Recensioni / Delfini alla fine del mondo

Un libro meritevole: le Poesie della fine del mondo, di Antonio Delfini. Uscite in volume, la prima e unica volta, da Feltrinelli (con una nota editoriale, non firmata, di Giorgio Bassani), vengono ora riproposte nelle edizioni Quodlibet di Macerata. Si tratta di una collana che appare via via significativa, per la scelta dei testi, per la cura rigorosa, e anche per quel segno impeccabilmente aristocratico della veste grafica: vorremmo menzionare Una cena elegante e Pezzi in prosa di Robert Walser a cui ci siamo accostati su queste pagine; e ora nei «quaderni di Quodlibet» un testo di Gilles Deleuze, Francis Bacon. Logica della sensazione.

Una lettura di Delfini, come personaggio, ci viene dal lungo scritto di Cesare Garboli a prefazione dei Diari nell'edizione Einaudi del 1982. Come nella scrittura primaria di un racconto, c'è in quelle pagine un dato di unicità, anche se alla fine la figura di Delfini ne esce ancora più sfuggente: ironica, allegra, disperata, fantastica, dissipatrice, fragile, recitante. Una vita alla rovescia, o una vita postuma, tra un'aura di fatuità e una dolorosa solitudine, come il ricordo notturno, sul lungomare di Viareggio, che sembra restituirci l'immagine di Delfini in un'ultima toccante fotografia: «Lo ritrovavo a notte fonda... Facevo il giro dei caffé di Viareggio ancora aperti. Delfini era là, in piedi nello spicchio di luce ritagliato nel fondale della notte afosa, davanti al banco, una mano in tasca, l'altra a tenere, il bicchiere... ».

Nella nota in postfazione, il curatore, anche come opportuna notizia biografica e pressoché nell'arco di questi testi poetici, riferisce di una relazione d'amore di Delfini con una giovane signora di Parma: fu un amore tardivo e quindi con tutti i connotati del sogno, dell'irrealtà, della frustrazione, dell’irreversibilità. Già in atto nella scrittura di Delfini, si acutizza un atteggiamento di dissacrazione, di irriverenza, di antipoesia, di "anticanzoniere" che tuttavia presuppone proprio la cifra oppositiva del canzoniere.

Certo conta la scrittura che sposta, tradisce, rovescia, brucia ogni referente biografico. È quanto scrive, in introduzione e in un saggio di penetrante originalità, Giorgio Agamben: la «teologale autenticità della scrittura», dove il mondo e la vita nascono con la parola e nella parola. Ma, si sa, un testo poetico ha in proprio l'ambiguità, si dispiega (precisa Contini) nella figura della "circolarità", dove non esistono momenti separabili tra l'invettiva più feroce e il rimpianto delle bellezze svanite.

Nella deformazione stilistica, si libera un movimento espressionistico contro la norma familiare, sessuale, sociale, politica. Forse non sempre il testo sfugge all'umore, alla situazione. Nella categoria della "provincia" non ci sono solo follie e tenerezze, a un passo c'è l'insidia del cartone di Maccari.

Preferiamo alcuni testi (Fin tanto, On se souvient de Baudelaire la nuit) dove la carica espressionistica diventa estrema (e si vanifica). Qui ci sono lampi potenti di solitudine; la parola ritorna a essere il lamento della notte, lo strazio delle apparenze amate, il segno e il sogno di un'infelicità.

 Antonio Delfini, «Poesie della fine del mondo e Poesie escluse», a cura di Daniele Garbuglia, introduzione di Giorgio Agamben, Quodlibet, Macerata (Vicolo Ulissi, 4) 1995, pagg. 140, L. 22.000.