Recensioni / Giacomo Maria Salerno, Per una critica dell’economia turistica. Venezia tra museificazione e mercificazione

“Caro turista”. Viene spontaneo quasi iniziare in questo modo una conversazione sul turismo e su Venezia in particolare – come il volume di Giacomo Maria Salerno propone. Si tratta di un contributo importante, che giunge proprio oggi, in questo tempo nuovissimo e incerto che non avevamo previsto di vivere e che aggiorna lo stato dell’arte rispetto al senso del viaggiare e alle conseguenze di questo movimento di persone e mezzi. Non tanto e non solo rispetto a Venezia, ma rispetto alla nostra società globalizzata, imbrigliata nelle regole dell’economia di mercato e del neo-liberismo in politica. Ricostruire il contesto e, a cascata, tutto ciò che si muove intorno alla decisione delle persone di spostarsi da un luogo ad un altro, è importante per capire chi è l’interlocutore: a chi stiamo parlando quando diciamo che le città d’arte, le spiagge e i sentieri di montagna del nostro Paese sono presi d’assalto da masse di persone che rendono impossibile a volte la quotidianità per gli abitanti, che raddoppiano o triplicano le tonnellate di rifiuti, che peggiorano la qualità dell’aria con le emissioni di carburante, che con la loro “domanda” di ospitalità inducono l’offerta a moltiplicarsi senza regole e senza etiche? A chi stiamo parlando? A chi decide di muoversi ed esplorare il mondo raggiungendo la meta dei propri sogni o stiamo invece parlando a un fantomatico “noi”, cui dobbiamo imputare le conseguenze di azioni e decisioni-anche lontane nel tempo, come l’evoluzione della cosiddetta città diffusa – lo sprawl – iniziato nel II dopoguerra e proseguito fino ad oggi, inframezzato da varie ondate di speculazione edilizia ed espansione industriale senza regole, con creazioni di nuove centralità urbane attorno a nuove piazze quali i centri commerciali al limitare delle cinture urbane, oggi per altro già obsoleti e fonte di nuove e diverse problematiche? Non è questo forse il vero contesto in cui impostare il “problema turismo”, quello che noi qui abbiamo creato? Salerno, così come D’Eramo (Il selfie del mondo, 2017) mette l’accento sulla liberalizzazione delle tariffe dei mezzi di trasporto aereo: la svolta in questo complesso scenario è avvenuta non più di una quindicina di anni fa, quando i voli low cost sono comparsi nei nostri cieli e hanno incrementato a dismisura la possibilità delle persone di raggiungere la meta desiderata.
Nel frattempo sono poi cambiate le abitudini delle persone, per i mille motivi per cui l’economia globale ha di fatto trasformato le condizioni di lavoro, di vita, di abitazione e di studio di tutti noi, sempre più precari e itineranti. E una delle abitudini che più è mutata è il dove e il come abitare e il dove e come alloggiare in una città che non è la nostra, di cui siamo in un modo o nell’altro cittadini temporanei. L’albergo o la pensione, naturale corredo di ogni vacanza fino a pochi decenni fa, ora sono nella maggior parte dei casi edifici obsoleti scaduti di categoria, riadattati ad altro uso, oppure tristemente chiusi. Oggi si prenota attraverso piattaforme digitali che, infilandoci direttamente con il nostro evocativo “materassino gonfiabile” (da cui Airbnb) nelle maglie dell’abitato della città che vogliamo esplorare, ci garantisce un’esperienza non da turisti di superficie, ma “da abitanti veri e propri”, un “come se” che va ad aggiungersi al percorso tra musei e monumenti e che coscientemente scegliamo di includere nel pacchetto vacanza che compriamo in agenzia, reale o virtuale che sia. Un plus al nostro viaggio tanto sognato. Si tratta di un sistema conveniente per chi viaggia e molto conveniente per chi affitta, per mille motivi tra cui la mancanza di controlli fiscali. Ma non è la platform economy, ci dice bene Salerno, ad aver creato il mostro del turismo di massa. Tutto era già pronto perché accadesse: nelle nostre grandi e piccole città d’arte con patrimoni edilizi al 30% vuoti e in alcuni casi con una popolazione residente in calo, si continua a costruire. E il Veneto in questo è campione. Il consumo di suolo come fenomeno e la cementificazione come azione concreta e visibile sul campo, non riguardano solo le case, ma anche le strade, poiché l’abitare sparso ha reso necessari sempre nuovi collegamenti, che ovviamente attengono allo spostamento privato e non al mezzo pubblico. Sono necessarie strade e parcheggi, non treni e binari ferroviari per lo spostamento nei labirinti dello sprawl. Cito il Veneto perché è qui che si concentra gran parte dell’analisi di Salerno soprattutto, nell’ultima parte del libro. Le smanie della villeggiatura, come diceva il più noto dei nostri autori di teatro, conducono in un solo luogo da queste parti, a Venezia.
