Recensioni / Il mondo visto dal «Pianoterra»

«Pianoterra è il mio punto di vista sul mondo, uno fra gli altri che non chiede permesso per vedere più da vicino e che non può sollevarsi più in alto della punta dell proprie scarpe». Poche righe nelle quali Erri De Luca racchiude il senso del lavoro che raccoglie un anno di «fondopagina» sul supplemento letterario dell'Avvenire. «Pianoterra» era il titolo scelto e proposto da De Luca per la sua collaborazione al quotidiano, titolo ignorato e sotituito da un più austero «Scriptorium». Ma De Luca, autore fra gli altri di «Non ora non qui» (1989), «Aceto Arcobaleno» (1993), «In alto a sinistra» (1994), «Giona/Ionà» (appena da poco), non ha rinunciato alla primigenia idea e l'ha ripresa come titolo del volume in cui raccoglie, appunto, i pezzi pubblicati nello Scriptorium. Pagine incalzanti in cui racconta e si racconta evidenziando tagedie, aspetti e contraddizioni del mondo contemporaneo e della sua Napoli. Riflessioni sulla pietà; sul prossimo inteso nel «suo antico senso di superlativo della parola 'vicino', il vicinissimo, l'estraneo che inciampa un passo avanti» a lui; sulle alterne fortune della propria famiglia. Ricordi dell'infanzia, della scuola, dei libri che leggeva con avidità: «non imparavo una lezione, ricevevo invece, senza saperlo, una educazione sentimentale»; l'analisi della Napoli che aspira alla consacrazione da parte dell'Unesco a «patrimonio mondiale dell'umanità» e la considerazione che «o lo si è, cioè si è già patrimonio e da tempo, oppure non c'è niente da fare e non ci sono proclamazioni che tengano». Immagini e parole forti e amare, considerazioni di un uomo che analizza il presente e il passato, le premesse, le illusioni, le sconfitte di una vita, di una città, di un'umanità che nonostante tutto riesce a sopravvivere.

De Luca parla di sé del suo mestiere di muratore, della guerra nella ex Jugoslavia, dell'antico ponte «costruito da un maestro d'opera venuto dalla Turchia» simbolo di una città, Monstar, colpita a morte nel novembre '93. Parla del prelievo di organi e della «nozione di clinicamente morto» non condivisa perché «si è permesso di considerare valore commerciale un corpo umano morto... Ma il cuore batte ancora, il corpo vive, il sangue circola, respirano i polmoni: invece è stato deciso che è morto». E ancora di castità, sessualità, religione, della sua generazione «cresciuta sapendo di poter essere cancellata insieme alla maggior parte della vita del pianeta» da uno scontro nucleare. Con rammarico parla di un valore al quale l'Italia ha rinunciato sin dai tempi dell'emigrazione: la lingua, che resta «un'altra occasione: dar voce italiana alle moltitudini che emigano da noi».

Un centinaio di pagine di emozioni, riflessioni, rimpianti in ventidue articoli, un anno di lavoro: «Una mezza enciclica rivolta a una stanza di amici che mi ospitano tra loro come un nonno randagio».

Erri De Luca, «Pianoterra», Quodlibet, 97 pagine, 16.000 lire.