Recensioni / La parola poetica smontata e rivista da ironiche «Pignolerie»

Avete presente il signor Veneranda, quello che interpreta tutto alla lettera? Personaggio umoristico uscito dalla penna di Carlo Manzoni, il signor Veneranda, oggi lasciato forse un po' cadere nel dimenticatoio dopo aver frequentato a lungo persino i sussidiari, il teatro e il cinema (Macario era bravissimo nella parte), rimane tuttavia abbastanza famoso da esser tuttora, per antonomasia, sinonimo di piantagrane. Protagonista dei racconti omonimi editi da Rizzoli nel 1949, il suddetto signor Veneranda genera equivoci esilaranti da un nonnulla, li alimenta, li porta al parossismo e li conduce nei territori litigiosi della polemica gratuita, fluttuando sulle ali del paradosso. Il tutto con grande spasso del lettore. L'equivoco linguistico, poi, è il suo forte. Il signor Veneranda, insomma, è in grado di far saltare i nervi a chiunque. Ecco, leggendo Pignolerie, di Alberto Piancastelli (Qodlibet,160 pag, 14 euro), non può non venire in mente con estrema facilità il petulante signor Veneranda, anche se nelle insolite vesti di critico letterario. Come funziona Pignolerie? Prendete un classicone. Di quelli che si fanno a scuola; di Leopardi, Foscolo, Carducci e compagnia bella; provate, a bella posta, a interpretarlo alla lettera, facendo finta di ignorarne tutte le sfumature, le allusioni, le vibrazioni, gli echi. Il testo viene completamente smontato da questa voluta e improbabile interpretazione che gioca a rimpiattino con l'ironia e l'assurdo anzi, crolla subito come un castello di carte. Molto divertente: il lettore si stampa in volto un sorrisetto sin dalla prima pagina e non lo allenta più fino alla fine. Il tono, per intenderci, è quello del Monologo di Nonna Papera di Claudio Bisio, anche quello una bella «venerandata» anzichenò. E, del resto, questa di Piancastelli, un'operazione non affatto scontata, perché trasforma la parola poetica da connotativa a denotativa. Un giuoco intellettuale. La parola connotativa ha più significati, ha un'aura. E, com'è noto, caratteristica della poesia, nonché della prosa letteraria. La parola scientifica, invece, è denotativa, ovvero ha un solo significato: e non potrebbe essere altrimenti, perché, in caso contrario, lo scrivere, che so, nell'ambito della Chimica, «20 ml» di una sostanza potrebbe essere pericolosamente oggetto di libera interpretazione. Il che genererebbe danni eclatanti, manco a dirlo. Se scambiassimo il ruolo della parola scientifica e di quella poetica andrebbe a pallino il mondo così come lo conosciamo. Per fortuna il Nostro si limita a smontare il testo letterario, con conseguenze certamente meno dannose che s'avesse fatto il contrario, anzi, con risultati davvero arguti ed esilaranti, come si diceva. Un antesignano, del resto, potrebbe essere quel passaggio di Tre uomini a zonzo di Jerome K. Jerome in cui viene rappresentata una sorta di parodia dell'attività di comprensione del testo letterario propinata ad un gruppo di imbarazzati studenti. Molti professori dovrebbero rileggere quel passo, si farebbero due risate e forse rifletterebbero su certe coercizioni della didattica. Beh, certo, potrebbero leggersi pure questo «Pignolerie» per completare il quadro. Intelligente e dissacrante.