Venezia città brand per un intero territorio, prodotto che comprende non solo tutto il Veneto ma tutto il Nord Est a volte anche, nel caso delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026 pubblicizzate come “le Olimpiadi di Venezia”, anche l’intero Nord Ovest – mare e montagna, pianura industriale e laguna insieme. Affidata alla monocultura del turismo di massa Venezia da decenni – due almeno – sta fagocitando tutto ciò che le sta intorno nell’intento di vendere se stessa a beneficio di tante categorie di persone e di un territorio che eccede decisamente i confini comunali, sacrificando gran parte delle potenzialità di sviluppo di tanti altri centri “minori” (anche Padova nel confronto rimane un centro minore, pur vantando la seconda più antica università nel mondo e il più grande ciclo di affreschi giotteschi), desertificandone le attività produttive, trasformando tutto in vetrina per un solo compratore – il turista – dal mercato rionale alla produzione artigianale. Salerno lo dice a più riprese e intensamente: Venezia vende un territorio mentre svende se stessa. Discorso non nuovo certamente. E tuttavia ci si chiede: la classe politica ne è consapevole? si preoccupa di questo? Non pare. Anche se dovrebbe, anche se la pandemia e il lockdown che ne è seguito ci hanno ampiamente mostrato ancora una volta i limiti delle monoculture, dell’aver svuotato di tutti i servizi i centri minori, le periferie e i quartieri dei centri maggiori. Avevamo bisogno di prossimità e in prossimità – che per un periodo è stata di non più di 200 m – c’erano solo serrande chiuse. Salerno accenna a questo scenario, anche se il suo lavoro si chiude e va in stampa un attimo prima. Ma per chi è attento alle mutazioni e sa cogliere il segno del cambiamento al suo nascere senza aspettare che si presenti in tutti suoi effetti, lo scenario era già chiaro e l’autore lo dimostra. Resta il fatto che oggi, a qualche mese di distanza sia dalla pubblicazione del volume che dal picco del confinamento dovuto al coronavirus, quelli che normalmente nominiamo come stakeholders, cioè coloro che sono portatori di interessi in un dato territorio, sembra stiano attendendo soltanto una cosa: si ritorni ad un fantomatico “come prima”. Come saremo nel 2030? Speriamo come nel 2019. Sembra questa la prospettiva. Attesa. Visioni di città di sviluppo del territorio proiettate più al passato da recuperare che al futuro da costruire. Ecco quindi, in ultima istanza, la necessità di rivolgersi direttamente a lui, il turista.
Che Venezia stai cercando, con che idea della città arrivi, che cosa ti porterai a casa da questo viaggio, caro turista? E soprattutto: sei sicuro che alla fine avrai capito che cos’è veramente questo luogo? Non è colpa tua comunque, se ciò non accadrà.
