Recensioni / Yang Wanli, La contrada natale dei sogni

È sempre un giubilo - e sempre più raro man mano che la conoscenza, l'orizzonte degli eventi nonché il disgusto si incrostano - venire a contatto (e il termine è utilizzato in senso proprio, letterale) con un autore - meglio ancora, un poeta, completamente svincolato, anche per etimologia, dalla radice autoritaria garante del possesso di qualcosa, specie quando nulla vale - del tutto sconosciuto, inedito nel senso di scandalosamente non presente in una versione linguisticamente avvicinabile dagli italofoni, e non tanto perché "esotico" (la Cina ormai è vicina, e pare che qualcuno dica che "già sappiamo quel che c'è da sapere sulla letteratura cinese", pare, non si sa quanto insipientemente e quanto proditoriamente), o "lontano" (essendo poeta del XII secolo, ma la coincidenza del fluire del tempo tra oriente e occidente è alquanto discutibile), quanto perché programmaticamente asincrono rispetto ai risibili tempi e modi dell'attenzione odierna. E non è casuale, per niente, che a curare questa corposa raccolta, che unisce una piccola parte della sterminata produzione di Wanli, sia stato proprio Paolo Morelli, di cui abbiamo segnalato pochi mesi or sono la fondamentale summa pratico-filosofico a nome La postura del guerriero, di cui la poesia di Wanli sembra essere in parti uguali antenato, sodale e infinito posteri). La passione (inevitabilmente guerreggiata) di Morelli per la cultura e il pensiero cinesi, specie di matrice taoista, è nota ai radi frequentatori assidui dei suoi libri, ed è dallo studio pervicace e autonomo della lingua cinese - tra le altre cose - che Morelli ha derivato la sua postura pratica che dal respiro passa per la voce e arriva al cammino, cercando di ritrovare appunto quel livello attentivo che la prassi cartesiana sclerotizzata e tecnologizzata sembra aver decisamente smarrito nell'oggi. Lascio al lettore l'inquadramento biografico del poeta nel flusso e nel canone della letteratura cinese (siamo nell'epoca della dinastia dei Song meridionali), nonché la disamina di alcuni fondanti aspetti traduttivi affrontati da Morelli nella postfazione al testo; una traduzione che si configura più che altro come "trasposizione inventiva": il metodo utilizzato si rifà alla stessa tradizione di pensiero cui ha attinto il poeta: si è provato a indovinare, captare la voce nel verso in una sorta di fragile e impunito atto di evocazione. Un impunito atto di evocazione: quale migliore definizione di quello che dovrebbe essere il compito della letteratura tutta, e della poesia in primis? Il ritrovamento di una voce capace di far risuonare una configurazione di senso che - oggi più che mai - scavalchi a piè pari le secche del pietoso contingente autoreferenziale per lanciarsi - lanciarci - in un suono comune, il suono di una fantasia nuovamente capace di creare possibilità di esistenza nel mondo, lontane dall'avvitamento a vuoto della coscienza del faber su sé stessa, la cui frustrazione si scatena in aneliti distruttivi e mortiferi. E come riuscirci? Wanli, uno dei "quattro maestri", che scrive sotto il nome d'arte di Cheng Zhai (rendibile con lo splendido "laboratorio della sincerità" - una sincerità lontanissima dall'odierna ossessiva ed esibizionista certificazione di "verità"), propone di arrivarci attraverso un'attenzione poetica all'ovvio, a quanto viene dato per scontato, a cominciare dal paesaggio: una pacata constatazione del (meraviglioso) esserci del paesaggio, senz'ombra di un qualche (in apparenza inevitabile) lirismo d'Occidente, senza attestazioni di presenza da parte dell'occhio che guarda, senza che la mano che scrive sia importante. Uno sguardo semplice che racchiude una sconvolgente profondità di pensiero; uno sguardo che non aderisce alle cose, fedele all'insegnamento del wu wei (ovvero, con fraintendibilissima traduzione per le nostre categorie mentali: non fare), che scardina l'agire dall'intenzione e si limita a essere nello sguardo stesso. Complice il vino, e una familiarità colloquiale in cui si scivola fin dai primissimi versi, potrà capitare di allentare un minimo i legacci della consapevolezza cosciente e trovarsi, tra un fiume e un lago - sempre gli stessi, sempre più fondi - a scovare la contrada natale dei sogni, anche loro spogliati da ogni svolazzo di vaghezza onirica e riportati al più ampio, e finalmente confortevole, abitabile, senso di realtà. E alla fine, per caso vagando mi ritrovo in territorio aperto, / per paura si levano gli uccelli montani e spaventano anche me. Un frammento eracliteo pericolosamente stereotipato impediva - per l'incessante fluire - di bagnarsi due volte nello stesso fiume. Wanli - Morelli con lui - ci fa percepire cosa significhi essere bagnati. E il viaggio vale davvero la pena, nella sua sconcertante attualità, per noi, tardi occidentali. È allora che «dalle erbacce scatta in volo un uccello, / mica l'avevo sentito, lui ha sentito me».