immaginare come attraverso Carlo Melograni, e i pochi che la pensavano come lui, si potesse andare in controtendenza, respirando un po’ di sana architettura funzionalista. E forse fu per questo motivo che nel 1979 gli chiesi di farmi da relatore di tesi. Melograni non proponeva un approccio dove l’architetto è un demiurgo che impone la forma dell’abitazione e la propria idea di città, ma era fautore di un metodo democratico che cerca in ogni fase progettuale un confronto con l’utenza. Era l’apertura all’Europa, a una certa Europa, quella della socialdemocrazia, che fondava il metodo melograniano o, se vogliamo ribaltare in positivo l’epiteto dei suoi dileggiatori, melogranitico.

MELOGRANI E LA SCALA UMANA IN ARCHITETTURA Dicevamo del Team X e degli Smithson, ma, aggiungerei tra i riferimenti, la scuola olandese e in particolare Aldo van Eyck ed Herman Hertzberger. Apertura che si vede in due numeri di «Edilizia Popolare», che ancora conservo, sulle case con percorso pensile (luglio-agosto 1979) e sulle case basse ad alta densità (novembre-dicembre 1980). Provate a immaginare cosa potesse significare quella scelta in un periodo in cui si magnificavano, invece, progetti residenziali autoritari quali il Corviale e Vigne Nuove. Melograni proponeva la scala umana, un modo di abitare che non rinunciava alla razionalità del progetto e, allo stesso tempo, ai diritti degli individui. Credo che sia stato lui che mi ha insegnato che ciascun abitante ha diritto a un pezzo di terra o a un pezzo di cielo. E che i servizi collettivi sono una gran bella cosa solo se funzionano e non diventano spazi di nessuno.
Ricordo anche un pellegrinaggio, probabilmente dopo la laurea, in cui ci portò, con un gruppo di studenti francesi, a vedere il Villaggio Matteotti di Giancarlo De Carlo. Era quella l’edilizia di un Paese civile.
Nel 1981, insieme con Marta Calzolaretti, Piero Ostilio Rossi, Ranieri Valli e Andrea Vidotto, Melograni ha costituito lo studio P+R/Progetti e Ricerche di architettura (Paolo Meluzzi, l’assistente che mi fece da correlatore, che mi aiutò non poco a entrare nel metodo e presso il quale, dopo, feci praticantato, aveva studio per conto suo).
Dopo la laurea, Carlo Melograni l’ho cercato sempre di meno, forse anche perché non mi sono riconosciuto mai completamente nel suo rigore un po’ troppo austero e in una visione del Movimento Moderno che faticava a fare i conti con tutte le anomalie, contraddizioni e false narrazioni che ne hanno segnato la storia.
L’ho visto qualche volta e, come succede a chi si è lasciato, con un certo imbarazzo. Porre l’attenzione sulle differenze sarebbe stato troppo lungo, inutile. Ma l’ho sempre considerato uno dei miei riferimenti, il maestro di buon senso, di intransigenza etica e di razionalità.

I LIBRI DI CARLO MELOGRANI
Due libri, che ha scritto in epoca più recente, credo debbano essere letti.
Il primo è sull’architettura italiana sotto il fascismo (2008). La linea interpretativa è discutibile. Ma il racconto diventa particolarmente intenso quando affronta personaggi che ha amato in particolare: Giuseppe Pagano, Edoardo Persico, Franco Albini. L’architettura italiana vista nelle sue espressioni di più alta moralità, al di fuori di facili estetismi, alla ricerca di una qualità che non può certo essere quella dell’artificio formale, del gioco snervato del linguaggio.
Il secondo si intitola Progettare per chi va in tram, pubblicato originariamente nel 2002 e riedito nel 2020 per i tipi di Quodlibet. La frase è presa da Edoardo Persico: “Crediamo che pochissimi architetti italiani abbiano per ideale cliente il viaggiatore in tram; eppure è a lui che i costruttori italiani devono pensare, più che a quelli delle automobili e degli sleepings. Viaggiatori in tram: operai, impiegati, povera gente per la quale gli architetti italiani prepareranno le case popolari, gli alloggi minimum, i mobili componibili”. Sono convinto che non si possa esprimere in modo migliore una filosofia progettuale con le sue grandezze e, forse, il suo carattere anacronistico. Ricordo che alla lezione che fece quando si congedò dall’insegnamento, Melograni parlò di un altro mezzo di trasporto da lui apprezzato: la bicicletta. Esprimeva il suo ideale di austerità e la sua attenzione per una tecnologia semplice ed efficiente. Anche se oggi chi va in bicicletta non sono certo gli operai, ma soprattutto i giovani che fanno parte di quella società bene che punta all’existenz maximum. D’altronde i nuovi eroi che Carlo Melograni propone nel libro sono Michele De Lucchi con la sua lampada Tolomeo e Renzo Piano con il suo raffinato e costoso Soft Tech, due personaggi che ci raccontano bene come il mondo sia cambiato rispetto ai tempi di Edoardo Persico. Ma che, in qualche modo, continuano una tradizione di razionalità umanistica che impone all’architettura di non dimenticare la ragione e la funzione, se non la si vuole trasformare in una inutile parodia di se stessa.