Recensioni / Anti-Liberali. Schmitt e il rabbino

Quale legame può unire un rabbino, nato a Vienna nel 1923 «da un antichissima famiglia di rabbini», e il cattolico antisemita Carl Schmitt, teorico dello «stato d’ eccezione» e della categoria amico/nemico come archetipo della politica, presidente dei giuristi nazionalsocialisti? Perché uno studioso di escatologia ebraica ha approvato, poco prima di morire, la proposta del suo editore tedesco di raccogliere i suoi scritti dedicati a Schimitt, compresa un’unica lettera, e ha scelto come titolo In divergente accordo? La risposta è in un libretto uscito in Germania nel 1987 (prima, si badi, del crollo del comunismo) e solo ora in italiano. Un libro inquietante, perché l’accordo dell’autore con l’uomo che definisce, con l’approvazione del destinatario (nel loro unico colloquio, in casa di Schmitt), «un'incarnazione del Grande Inquisitore di Dostoevskij» sta nella comune avversione per «la modernità liberale, sia come forma di vita che come forma di scienza». Sono entrambi «apocalittici»: da una prospettiva rivoluzionaria l’intellettuale ebreo Jacob Taubes, da una prospettiva controrivoluzionaria il giurista tedesco. Un libretto rischioso, in bilico tra ammirazione intellettuale e apologia. Come quando alla domanda se Schmitt fosse antisemita Taubes risponde seccamente: «È la Chiesa a essere antigiudaica e antisemita». (Andrea Casalegno).
Jacob Taubes, «In divergente accordo. Scritti su Carl Schmitt», a cura di Elettra Stimilli, Quodlibet, Macerata 1996, pagg. 104, L 18.000.