Recensioni / Sotto la pelle del pianeta

Provo a immaginare come sarebbe fotografare il lampo di polvere da sparo stando dentro la canna del fucile, e capisco che Andrea ha davvero sfidato l’immagine impossibile. Del resto di cognome si chiama Botto (e penso di potermi permettere una ironia sui cognomi).
Perché in fondo è scomodo, ma abbastanza facile, fotografare la preparazione della parete, bucherellata dagli inviti delle cariche esplosive, collegati da una tela di ragno di fili gialli, è uno still life quasi astratto ed elegante.
Poi però arriva il momento del bum!, e allora d’accordo, puoi anche manovrare la fotocamera a distanza, ma almeno lei è lì in mezzo alla traiettoria dei detriti e alla nuvola di polvere che un attimo prima è troppo presto e un attorno dopo non si vede nulla.
Almeno, così immagino io, che là sotto non ci sono mai stato. Ma eccola lì, l’immagine impossibile, il momento giusto (e accidenti se è decisivo…), lo vedo in doppia pagina, impressionante e maestoso, scintille e schegge e una incongrua cartaccia trascinata dal vento dell’esplosione ma fermata a mezz’aria dallo scatto fotografico.
Scrive Andrea Botto che sono stati molti i tentativi falliti di documentare l’attimo della “volata” in galleria.
Come alla fine ci sia tecnicamente riuscito, sarebbe interessante farselo spiegare più diffusamente di quanto lui faccia nell’intervista allegata al libro, ho capito che c’entrano degli specchi ma non saprei bene. Comunque, la costanza premia i cocciuti.
Ora, i committenti saranno stati felici del bel colpo, in tutti i sensi. Questa fotografia esplosiva di Botto fa parte di un commissionato imponente: Di roccia, fuochi e avventure sotterranee è un ponderoso insieme di sei volumi dalle copertine di colori rocciosi, riuniti in cofanetto, voluti da Ghella, una impresa italiana di scavi dalla storia ultrasecolare e augusta, che ha voluto documentare la tecnologia dei propri cantieri sotterranei, metropolitane e treni ultraveloci, in cinque continenti, e ha avuto la buona idea di affidare ciascuna location a un giovane fotografo italiano (oltre a Botto, che ha lavorato sulla Verona-Innsbruck: Fabio Barile a Oslo, Francesco Neri ad Hanoi, Marina Caneve ad Atene e Alessandro Imbriaco a Sydney, più un volume di fotografie dall’archivio storico dell’azienda a cura di Alessandro Dandini da Sylva).
Bisogna ringraziare l’orgoglio aziendale e la passione quasi maniacale dei fotografi, perché lasciano alla storia documenti visuali dei cantieri della mano dell'uomo sul pianeta, di cui altrimenti rimarrebbero solo i prodotti.
La fotografia dell’architettura realizzata sarà sicuramente importante, ma vedere Prometeo al lavoro è altrettanto essenziale. Il treno, poi, da Edouard Baldus a O. Winston Link, è stato un protagonista potente e fotogenico dell’immaginario industrialista.
Ma di treni, in queste esplorazioni fotografiche sotterranee, non ce ne sono (ancora). Di che cosa è l’epica, dunque, questo lavoro a più mani? A quale genere appartiene?
Al paesaggio, no. Non c’è paesaggio, là sotto, dove non c’è orizzonte, dove la natura non ha prodotto scenari ma compressiono impenetrabili.
Alla fotografia di architettura? Forse, nella sua versione inversa, del togliere più che del costruire. E poi la fotografia di architettura è immagine dello spazio, e quello là sotto è spazio sì, ma inventato, strappato a viva forza dal suo contrario, il pieno.
Volendo proprio, è più simile alla fotografia dell’archeologia: ma questa scava per trovare, per recuperare, mentre le scavatrici scavano per forare, per trapassare, e buttano via lo scavato come maceria inutile, residuo improduttivo, scarto inerte.
Be’, alla fine credo che l'esperienza sotterranea sia uno di quei casi in cui la fotografia ha creato un genere che la pittura non conosceva. Una versione tecnologica del sublime.
Un genere che appartiene alla sua hybris tecnologica: alla sua presunzione di vedere ciò che l’occhio umano non ha mai visto. La fotografia del sottosuolo, in un certo senso, appartiene allo stesso genere della fotografia ai raggi X, di quella astronomica, di quella microscopica. È la fotografia dell’ultravista tecnologicamente assistita. Un genere bionico.
Quando Nadar nel 1862 scende nelle catacombe di Parigi, portando con sé una fotocamera di legno e avanguardistici proiettori elettrici, inaugura e alimenta questa sfida dell’occhio meccanico al visibile. Nelle sue fotografie di gallerie e ossari, l’atto del poter vedere cose mai viste è quasi più importante del cosa si vede.
