Recensioni / Eteronimi di tutto il mondo, disunitevi!

Se per Gérard Genette «la pratica dello pseudonimo è proprio come l’uso di una droga, che scatena rapidamente la moltiplicazione, l’abuso, e addirittura l’overdose», in Teoria dell’eteronimia di Fernando Pessoa, pubblicato pochi mesi fa da Quodlibet per la cura di Vincenzo Russo, l’overdose arriva puntualmente, oltre che per l’autore, anche per il lettore. Sono qui concentrati infatti per la prima volta, e disposti come in una claustrofobica galleria, tutti quei frammenti (ritagliati un po’ da opere già pubblicate, un po’ da lettere private, un po’ da materiali inediti) in cui Pessoa riflette teoricamente e mette però anche in pratica il suo magistrale e paradossale modo di nascondersi moltiplicandosi in tutti quegli scrittori inesistenti che hanno firmato, prendendo possesso della sua mano, la maggior parte dei suoi scritti.
La natura pulviscolare di tutta l’opera di Pessoa trova in questo libro-mosaico, fatto di brevi cenni, affondi puntuali e chiarificatori, stringate biografie, la sua perfetta riduzione scalare, la sua riproduzione bonsai. La modalità frammentaria in cui ha preso corpo un’idea di letteratura rivive, in piccolo, nel ronzio di queste particelle testuali che procedevano per un loro multiplo moto dispersivo, e che a un certo punto sono state catturate da un magnete e compresse nella forma di un libro che Pessoa non ha mai di fatto organicamente composto: di un libro che dice tutto quello che c’è da sapere su Bernardo Soares, Álvaro de Campos, Alberto Caeiro, Ricardo Reis, António Mora, e su tutta la restante compagnia di filosofi, prosatori e poeti inesistenti che compongono il ritratto sfaccettato di quel macro-scrittore, a sua volta quasi inesistente, che è Fernando Pessoa («per creare mi sono distrutto; dentro di me mi sono così esteriorizzato, che dentro di me non esisto se non esteriormente»; «Fernando Pessoa […] non esiste, propriamente parlando»).
Innanzitutto, partendo dal titolo ovviamente non autoriale di questa bizzarra antologia tematica, si può sottolineare come, riguardo al concetto di eteronimia e a quello, un po’ più vulgato, di pseudonimia, sia lo stesso Pessoa a proporre una nitida distinzione.
Lo pseudonimo consiste semplicemente in un nome fittizio di cui fa uso un autore per firmare i propri testi; nella pseudonimia i rapporti tra autore e pseudonimo sono chiari: il primo è il padre del secondo, il quale a sua volta non è altro che un’etichetta, una maschera bidimensionale priva di una propria autonomia e la cui unica funzione è quella di ricoprire i tratti autoriali che si vogliono, per molteplici ragioni, occultare. Dell’autore si possono avere dettagliate informazioni biografiche, dello pseudonimo al contrario, essendo una sorta di prestanome disincarnato, no. E proprio qui sta la differenza tra pseudonimia ed eteronimia, in special modo tra pseudonimia e l’eteronimia come la intende Pessoa: gli eteronimi in cui si rifrange l’autore non sono voci in falsetto o maschere piatte, ma veri e propri scrittori potenziali che vivono ognuno la propria vita: c’è chi è laureato e chi no (il poeta Álvaro de Campos è laureato per esempio in ingegneria navale, Ricardo Reis è medico, Bernardo Soares aiutante contabile), chi è morto e chi continua a vivere; gli eteronimi diventano dei personaggi che intrattengono rapporti reciproci, che possono incontrarsi in un certo anno in una certa città, e che, addirittura, essendo tutti scrittori e intellettuali, possono essere l’uno maestro dell’altro (è questo il caso di Alberto Caeiro, al quale gli altri personaggi-eteronimi guardano con l’occhio dell’allievo). Ho chiamato questi eteronimi personaggi, e l’ho fatto perché questa è la loro vera natura, come confessa Pessoa, il quale si vede come un palcoscenico calcato dai suoi eteronimi intenti a recitare la loro vita («sono la nuda scena su cui passano vari attori che recitano drammi diversi») e che però riconosce esplicitamente lo statuto di personaggio vero e proprio soltanto a Soares: «Bernardo Soares non è un eteronimo, ma un personaggio letterario».
Il documento più famoso che condensa la riflessione di Pessoa sulla sua pratica eteronimica è la lettera del 13 gennaio 1935 ad Adolfo Casais Monteiro, già pubblicata da Antonio Tabucchi (sua la traduzione) in appendice a Un baule pieno di gente. Scritti su Fernando Pessoa (1990). Qui la confessione si modula nei toni di un epigrammatico manifesto: «comunque sia, l’origine mentale dei miei eteronimi sta nella mia tendenza organica costante alla spersonalizzazione e alla simulazione».
In questa occasione Pessoa, risalendo agli anni della sua vita infantile, ritrova l’antenato capostipite di tutta la genia autoriale che riflette le sue schegge identitarie (eloquente il bisticcio Pessoa-de Pas):

