Recensioni / Bari città capovolta (e non-italiana?)

È uscito da qualche giorno im libro fotografico di Luciana Galli dal titolo provocatorio, Bari non è una città italiana, con l'immagine capovolta del suo profilo urbano visto dal mare. Potrebbe inquietare le istituzioni locali che spesso hanno sponsorizzato cicli di immagini identitarie della fotografa barese (anche questo libro). Specialmente il Comune, per il quale Luciana ha prodotto cd confortevoli come Baritype (1998) e Per Bari (2004).
Si tratta però della citazione di una battuta nel libro Componibile 62 di Julio Cortàzar (1968, prima edizione italiana nel 1974 per Einaudi) col quale il visionario scrittore argentino-parigino (1914 - 1984) compie una scorribanda onirica-linguistica fra città e situazioni d'Europa. Capita al suo protagonista di ritrovare, sulla scrivania, una cartolina illustrata spedita dall'Italia «con vista di Bari a colori». Guardandola «sottosopra con gli occhi socchiusi» gli viene di ritagliarne una parte, e così «appoggiata ad un barattolo» gli appare come una «sottile trama di minuscoli scompartimenti rosati e verdi, bianchi e celesti, un'istanza di bellezza». È «un'astrazione di delicatezza minuziosa». Per questo, dice, «non è una città italiana».
Avventura poetica dello sguardo quindi. Ma il curatore del libro di Luciana Galli Roberto Lacarbonara, riprendendo la nota citazione, la volge in coup de théâtre. Rivela all'amica che non è Bari, ma lei, la fotografa, a «non essere italiana». Perché - le spiega - ha guardato la sua città «a testa in già»: cioè in modo contrario alla «idea stereotipata e manieristadel paesaggio italiano ancorato alle ineludibili stelle fisse» (Luigi Ghirri e il Viaggio in Italia).
La sua è invece «un'estetica fotografica molto poco italiana». Nutrita di «grammatica angloamericana» che trasvola dalla prosa «realista, esatta e sintagmatica» di Hemingway & co. all'«occhio democratico» di Walker Evans alla «grande rivoluzione» della Topographic Photography degli anni `70, con qualche finale concessione di affinità italiane con la fotografia «documentaria» dell'emiliano William Guerrieri. È implicita la tesi conseguente: questa prova di Galli sola contro tutti (addirittura «contro la fotografia») è il metodo più congeniale ad una interpretazione socio-antropologica di Bari: le sue mutazioni ambigue, il suo «paesaggio ibrido», le letture critiche che ne hanno dato dall'esterno (Pasolini, Calvino, Ceronetti) e dall'interno. Per tutti, Franco Cassano, che nel Pensiero meridiano riteneva Bari «città meridionale solo per caso»; Bari che «bara, finge, imbroglia, bluffa»; «la sua modernità è una pura rappresentazione».
Invece nel libro Giorgio Vasta, lo scrittore siciliano invitato a «leggere» da lontano le foto, ne individua lo sguardo che desidera il «contesto secondario»: spigoli, scanalature, «le diverse possibili declinazioni del rotondo e del globoso». Uno sguardo picaresco che «coglie le differenze, studia le metamorfosi» di una Bari «molteplice e ambigua». Gattopardesca, si direbbe: dove tutto cambia perché nulla cambi (vedi la foto che apre la sequenza delle immagini: un vecchio cartellone elettorale affisso sul cantiere del Margherita, con l'eterna promessa «Bari cambia»).
Per parte mia, stimo non da ora Roberto Lacarbonara. Ma non condivido (quasi) per nulla le referenze che applica alle fotografie baresi di Luciana Galli, tanto meno la trama che propone sulle storie della fotografia. La posso immaginare «confusa, felice» (come Carmen Consoli) per tanta responsabilità che le viene attribuita. Però, parlando giorni fa con Marilena di Tursi delle sue fotografie per Bari, le descrive come «quadro astratto». Fa notare una «Bari scenografica», il mare come «campo di colore», la «molta arte contemporanea con Sol Lewitt e Kounellis». Del resto - aggiunge - il libro è stato impaginato per «analogie formali, rimandi cromatici, relazioni tra materiali». Sembra proprio il processo di «astrazione minuziosa» narrato da Cortàzar. Così, più banalmente il libro appare come la selezione aggiornata delle «scoperte» della sua città fatte dalla fotografa dagli anni '80 ad oggi, che ho seguito nel tempo. Ci ritrovo sotto traccia la sua cultura ghestaltica della visione: fa giostrare il reale con la grande pittura di astrazione geometrica e minimal fra Europa e Usa, con la «metafisica del quotidiano» degli amati Hopper e Hockney, con l'iconografia popular piuttosto che pop. Con alcune eccezioni e variazioni interessanti, inquietudini nuove (come le inconsuete nuvole nere 2015 sulla spiaggia di Pane e Pomodoro, il mercantile arenato in acque agitate 2019). E qualche concessione al «lolitismo» (il vecchio che addenta il polpo crudo, 2007).
Un sogno formale e una curiosità sistematica investono questa esplorazione di città, «senza ironia e senza malinconia» (per dirla col mio maestro Mario Sansone). Compiuta per ritagli e frammenti ravvicinati; inquadrature esatte di finestre spaziali fra pieni e vuoti; rivelazioni delle geometrie primarie - il cerchio, il quadrato, il rettangolo, le linee spezzate- sottese ad ogni specie di costruzione, teatri o silos; composizioni di campi timbrici distesi in luce netta senza ombre. Recuperi di memoria silente e trasformazioni presenti dietro gli schermi metallici di ruspe e scavatrici, impalcature, recinzioni. La vita quotidiana attraverso l'iconostasi mobile dei cartelloni pubblicitari, delle insegne, dei bus e delle autobotti, le giostre le ruote i graffiti. E non vi appaiono cittadini ma spettatori, turisti e pellegrini, figuranti di feste di San Nicola e di riti domenicali.
Bari insomma come altre città fotografate dalla Galli, Lisbona, Lione. In questo senso potrebbe non essere «una città italiana». Piuttosto la sorella o la cugina di Zaira, di Maurilia, le «città invisibili» di Italo Calvino (1972). Ma presumo che per Luciana continuerà ad essere «la città di San Nicola»: titolo del suo primo libro, era il 1981.