Recensioni / Libri - Niente di antico sotto il sole

Il più bel libro sulla fotografia pubblicato quest'anno non contiene nemmeno una foto al suo interno.
Gli scritti e le interviste di uno dei più grandi fotografi di sempre, Luigi Ghirri, appaiono per Quodlibet in una nuova e bellissima veste, titolo Niente di antico sotto il sole. L'aggettivo "ghirriano" ha ormai una sua eco specifica e caratterizzata, definisce uno sguardo rispettoso per quello che comunemente sarebbe irrilevante, una fierezza d'avanguardia mal nascosta nella malinconia più quotidiana. Leggendo questi scritti ci si può domandare perché Ghirri non abbia mai scritto romanzi; con invidiabile chiarezza ci viene raccontata una poetica coerente nei suoi intenti. Le riflessioni, i ricordi, le analisi, le prefazioni, i pensieri più intimi non sono altro che una continua definizione del reale.
In uno dei primi saggi Ghirri prova a spiegare da dove nasce il suo viaggio all'interno della fotografia. Nel 1969 viene pubblicata per la prima volta la foto della Terra vista dalla Luna, era "l'immagine che conteneva tutte le immagini del mondo: graffiti, affreschi, dipinti, scritture, fotografie, libri, film", eppure, continua Ghirri "questo sguardo totale annullava ancora una volta la possibilità di tradurre il geroglifico-totale". E' dalla necessità e dalla voglia di ragionare sull'idea di completezza, sulla legittimità del rappresentato a dispetto dell'escluso che nasce il lavoro di Ghirri. E' lui stesso a dire che prova disinteresse per "i momenti decisivi, per l'estetica, per l'uso di uno stile", e che è maggiormente attratto dai viaggi domenicali minimi, quelli nel raggio di tre chilometri da casa. Niente di antico sotto il sole è anche un'occasione come poche per narrare la provincia, la stessa di Zavattini, Celati e Fellini. Se il supermarket del mondo è vario, e questa modernità al neon conduce a una immobilità cimiteriale, è dai luoghi illuminati in maniera provvisoria che il fotografo di Scandiano si lascia affascinare, basti pensare alla presenza "delle luci colorate delle giostre sul mare ed i fuochi artificiali dietro la bellissima piazza della cattedrale di Trani" o, ancora, alle "luminarie multicolori che costruiscono un tunnel di luce a Ponza". Tra i saggi che più vanno a definire il lavoro di Ghirri vi è una riflessione che il fotografo (lo scrittore?) fa dopo aver visto in televisione la diretta del Festival del Cinema di Venezia del 1987. Deluso da come una rassegna del genere venga data in pasto al pubblico attraverso servizi di scarsa qualità (un "semplice delirio dello sguardo" che segue "la semplicistica logica del pot-pourri"), si interroga sul suo ruolo, sull'obbligo che ha la fotografia di riportare lo stupore del fotografo nei confronti del mondo, e soprattutto sulla necessità di ricordare che "prima ancora di essere artisti o fotografi, o consumatori, si è persone".

Recensioni correlate