Recensioni / “L’epidemia come politica”: dal filosofo Giorgio Agamben un libro che fa discutere

Di grande e drammatica attualità il libro del filosofo Giorgio Agamben, A che punto siamo? – L’epidemia come politica (Quodlibet, 112 pagine, 10 Euro), che raccoglie le prese di posizione del 2020 sull’emergenza sanitaria. Sono interventi che – come sempre avviene con Giorgio Agamben – sono destinati a far discutere. Al di là di denunce e descrizioni puntuali, infatti, questi testi propongono in varia forma una riflessione sulla “Grande Trasformazione” in corso nelle democrazie occidentali. In nome della “biosicurezza” e della salute – sottolinea l’autore – il modello delle democrazie borghesi coi loro diritti, i loro parlamenti e le loro costituzioni sta ovunque cedendo il posto a un nuovo dispotismo in cui i cittadini sembrano accettare limitazioni delle libertà senza precedenti. Di qui l’urgenza della domanda che dà il titolo alla raccolta: “A che punto siamo?”. Fino a quando saremo disposti a vivere in uno “stato di eccezione” che viene continuamente prolungato e di cui non si riesce a intravedere la fine? Ecco, inoltre, che cosa scrive Giorgio Agamben sul cosiddetto “distanziamento sociale”: “Poiché la storia ci insegna che ogni fenomeno sociale ha o può avere delle implicazioni politiche, è opportuno registrare con attenzione il nuovo concetto che ha fatto oggi il suo ingresso nel lessico politico dell’Occidente: il ‘distanziamento sociale’. Sebbene il termine sia stato probabilmente prodotto come un eufemismo rispetto alla crudezza del termine ‘confinamento’ finora usato, occorre chiedersi che cosa potrebbe essere un ordinamento politico fondato su di esso. Ciò è tanto più urgente, in quanto non si tratta soltanto di un’ipotesi puramente teorica, se è vero, come da più parti si comincia a dire, che l’attuale emergenza sanitaria può essere considerata come il laboratorio in cui si preparano i nuovi assetti politici e sociali che attendono l’umanità”. Il filosofo analizza, altresì, “la medicina come religione”. “Che la scienza sia diventata la religione del nostro tempo, ciò in cui gli uomini credono di credere – scrive Giorgio Agamben -, è ormai da tempo evidente. Nell’Occidente moderno hanno convissuto e, in certa misura, ancora convivono tre grandi sistemi di credenze: il cristianesimo, il capitalismo e la scienza. Nella storia della modernità, queste tre ‘religioni’ si sono più volte necessariamente incrociate, entrando di volta in volta in conflitto e poi in vario modo riconciliandosi, fino a raggiungere progressivamente una sorta di pacifica, articolata convivenza, se non una vera e propria collaborazione in nome del comune interesse. Il fatto nuovo è che fra la scienza e le altre due religioni si è riacceso senza che ce ne accorgessimo un conflitto sotterraneo e implacabile, i cui esiti vittoriosi per la scienza sono oggi sotto i nostri occhi e determinano in maniera inaudita tutti gli aspetti della nostra esistenza”.