Recensioni / Sovente e le lingue della poesia tellurica

Il modo migliore per conservare la memoria di un autore è leggerne le opere, facendole conoscere a un pubblico più ampio e, anno dopo anno, a lettori più giovani. La cosa vale anche per il poeta Michele Sovente (Monte di Procida 28 marzo 1948 - Monte di Procida 25 marzo 2011), a dieci anni esatti dalla sua scomparsa. Vero è che i libri di poesia non sempre sono facilmente rintracciabili, ma in questo caso è ancora possibile trovare copie di Carbones (Garzanti, 2003), Bradisismo (Garzanti, 2008) o Superstiti (San Marco dei Giustiniani, 2010).
Possiamo però contare anche su iniziative che propongono la rilettura del poeta. Da circa un anno è uscita l'edizione critica della raccolta Cumae (Quodlibet, pagine 493, euro 28), a cura di Giuseppe Andrea Liberti. Le poesie si prestano sempre a una lettura diretta, ma anche per gli autori contemporanei è opportuno avvalersi degli strumenti della filologia per avere una visione più ampia. Perciò è preziosa la guida offerta da Liberti, che permette di cogliere gli elementi specifici delle poesie e orienta il lettore con un commento ai testi e con una introduzione che studia l'autore come «attore tipico della scena liquida della poesia italiana tardo-novecentesca».
Come scrive Liberti, quando pubblicò Cumae Sovente era già un poeta affermato, ma con il Premio Viareggio-Rèpaci assegnato al libro ottenne una più ampia notorietà. All'inizio di questo secolo lo troviamo infatti inserito in due antologie di primissimo piano. Il titolo di una delle due, Dopo la lirica. Poeti italiani 1960-2000 (Einaudi 2004) a cura di Enrico Testa, chiarisce che gli anni Sessanta segnano una frattura nella tradizione lirica, con la conseguente ricerca di strade nuove e plurali. E appunto la pluralità a cui allude l'altra antologia, Parola plurale. Sessantaquattro poeti tra due secoli (Luca Sossella editore 2005), messa insieme da Giancarlo Alfano, Paolo Zublena e altri sei curatori. La posizione originale di Sovente nella cultura del suo tempo è evidente già dalle lingue, per l'appunto plurali, da lui adottate.
Nel 1990 la raccolta Per specula aenigmatis 1980-1982 presenta per ogni poesia una stesura in latino un'altra, speculare, in italiano, testi numerati rispettivamente con numeri romani e con numeri arabi. Come terza lingua poetica si aggiunge il dialetto di Cappella, frazione di Monte di Procida, che proprio con Cumae appare per la prima volta in un libro. Con le diverse lingue si manifesta in fondo un desiderio di conoscenza e di comunicazione che non lascia nulla di intentato: le poesie scritte in tre lingue trattano gli stessi contenuti con soluzioni diverse, come quando un pittore presenta lo stesso soggetto usando l'acquerello, il carboncino o la china. Le lingue, a ben guardare, in senso stretto o in senso lato, sono tutte e tre materne, ma nello stesso tempo si qualificano per la distanza da soluzioni più prevedibili. L'italiano è di tono sostenuto, ma colloquiale; anche il latino più che alla tradizione letteraria si collega alle tracce antiche, che sono presenti e vive nei Campi Flegrei; il dialetto è distante da quello della letteratura in napoletano. Modi diversi di avvicinarsi ai lettori: da questo lato va anche ricordato che per sette anni Sovente pubblicò su «Il Mattino» una poesia alla settimana nella rubrica «Controluce». Era, questa, una «sfida» comunicativa che, anche per la durata, è più unica che rara nel giornalismo e nella poesia del Novecento.
Se il decennale è un'occasione per parlare di un autore, non dimentichiamo che Michele Sovente, poeta italiano di riconosciuto rilievo, nato nei Campi Flegrei, potrebbe essere ricordato anche nel quadro delle iniziative connesse a Procida Capitale della cultura italiana per il 2022.