Recensioni / xbooks #18. Niente di antico sotto il sole: pagine per conoscere Luigi Ghirri e il nostro mondo

Luigi Ghirri muore nel 1992 a 49 anni, improvvisamente, nella sua casa di Roncocesi in provincia di Reggio Emilia, dopo 20 anni di lavoro con cui ha rivelato un modo diverso di guardare il mondo. Di Luigi Ghirri, dopo Lezioni di fotografia del 2010, Quodlibet ci presenta Niente di antico sotto il sole, pubblicato per la prima volta nel 1997 dalla Società Internazionale di Torino con il sottotitolo “scritti e immagini per un’autobiografia”, visto lo stretto e persino ovvio intreccio nel volume di scrittura e fotografia.
E dispiace che, al contrario, questa ristampa di testi di un fotografo sul linguaggio fotografico non contenga alcuna immagine, se è vero che pur anche nell’edizione inglese di Mack del 2016 le fotografie, una per ogni testo, assolvono al compito di vettori semantici intrinseci alla scrittura dell’Autore. Tuttavia, benvenuta sia questa ristampa, in quanto “Niente di nuovo sotto il sole” è un libro prezioso, testimone della capacità da parte di Ghirri di scrivere e sui differenti aspetti del linguaggio fotografico e sul lavoro di altri fotografi, con una modalità talvolta semplice e didattica, peraltro sperimentata grazie all’attività di docente di cui proprio Lezioni di fotografia è una risultante.
Ma non solo: qui scorre un pensiero che lega immagine, letteratura, musica, filosofia, e si traduce sovente in scrittura calda, immaginifica, meravigliosa, come nelle epifanie della memoria dove affiorano la pianura padana, Ferrara, Venezia…luoghi dove il fotografo ha rivelato universi paralleli del nostro vissuto, ha messo in codice il visibile, ha affidato all’immagine fotografica la condensazione simbolica della realtà, senza la quale essa sfugge e annega nell’insignificanza. Sull’orientamento, scriveva, e lavorava, Ghirri, sul quotidiano “sapersi orientare nel mondo”…ed ecco alcuni dei suoi temi: l’infanzia e il suo corredo simbolico, sopra a tutto l’atlante, per viaggiare rimanendo a casa; l’album fotografico di famiglia, che indica una geografia identitaria e parentale; i molteplici percorsi, ma coerenti e vicini, il perimetro degli spostamenti minimi nel cui microcosmo balugina l’altrove del macrocosmo, il piccolo in cui si riconosce il grande, e la Pianura Padana, luogo di silenzi, stupori e visioni fantastiche.
Le sue analisi delle dinamiche visive nascono dalla frequentazione degli artisti concettuali modenesi, Franco Vaccari, Franco Guerzoni, Carlo Cremaschi, Giuliano della Casa, Claudio Parmiggiani e la sua ricerca si avvale di questa esperienza, tradotta in cicli progettuali: “Colazione sull’erba”, “Kodacrome”, “Atlante”, “Italia ai lati”, “Paesaggi di cartone”, “Still Life”, “Identikit”, dove spesso appare un altro emblema della sua poetica, la soglia, che dalla voragine dell’antichità risorge nel paesaggio, in forma di due alberi appaiati, due colonne, un cancello, elementi apparentemente marginali e normali, focalizzati dallo sguardo del fotografo che li mette in valore. Perché la soglia, condensazione temporale, è un prima e un dopo, sovente inquadrata da cornici naturali.
Quando il lavoro di Luigi Ghirri apparve nel 1979 a Parma nella celebre mostra del CSAC – Centro Studi e Archivio della Comunicazione grazie all’attenzione critica di Massimo Mussini e di Arturo Carlo Quintavalle, si capì che quel giovane uomo modesto e distratto, dolce e serissimo, immergeva la fotografia nel liquido di una visione inaudita, dove meditazione teorica, scrittura e pratica fotografica viaggiavano insieme. La scelta del colore per Luigi è automatica, e soprattutto l’uso della pellicola negativa, e il passaggio dal piccolo formato al medio formato, Pentax 6×7. Il suo stampatore è quel genio di Ghi, a Modena, con cui s’inventa una cromia sempre più chiara per eliminazione dei colori più deboli, e l’apparizione di un’immagine trasognata ed evanescente (nasce da lui, l’effetto che poi il digitale dei nostri giorni ha portato sul limite di una disparizione modaiola).
Ghirri dice che il mondo è a colori e a colori vuole fotografare. Walker Evans è il suo fotografo di riferimento, perché coltiva un atteggiamento naturale, le cose semplici, non ricerca immagini potenti, non vuole imporsi col proprio stile e con la propria presenza nel frangente dello scatto. Ama Paul Strand per il suo sguardo lento, sulle cose minime da cui ricava un’idea di coralità. Sulla loro scorta Ghirri decongestiona lo sguardo, fa irrompere il fantastico, soprattutto nei notturni, abitati da enigmi e segreti. La sua fotografia implica una visione del reale che diviene conoscenza e nuovo modello di sguardo, scrutato, reso palese, da questa scrittura letteraria nata anche dalla passione per la letteratura.