Prendo a prestito questo discorso diretto da un piccolo pamphlet pubblicato da Paolo Lanapoppi qualche anno fa dal titolo appunto “Caro turista” (Lanapoppi, 2014), che, dopo aver chiesto invano alla politica di agire, chiama direttamente in causa il protagonista di tutti nostri ragionamenti. E proprio al turista, non alle istituzioni, agli studiosi e agli analisti dei fenomeni sociali, l’autore chiede di riconsiderare il suo “potere”. “Sei tu che spingi, che alimenti quell’offerta”, dice. “Pensa a Venezia e aiutala ad esistere ancora a lungo”. Una volta compreso che il turismo non è solo vacanza da regole e responsabilità, forse, sostiene Lanapoppi, potremmo tornare a parlare con piacere e cognizione di causa di questa flânerie, del viaggiare dove ci porta il desiderio, senza fretta né meta. Al momento però – e lo sottolinea anche Salerno – sulla questione c’è un grosso problema di linguaggio e di vocabolario: Venezia è diventata sinonimo di degrado e disagio (“non fate come Venezia”, “non vogliamo finire come Venezia”) e “turista” è sempre più parola associata a massa, a qualcosa che nel migliore dei casi rompe l’equilibro già fragile della vita quotidiana dei residenti. Si parla non a caso nei dibattiti divulgativi di “non turismo”, o addirittura di “fine del turismo”. In realtà più che di fine, perché nessun fenomeno di questa portata in realtà semplicemente finisce, si dovrebbe parlare di ri-significazione. Quello che abbiamo vissuto fino ad oggi, a partire dal boom del turismo di massa, è un trasporto di persone e valige lungo un percorso predefinito e prepagato, che lascia sul territorio che attraversa detriti di lungo periodo e porta casa doni effimeri preconfezionati destinati a svanire e a confondersi tra loro per provenienza. Ma il turismo, come ce lo ha raccontato questo libro, è stato, è e può essere in futuro, ben altro. Credo sia estremamente utile avere presenti queste pagine in un momento come quello presente, certamente di ripresa del viaggio ma ancora in qualche modo di incertezza, sotto la minaccia di un nuovo contagio.
Come già sottolineato il ragionamento dell’autore si ferma un attimo prima della pandemia, ma tutto è già contenuto nelle sue righe: la visione è già chiara da tempo e se una strada si deve prendere per invertire la rotta o comunque attenuare le conseguenze di un fenomeno senza regole e senza possibilità all’orizzonte di essere governato da politiche sensate e che sembra privilegiare sempre la dimensione del “tutto e subito”, ebbene questa strada non è quella di spalmare i milioni dipersone che normalmente affollano le città come Venezia sul territorio circostante. Non cambierebbe nulla. La risposta cui si deve tendere è una trasformazione del modello economico e del sistema capitalistico che ci governa e che governa i flussi di merci e persone. Almeno un segnale di questo. A livello locale, anche se nulla è veramente locale in questo scenario. Se vuoi il cambiamento sii quel cambiamento, si dice.
Certo è vero, tuttavia non sarà sufficiente: facendo leva solo sulle nostre singole forze – anche se collettive; facendo leva su ognuno di noi potenziale turista e sul nostro senso di responsabilità, c’è il rischio concreto di metterci troppo tempo. Dal basso avvengono i cambiamenti più duraturi. Ma devono essere aiutati dall’alto, accompagnati, velocizzati, resi possibili. Piccoli e anche grandi progetti di auto-costruzione di mappe di comunità che risvegliano il senso degli abitanti per il proprio territorio, che rimettono in gioco una narrazione dei luoghi da parte di chi li abita e non solo da parte delle guide turistiche e degli itinerari preconfezionati. Tutto questo c’è ed è tangibile in diversi punti del nostro territorio. Non capita spesso però che questo processo di ri-costruzione narrativa avvenga per le grandi città o comunque per le mete già note. Forse si potrebbe però cominciare: una mappa di comunità di Venezia, che non sia la celebrazione del passato glorioso, ma che racconti un luogo diverso, che sposti l’attenzione su aspetti diversi, in grado di capovolgere l’atteggiamento di chi viene a visitarla.
In un dibattito che non ha ancora preso una direzione certa e in uno scenario che ancora non ha messo a fuoco le politiche che dovrebbero governare/monitorare/organizzare il turismo negli anni a venire, appare chiaro che il libro di Salerno si pone quindi come necessario nodo di una rete di discorsi che dovranno per forza venire nei prossimi mesi o anni, che dovranno per forza sollecitarci, coinvolgerci e responsabilizzarci, come cittadini e come turisti del mondo.