Ricordo, così, quello che mi pare essere il mio primo eteronimo, o meglio, il mio primo conoscente inesistente, un certo Chevalier de Pas dei miei sei anni per il quale scrivevo lettere sue a me stesso, e la cui figura, non interamente vaga, ancora conquista quella parte della mia affezione che confina con il rimpianto.

La «tendenza a creare intorno a me un altro mondo», popolato da figure immaginarie, si affina nel momento in cui Pessoa scopre che può attribuire a ognuna di queste figure dapprima qualche pensiero o «motto di spirito assolutamente estraneo, per un motivo o l’altro, a quanto sono o a quanto suppongo di essere», e poi visioni del mondo via via più complesse, che nascono come stratificazione, come sedimentazione di questi pensieri e motti di spirito, e che possono arrivare a lambire il livello del sistema (asistematico) filosofico (e questo è il caso di António Mora, filosofo paganeggiante rinchiuso in clinica psichiatrica).
Gli eteronimi, collegando tramite il loro incerto statuto (sono autori? Sono personaggi?) il mondo della realtà e quello della finzione, hanno una doppia vita, reale e letteraria; se Pessoa può scrivere per esempio che «Il dott. Ricardo Reis nacque nella mia anima il 28 gennaio 1914, verso le 11 di sera», facendo così riferimento al suo concepimento reale come a quello di un personaggio letterario, può anche però andare oltre e dotare Reis, con ulteriore immersione pseudoromanzesca, di dati anagrafici fittizi, che lo vogliono nato a Lisbona (ma in un’altra occasione il luogo di nascita diventa Porto) il 19 settembre 1887, alle 16.05. Due date di nascita per un essere che, come i suoi compagni, vive nella terra di mezzo tra realtà e fantasia, e al quale spettano, specularmente, anche due morti, la più significativa delle quali è così espressa da Pessoa: «Il dott. Ricardo Reis muore dove è nato, nella mia anima».
Pessoa parla di Reis, ma si dà anche il caso opposto, in cui sia un eteronimo a parlare di Pessoa: e questo precisamente è quello che avviene quando Álvaro de Campos, in una carrellata sublime che mischia come un mazzo di carte autore ed eteronimi scombussolando ogni assiologia, scrive che

Il mio maestro Caeiro non era un pagano: era il paganesimo. Ricardo Reis è un pagano, António Mora è un pagano, io sono un pagano; lo stesso Fernando Pessoa sarebbe un pagano, se non fosse un gomitolo ingarbugliato dall’interno.

Ogni eteronimo è un particolare sguardo sul mondo, su un mondo che include anche la presenza dello stesso Pessoa.
Questa schiera di pseudoautori assomiglia molto a un esercito di scrivani alla Bartleby (Bartleby e compagnia, verrebbe da dire, citando lo scrittore Enrique Vila-Matas), sembra quasi di vederli, di avvertirli fisicamente (lo stesso Pessoa non risparmia, del resto, quanto a descrizioni iconiche, anche sorprendenti: «Álvaro de Campos è alto (1 metro e 75 di altezza, due cm più di me), magro e un poco tendente a curvarsi»; «testa rapata tutti»): modesti impiegati, taciturni, dallo sguardo sfuggente, magari velato da occhialini a pince-nez; passano tutti esistenze umbratili, in mezzo agli inchiostri, alle pratiche di imprese commerciali, e covano dentro di sé sfilacciate e brucianti intuizioni poetico-filosofiche, versi incandescenti. Si riverberano in questi realistici fantasmi le esistenze esemplarmente in tono minore di Franz Kafka, di Konstantinos Kavafis, di autori che un riflusso o scombussolamento diegetico ha reso quasi personaggi, fratelli di sangue di Stephen Dedalus, entità esistite organicamente in quella dimensione aerea che fa profetizzare a Pessoa: «diventerò io stesso tutta una letteratura».