Vorrei dire però che non è più tanto la performance tecnica quella che rende ancora oggi affascinante il genere. Siamo ormai abituati a fotografie che infrangono ogni possibile barriera di invisibilità.
No, credo sia proprio il senso del proibito quello che ci comunica ancora un brivido di eccitazione, in queste fotografie prese sotto la crosta terrestre. Perché quello non è il nostro posto, lo sappiamo. Non è il nostro ambiente vitale: non siamo talpe.
Talpe, ecco, sono state chiamate così le macchine scavatrici che sono un po’ le eroine di questi sei volumi, tecnicamente si chiamano Tbm, che sta per Tunnel Boring Machine, ma sul cantiere operai e maestranze, sensibili alla pulsione mitica, danno a ciascuna un nome quasi sempre femminile, Eufemia Anna Magda flavia Virginia (solo ad Atene, per soggezione epica, Ippodamo).
Abitare il sottosuolo, per gli esseri umani è una scelta che sovverte l’ordine della creazione. Una scelta contro natura.
Chi si cala nei pozzi è eroe o vittima o entrambe le cose: dal Germinale di Zola ai minatori scultorei di Margaret Bourke-White il popolo del sottosuolo è un genere speciale di umanità, anche dal punto di vista delle categorizzazioni sociali: lavorano la terra ma non sono agricoltori, costruiscono manufatti ma non sono operai.
Nadar stesso sentì il bisogno di portare la figura umana là sotto: non potendo servirsi di corpi veri, per i tempi lunghissimni di esposizione, utilizzò manichini: cosa che rende le sue immagini in qualce moto e terribilmente simboliche (come ha scritto Allan Sekula, sembrano alludere alla marxiana teoria della sostituzione del lavoro vivo col lavoro morto...)
Sottoterra infatti è nascosta la promessa o la minaccia di un’altra umanità. Gli esseri di sotto sono rappresentati spesso, in letteratura, come mostri. Vulcano era deforme. Nella Macchina del tempo di H.G. Wells gli Eloi bellissimi e felici abitano un giardino dell’Eden traboccante di verde e di sole, senza sapere di essere bestiame da divorare per i Morlock, i loro orribili allevatori e padroni che vivono sottoterra.
È vero, la parola underground ha dato il nome a una contro-cultura ribelle, che passa sotto le costruzioni e le costrizioni dell’overground conformista dove domina il potere tirannico del mercato.
Ma quel potere ti frega e confonde: il sottoterra non è più rifugio ma inferno, le visioni distopiche delle metropoli del futuro annulla o il confine fra sopra e sotto, restano alveari dove si sovrappongono solo livelli, senza che nessuno di essi abbia l’identità orientante di un Ground Zero, di un “piano di campagna” come lo chiamano ancora i geometri.
Si scava, in fondo, nella coscienza come nel terreno. Sotto la crosta della nostra coscienza ci sono quelle "cose della mente che non riveleremmo neanche agli amici", è il sotto-territorio del rimosso e della sofferenza, così scrive Dostoevskij nelle sue, appunto, Memorie del sottosuolo.
Non è per caso se i fotografi che documentano l'impresa dei tunnel sentono il dovere, ogni tanto, di fuggire su, tornare in superficie. O comunque di uscire da là sotto.
Non è per caso che Imbriaco si senta proiettato in una dimensione da copertina di Urania o da Cronache marziane di Bradbury. È comprensibile che Caneve voglia tornare ogni tanto alla superficie per capire se là sopra c’è ancora una civiltà.
Non è un caso che Barile interrompa l’inventario archeologico di strutture e carotaggi con un’immagine di bosco e un infuocato tramonto. Non è un caso che Neri cerchi nel ritratto la conferma che l’umanità esiste ancora.
Il rischio dell'impresa fotografica sotterranea, forse non del tutto evitato, è che tutto l'epico si riversi sulla macchina, in una prometeica ammirazione per la sua possanza, frutto sì dell'ingegno umano, ma in qualche modo personificata (più che addomesticata) dai dolci nomi femminili che il cantiere le affibbia.
Del resto, è il rischio antico di ogni imamgine della tecnologia, dall'Encyclopédie di Diderot e D'Alembert in poi: raffigurare il lavoro come una sequenza di atti necessari, imposti dalla supposta e super-umana iper-razionalità della tecnica, a cui i movimenti dell'operaio devono conformarsi come una macchina.
Credo che dopo tutto, quel che c’è là sotto ci incute fascinoso terrore, che calamita l’immaginazione e scuote le sensazioni. L’autopsia di quel corpo alieno che è il nostro stesso pianeta confusamente ci sembra un sacrilegio, e un fastidio sottocutaneo che procuriamo a quel corpo gigantesco che ci sorregge e vi consente di vivere come pulci sulla sua epidermide, ma che può schiacciarci come insetti fastidiosi se cominciamo a pungere.